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 2007  agosto 03 Venerdì calendario

Scrivo in merito all’articolo «Aids, la ricerca sul vaccino? E’ costosa, meglio i farmaci» pubblicato sul Corriere del 27 luglio

Scrivo in merito all’articolo «Aids, la ricerca sul vaccino? E’ costosa, meglio i farmaci» pubblicato sul Corriere del 27 luglio. Sono rimasto colpito da quanto sostenuto e dalle critiche rivolte alle imprese del farmaco, che, dalla scoperta del virus Hiv ad oggi, insieme alle Autorità sanitarie di tutto il mondo e al volontariato, che pure ha svolto un grande ruolo, hanno contribuito a cambiare in modo determinante la storia della malattia, in poco più di vent’anni. I titoli dei giornali negli anni `80 erano a dir poco allarmanti: una malattia incurabile, subdola, che qualcuno si era persino spinto a definire una «nuova peste». L’Aids faceva davvero paura. Il virus che nel 1981 sembrava venuto dal nulla, nel 1987, a solo 6 anni dalla scoperta, cominciò a essere combattuto con un medicinale frutto della ricerca effettuata proprio in un laboratorio di un’impresa farmaceutica. Da quel momento vi furono una serie ininterrotta di risultati rilevanti. Il tasso di mortalità in Italia tra il 1997 e il 2006 è sceso del 90% (progetto Icona), i pazienti sieropositivi, grazie all’arrivo delle nuove terapie dalla metà degli anni `90, hanno guadagnato la possibilità da vivere più a lungo (con cure non solo più efficaci, ma spesso anche più tollerabili che in passato); l’aspettativa di vita è così aumentata di 20 anni (stima Onu) e con essa la speranza di poter beneficiare dei futuri progressi della ricerca. La battaglia è conclusa? Nessuno lo pensa. La prevenzione della malattia rimane un obiettivo prioritario: attualmente infatti sono in sviluppo nel mondo circa 20 vaccini (fonte Ph RMA, IFPMA) contro il virus Hiv, con costi di R&S quasi totalmente a carico (98%) delle imprese del farmaco (Evm, European vaccine manufacturers). Nel delicato capitolo della disponibilità dei farmaci antiretrovirali ai Paesi in via di sviluppo, anche a giudizio dei critici più severi, sono stati fatti grandi progressi, nonostante siamo ancora lontano da soluzioni globali. La ricerca e le aziende farmaceutiche, dunque, non abbandonano il campo e intensificano gli sforzi perché altri nuovi e importanti risultati si aggiungano a quelli già ottenuti, non solo sul fronte della cura, ma anche su quello della prevenzione. Facciamo solo il nostro dovere e siamo i primi a pensare che dobbiamo fare di più, ma questo non credo possa toglierci una parte del merito nei risultati ottenuti. Ipotizzare che non sviluppiamo i vaccini, perché poco redditizi, mi pare davvero troppo. In conclusione, un cenno d’orgoglio per la ricerca italiana: uno dei farmaci più promettenti e innovativi che avremo a disposizione, un «inibitore dell’integrasi» che costituisce un ulteriore modo di attaccare il virus, è stato realizzato proprio vicino Roma da un gruppo di ricerca di una azienda internazionale, progettato da «cervelli» e competenze del nostro Paese. Sergio Dompé Presidente di Farmindustria • Nessuno mette in dubbio che l’industria farmaceutica abbia contribuito alla lotta all’Aids grazie ai farmaci. Farmaci che i produttori difendono a ogni costo, anche trascinando in tribunale chi osa mettere in discussione i brevetti (come è successo qualche anno fa al governo sudafricano che voleva produrre antivirali «generici») o denunciando chi tenta di svelare i trucchi di certi esorbitanti aumenti di prezzi (come è capitato qualche mese fa a una organizzazione di attivisti francesi per l’Aids). Peccato, però, che nell’articolo si parlasse di vaccini. Cioè di prevenzione, non di cura. Adriana Bazzi