Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Ieri pomeriggio, parlando per poco più di un’ora e mezza nella Sala Gialla del Lingotto di Torino, Walter Veltroni ha accettato di candidarsi alla guida del Partito democratico. Come è noto i simpatizzanti del Pd voteranno, per insediarlo formalmente, il prossimo14 ottobre. Il capo del Partito democratico sarà poi anche, al momento delle elezioni politiche, candidato alla guida del Paese.
• Riesce a farmi un resoconto senza tirarla troppo per le lunghe?
Discorso in tre parti. Introduzione con la lista degli ideali a cui il Pd deve ispirarsi: libertà, unità, giustizia sociale, pari opportunità di partenza per tutti, apertura alle donne, forte memoria dell’origine antifascista della Repubblica, niente ideologismi, niente derive moderate o estremiste, largo ai giovani e lotta alla precarietà («la vita non è un part-time»). Parte centrale del discorso, quella, diciamo così, che ha fissato i punti programmatici della piattaforma veltroniana: Ambiente, Patto generazionale, Formazione, Sicurezza. Ambiente: accettazione totale di Tokyo e delle ultime delibere della Ue. Patto generazionale: non lasciare ai nostri figli il debito pubblico di adesso, allentare la pressione fiscale mentre si combatte l’evasione, arrivare a un risultato tangibile in tre anni. Formazione: rilanciare la scuola. Sicurezza: giustizia rigorosa e severa, aumentare magari i diritti degli immigrati, ma non concedere nulla alla malavita («la microcriminalità non esiste, esiste la criminalità»). In chiusura, rapidi excursus sui temi rimasti ancora fuori: riforma elettorale, riforma istituzionale, i Dico («i laici rispettino i cattolici, i cattolici si rassegnino all’idea che lo Stato laico possa far leggi in favore di chi si ama»). Chiusura emozionale con una quindicenne romana scomparsa, di nome Giulia, e con le sue parole di solidarietà verso i poveri di tutto il mondo. Il discorso è cominciato con lo slogan: «Fare un’Italia nuova». Sono stati citati, nell’ordine e quasi sempre con la pausa necessaria a permettere alla folla di applaudire: De Gasperi, Prodi, Fassino, Rutelli, Ciampi, Michele Salvati e Pietro Scoppola, di nuovo Prodi, Vittorio Foa, Massimo D’Antona e Marco Biagi, Gustavo Zagrebelsky, Renzo Piano, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino (a cui ha fatto un gran sorriso e stretto la mano), di nuovo Fassino e Rutelli, Dario Franceschini, che gli farà da vice. Niente Kennedy, niente Luther King, l’Africa solo il minimo indispensabile, nessun maestro del cinema.
• D’Alema?
D’Alema, no.
• Prodi?
Grande appoggio, elogi sperticati. Qualcuno aveva pensato che avrebbe preso le distanze. Invece, no. Per ora, no.
• Berlusconi?
Ha attaccato il centro-destra con forza, ma non più di tre volte in un’ora e mezza. Ha dett basta con le piattaforme politiche contro qualcuno, facciamo solo piattaforme per qualcosa. Non è vero che tutte le leggi dei nostri avversari sono sbagliate, per esempio la legge sul risparmio è buona. Sarò rispettoso dei miei avversari anche unilateralmente, cioè anche se loro non lo saranno nei confronti miei. Basta con i veleni, voltiamo pagina. Prendiamo esempio dai francesi.
• A proposito dei francesi: sul sistema elettorale?
Punta al sistema francese, ha parlato solo di quello. No al proporzionale, che porta crisi continue e ci consegna alle segreterie dei partiti. Sì al maggioritario, in un sistema bipolare o addirittura bipartitico. Ha aggiunto che se non si cambia la legge attuale, si procederà col referendum. Vuol dire che ci invita a firmare? Fino a questo punto non si è spinto. Ha fortemente sottolineato la necessità di tagliare il numero dei parlamentari: perché in Francia sono 577, in Gran Bretagna 646, in Germania 614, negli Stati Uniti 435 e da noi più di mille? Poi: ci vuole una Camera sola e non due. Desidera che la riforma della Costituzione dia luogo a un governo forte e capace di decidere («basta con i mille poteri che ci bloccano con i loro veti, le democrazie muoiono per eccesso di decisionismo, ma anche per difetto») e a un Parlamento che controlli, ma non pretenda di dar luogo «a un governo assembleare». Questo, il fatto che vuole abbattere il debito pubblico, il fatto che vuole combattere la delinquenza, il fatto che vuole la Tav indurrebbero a credere che intende star lontano dalla sinistra radicale. Però si è anche augurato di riaprire il dialogo con i diessini dissidenti. Ha detto una cosa davvero forte su polizia e carabinieri: e se li togliessimo dagli uffici e li mandassimo tutti per strada a combattere la malavita? [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 27/6/2007]
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