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 2007  giugno 28 Giovedì calendario

Confesso che ho amato. Vanity Fair 28 giugno 2007. La stanza di Valentino, a Palazzo Mignanelli, quartier generale della maison nel cuore di Roma, è un tripudio di rosso, oro e opere d’arte

Confesso che ho amato. Vanity Fair 28 giugno 2007. La stanza di Valentino, a Palazzo Mignanelli, quartier generale della maison nel cuore di Roma, è un tripudio di rosso, oro e opere d’arte. Lo stilista italiano, che ha portato l’Alta Moda in tutto il mondo, è vestito di beige, con una giacca a righe sottili. I prossimi 6, 7 e 8 luglio Roma celebra 45 anni della sua attività, con una serie di eventi organizzati all’interno di monumenti aperti a un gruppo di fortunati ospiti, composto da amici dello stilista, divi di Hollywood e alcuni giornalisti. Si inizia venerdì con una mostra allestita nel museo dell’Ara Pacis (aperta al pubblico fino al 28 ottobre) e si prosegue con la sfilata dell’ultima collezione di Alta Moda dello stilista che, dopo 17 anni, da Parigi torna in passerella a Roma, nella cornice del complesso di Santo Spirito in Sassia. Che effetto le fa tornare a sfilare a Roma? «Adoro Roma, è sempre stata la mia casa. Qui c’è sempre stato il quartier generale, qui ho iniziato negli anni Sessanta, quelli straordinari della Dolce Vita». Perché allora da 17 anni sfila a Parigi? «L’Alta Moda è a Parigi. Non vorrei sembrare antipatico ma la stampa mi ha detto: ”Non possiamo venire a Roma solo per te”. Allora mi sono spostato». Quarantacinque anni di carriera sono tanti. «Eppure sono passati senza che me ne accorgessi. Se qualcuno, quando ero all’inizio, mi avesse detto che sarei arrivato a questo punto, avrei risposto: ”Non credo proprio”». Mai pensato di rallentare o smettere? «No. In 45 anni non mi è mai mancata l’ispirazione. Quest’ultima collezione, poi, che sarà presentata il 7 luglio, mi ha dato particolare soddisfazione». Alla sua età, non ha voglia di rilassarsi un po’ e godersi i frutti di tanti anni di lavoro? «Per carità, non parliamo della mia età; solo alla parola provo un fastidio al padiglione auricolare. Anche perché non mi sento addosso gli anni che ho: continuo a lavorare con la stessa energia e continuo a essere uno sciatore instancabile: appena posso vado in montagna a Cran e mi faccio certe discese…». C’è un segreto per mantenersi così? «Conduco una vita morigerata. Amo il cibo, ma mangio da sempre in maniera sana. Ho smesso di fumare tanti anni fa, non bevo, non ho mai preso droghe. Eppure negli anni ”70 e ”80 nelle feste c’era pieno di quella roba lì… A New York andavo allo Studio 54 ma ci stavo massimo mezz’ora. Proprio perché non avevo quel genere di vizi, mi annoiavo facilmente. Non ho mai fatto le ore piccole, massimo l’una e mezza». Lei però è sempre stato un organizzatore di cene e di feste nelle sue splendide case. Quando ha ospiti che fa, va a letto prima di loro? «Mai; è una questione di educazione. Ma diciamo che loro capiscono quando è il momento di andare perché io inizio a guardare l’orologio». Chi invita a casa sua? «Mi piace mescolare: dal capitano d’industria all’attore emergente. Quasi nessuno del mondo della moda o della stampa. Uno dei piaceri più grandi della mia vita è stato chiacchierare. Ma anche se sono curioso di natura, ricevere le confidenze degli altri mi dà fastidio. Cambio subito discorso oppure mi alzo». Ha fama di essere snob. Alle sue feste si può incontrare, per esempio, un bagnino? «Se è un bel ragazzo, perché no? Anche una cubista, se è carina. Mi piace avere intorno gioventù gradevole da guardare». Perché ha venduto la sua casa di Capri? «Perché negli ultimi anni ci andavo pochissimo, preferivo la vita in barca. Me ne sono separato senza traumi: l’avevo davvero molto vissuta e quando l’ho vista l’ultima volta ho voluto che fosse esattamente come al solito, completa di tutti gli arredi e con i fiori freschi nei vasi. C’erano solo dei minuscoli bollini sui mobili che avrei fatto traslocare; impercettibili alla vista, per fortuna». Dicono che i suoi domestici abbiano terrore di lei e della sua ossessione per l’ordine. «In effetti, non sono una persona facile. Non sopporto di vedere un oggetto fuori posto, fosse anche un portacenere. Avrei voluto essere diverso, più easy going, avrei vissuto meglio. Invece