Gianni Santucci, Corriere della Sera, 28/6/2007, 28 giugno 2007
MILANO
Sono impianti «scomparsi». Discariche, termovalorizzatori, centrali elettriche. Progettati, a volte con lavori già partiti, investimenti pianificati. Si scontrano però con le proteste di cittadini ed enti locali. Oltre il 90 per cento dei cantieri aperti in Italia affronta una contestazione. Nel 2005 le opposizioni sono state 190; nel 2006, 171. Tra i due anni però c’è una differenza: 109 impianti contestati nel primo monitoraggio non compaiono più nel secondo. Perché? Che fine hanno fatto? L’agenzia di ricerche Aris, che lavora con il patrocinio dei ministeri delle Infrastrutture e dello Sviluppo economico, è andata a verificare caso per caso: alcuni sono stati costruiti, ma in maggioranza i progetti sono bloccati (28) o definitivamente abbandonati (21). Altri 7 sono in attesa di autorizzazione e 5 fermi per modifiche. A conti fatti, il 56 per cento di quei cantieri non ha fatto un passo avanti nell’ultimo anno.
Le motivazioni sono diverse: sabbie della burocrazia, interventi della magistratura, conflitti tra enti locali. E barricate da parte dei comitati locali. Il risultato è che in settori strategici – dalla gestione dei rifiuti all’energia, dalle strade alle ferrovie – ci si trova di fronte a un’Italia bloccata.
Si parte da una sindrome diffusa, la sindrome nimby. Tradotto: not in my back yard, non nel mio giardino. C’è da costruire una ferrovia, una centrale elettrica, una discarica? La prima reazione delle comunità è: «Ovunque, ma non vicino casa mia». L’agenzia Aris studia da tre anni le manifestazioni della sindrome
nimby in Italia (attraverso il laboratorio «Nimby forum»). Senza arrivare a opere pubbliche gigantesche come la Tav o il ponte sullo stretto di Messina, l’effetto quasi scontato della sindrome nimby è un ritardo nei lavori. Ma a volte si va oltre.
Da Brindisi a Modena, da Napoli a Portogruaro. Pur con una Regione, la Campania, che si ritrova periodicamente strangolata dall’emergenza rifiuti, a uno sguardo d’insieme l’Italia appare un cimitero di termovalorizzatori e discariche abortite (gli impianti per la gestione della spazzatura sono al primo posto sia per contestazioni, sia per progetti avviati e poi decaduti). Ma le difficoltà non risparmiano le centrali per la produzione di energia eolica, l’energia «pulita» tanto amata dagli ambientalisti, vedere i casi di Firenze, Val Nerina (Terni) e provincia di Nuoro (cantieri bloccati o abbandonati). «Da una parte c’è un nimby buono – spiega Alessandro Beulcke, presidente di Aris – e cioè la contestazione che porta a un miglioramento dei progetti, attraverso un confronto tra imprese, istituzioni e popolazione. Dall’altra un nimby cattivo, troppo legato a interessi locali ed elettorali che assecondano in modo strumentale la pancia delle comunità, senza fondarsi su dati scientifici. E così si pregiudica lo sviluppo del Paese».
il caso dei parchi eolici. Le percentuali di energia ricavata dal vento e dal sole «sono inadeguate», attacca Legambiente. Basta un confronto: nel mix energetico italiano l’elettricità che arriva dai pannelli fotovoltaici è di dieci punti inferiore rispetto alla Germania, nonostante le potenzialità del nostro Paese in questo settore siano enormi. Colpevoli dell’arretratezza, in parte, le procedure burocratiche complicate, una catena decisionale con troppi attori, volontà politiche ondivaghe.
E le proteste, che non mancano mai. Comitati e manifestanti si scatenano anche contro i «mulini» per la produzione di energia eolica. «Le pale sono rumorose », è l’argomento più gettonato. «Ma già a cento metri di distanza – continua Beulcke – non si avverte alcun fastidio. Se c’è qualcuno che presenta quegli impianti come ecomostri, farà sempre presa sui cittadini. Il problema di fondo resta la scarsa cultura ambientalista, che non permette una coscienza critica rispetto a polemiche infondate ».
Sui termovalorizzatori c’è l’altro nervo scoperto. L’ultima contestazione, lo scorso 18 giugno, ha colpito il premier Romano Prodi e il presidente della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro, a Noto per celebrare il restauro della cattedrale barocca dopo il crollo del 1996: decine di manifestanti hanno urlato e mostrato striscioni contro i nuovi termovalorizzatori. Ma di impianti del genere che non nasceranno mai è punteggiata l’Italia: dal progetto fermo a Lecce, a quello bloccato di Montebelluna, a quelli mai partiti a Sondrio e Ordona (Foggia). Conclude l’Aris: «Anche le aziende hanno qualche colpa: scarsa informazione e poca trasparenza. Ma bisogna rendersi conto che sono lavori necessari. Altrimenti, senza chiudere il ciclo dei rifiuti, il rischio di ricadere nell’emergenza Campania è continuo ».