sono noiosissimo». Per esempio? «Se vado in un ristorante e noto qualcosa che non funziona, non tocco cibo. Se sono in Paesi esotici e lontani guardo con invidia quelli che bevono senza prestare attenzione. Io, se non ho una bottiglia sigillata e un bicchiere pulito, sono capace di non bere una goccia per tutto il giorno. Ero già così a sei anni». A sei anni? «Sì. Mi ricordo che i miei genitori erano sorpresi perché già da bambino mangiavo con la mia forchetta e il mio bicchiere personali e guai a chi me li toccava. Mia madre diceva sempre: ”Ma questo qui da dove è uscito, non lo so”». Per questo da Voghera la mandarono a studiare a Parigi? «Lo chiesi io e loro mi assecondarono perché avevano degli amici proprietari di grandi negozi di tessuti a Milano che avevano delle conoscenze a Parigi. Andai ospite pagante in casa di una signora e frequentai la scuola di disegno». Come ha conosciuto il suo socio storico, Giancarlo Giammetti? «In Via Veneto, al Caffè de Paris, quando già avevo aperto il mio atelier a Roma. Il nostro sodalizio professionale ha funzionato benissimo anche perché abbiamo sempre avuto ruoli diversi. Lui si occupa del business e dell’immagine e mi ha sempre messo nelle condizioni di lavorare con serenità, togliendomi tutti i problemi. Per questo lo ringrazierò sempre». Per 12 anni siete stati una coppia anche nella vostra vita privata. «Sì, certo». Ha amato molto nella sua vita? Pausa. «Sì, so dare molto. Nel senso che, se amo una persona, la amo sinceramente e teneramente. Cerco di averla vicino tutto il tempo e metto a disposizione tutto quello che ho. Certo, come le ho detto, non sono un uomo semplice con cui vivere. Sono stato sempre molto controllato, non mi sono mai lasciato andare completamente e questo mi dispiace». Si è mai sentito, in un Paese cattolico come l’Italia, poco libero di vivere i suoi affetti, la sua vita, o in imbarazzo per qualcosa? «No. Prima di tutto, io sono molto religioso. Non ho nessun rimorso, penso di aver fatto in questa vita quello che una persona deve fare. Secondo, ho sempre vissuto in maniera molto discreta per mia scelta; è una questione di educazione». Mai avuto momenti di depressione? «Se fossi stato depresso avrei fumato, avrei tirato, avrei fatto tutta quella roba lì. No, io sono sempre stato bene e in pace con me stesso». Le dispiace non aver avuto figli suoi? «Sì, molto. Anche perché, alla fine, ti rimane solo l’affetto degli amici. Nello stesso tempo, non so se avrei potuto… Deve sapere che ho cinque cani, carlini, e quando disgraziatamente li lascio soli per una settimana mando il veterinario almeno due volte a controllare che stiano bene. Si immagini se avessi dei figli. Impazzirei». Ci sono stati momenti nella sua vita, però, in cui ci ha pensato? «Una volta in Marocco, tanti anni fa. Passavo con la macchina sul monte dell’Atlante e ho visto un bambino, un pastorello berbero di 4 anni. Mi sono fermato; avrei desiderato tanto poterlo adottare ma non è stato possibile». Si era informato? «Come no. E anche a livelli molto alti, mi creda. Ma non c’è stato nulla da fare. Comunque oggi, oltre a mio nipote, che è l’unico parente di sangue che mi è rimasto (la sorella di Valentino è stata uccisa da un cancro e un nipote di 38 anni è morto in un incidente d’auto, ndr), ho tanti figliocci, figli di amici che considero un po’ figli miei». La sua e di Giammetti, in effetti, è una famiglia allargata. «Costruita. Sono amici che molto spesso lavorano con noi (come Bruce Hoeksema, vicepresidente Valentino fino al ”98, Carlos Souza, che oggi si occupa dei rapporti con le celebrities, Daniela Giardina, capoufficio stampa, ndr) e con i quali condividiamo tutto». Chi è stata la persona più importante della sua vita? Pausa. «Mia madre». Che rapporto c’era tra voi? «Non facile perché mia madre era una donna molto fredda. Come il resto della mia famiglia; non era gente che si abbracciava spesso, due volte l’anno massimo». Anche lei è poco ”fisico”? «No, al contrario sono molto affettuoso. Mia madre me la sono potuta coccolare solo negli ultimi anni, quando abbiamo vissuto insieme e me l’abbracciavo… Mi adorava, certo. Però non mi ha mai fatto un complimento. Mi ricordo quando entrava nella stanza mentre stavo disegnando la collezione; mi diceva: ”Cerca di fare delle cose serie”. ”Serie” per lei significava ”non ridicole”». La vestiva lei? «Sì. Mia madre aveva una bellissima faccia, bellissime gambe, ma non era snella. Avevo trovato un modello di abito che le donava, su misura, e glieli avevo fatti confezionare di tutti i colori. Ci teneva anche lei, a essere elegante». A proposito di fisico snello, perché in sfilata sceglie modelle così magre? «Non sono più magre di quelle che usano gli altri. E comunque quando devo mostrare un abito per la prima volta, per me la modella in quel momento è quasi un appendiabito. Se la modella è formosa, l’abito non è fluttuante ma strizzato e l’effetto è subito volgare». Il rapporto con le donne nella sua vita come è stato? «Molto bello. Mi piacciono le donne di carattere, con cui si possa discutere». Tra le tante belle e famose che ha vestito, chi l’ha colpita di più? «Jackie. Lo so, è molto snob ma è vero. stata una donna straordinaria, l’ho conosciuta pochi mesi dopo la morte di Kennedy. Diventammo amici. Una volta dimenticai nella sua casa al mare degli occhiali da sole e me li fece recapitare a Roma il giorno dopo in una busta piena di sabbia». Delle attrici di oggi chi le piace? «Meryl Streep è la più brava. Tra le giovani Gwyneth Paltrow, una vera amica, e Kate Winslet. Sharon (Stone, ndr) è una donna che ho adorato; purtroppo ultimamente è un po’ papillon, va di qua, va di là. Non che sia geloso, per carità». Parliamo del suo senso estetico. «Molte cose che vedo oggi lo feriscono, purtroppo. Basta guardarsi intorno a teatro e vedere certa gente in sala con il pantalone pinocchietto e la T-shirt. Questa mancanza di educazione, questa cialtronaggine mi danno fastidio». Le danno fastidio anche le mode? «Io non ho mai seguito totalmente la moda, il mio obiettivo è sempre stato quello di rendere belle le donne, nel senso di eleganti. Per questo sono stato anche criticato, dicevano che non stavo al passo con i tempi». Non era vero? «Ho sempre avuto nella testa un certo stile, ma in 45 anni è cambiato e si è anche semplificato, perché è evidente che l’alta moda ormai va bene solo per certe occasioni speciali o per certi viaggi. Però una cosa non ho mai accettato: il minimalismo. Quando vedevo queste monachine con i cappotti neri lunghi fino a terra, lo stivaletto da avanguardista, senza trucco, mi voltavo dall’altra parte. Quella è stata un’offesa alla donna». Si è sentito amato dal nostro Paese? «Al di sopra di ogni mia aspettativa. Il sindaco Veltroni ha appena scritto un bellissimo articolo su di me, ma anche in passato mi hanno chiamato il re di Roma. Mi dispiace solo che negli ultimi anni l’attenzione per la moda sia un po’ calata; certi politici sembrano non rendersi conto che gli italiani più celebri, nel mondo, sono proprio gli stilisti». C’è qualcosa che potrebbe consigliare ai giovani stilisti italiani? «Vede, io ogni abito che creo prima lo disegno. Non mi sembra che i giovani disegnino molto. Sono più attenti a seguire ciò che altri gli impongono». Ha avuto degli allievi? «Sono sempre stato un grande accentratore. Tra i miei collaboratori solo uno è bravo al punto da permettersi ogni tanto qualche suggerimento». Eredi? «Spero siano tanti. Desidero profondamente che il nome Valentino sia portato avanti». Il suo senso estetico è a tal punto spiccato da diventare oggetto di una parodia. Ha mai visto Ballantini quando la imita a Striscia la notizia? «Direi che quell’imitazione è stata il punto culminante della carriera di questo giovane, o sbaglio? Assurdamente, per un lungo periodo, era in onda tutte le sere e mi costringeva a cambiare canale». Qualche volta si sarà fermato… Non fosse altro che per curiosità. «Pensi che in due circostanze ci siamo anche incontrati. Una volta ha tentato di intervistarmi; più di recente, alla prima del film di Muccino, era disperato perché era travestito da Valentino Rossi e mi ha detto: ”Mannaggia, per una volta che la vedo”». Esteticamente le piace? «Bè, è un bel ragazzo. E devo dire che quando non è truccato, mi assomiglia di più di quando fa la caricatura». Pausa. «Abbiamo finito?». Sì. «Bene. Perché, vede, c’è questa macchietta... mostra l’orlo del pantalone dove, sforzandomi, noto un’impercettibile ombra più scura. Non so bene neanch’io come è successo, ma la sto guardando da tre ore e davvero non credo di poterla sopportare un minuto di più». Sara Faillaci