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 2007  giugno 28 Giovedì calendario

Cuore sacro. Vanity Fair 28 giugno 2007. Questa è un’intervista a cuore aperto. A due mesi dal trapianto parla Paolo Cirino Pomicino, l’uomo che è sopravvissuto a tre infarti, tre estreme unzioni e tre lutti

Cuore sacro. Vanity Fair 28 giugno 2007. Questa è un’intervista a cuore aperto. A due mesi dal trapianto parla Paolo Cirino Pomicino, l’uomo che è sopravvissuto a tre infarti, tre estreme unzioni e tre lutti. Nonché quarantuno processi (e quaranta assoluzioni). Avessi dovuto indicare il mio opposto avrei scelto lui: dal fisico alle scelte di vita, all’incolmabile divario delle passioni. Al termine dell’incontro le distanze si sono accorciate, seguendo un percorso di sangue e ironia, capriole sentimentali e follie da sopravvivenza che è, alla fine, il marchio comune di ogni uomo che non abbia vissuto troppo poco. Mi dà appuntamento a Milano, dove, per stare vicino ai medici che l’hanno operato, ha preso in affitto la casa di un’astrologa partita per l’America inseguendo un nuovo amore. Sul volo da Roma la passeggera più ammirata era una donna alta con un paio di sandali platinum pink. Quando suono alla porta che mi è stata indicata da Cirino Pomicino mi apre lei: è Lucia, la sua compagna. Mi scorta a un divano dove «’O ministro» attende con la mascherina di garza sul volto per evitare il contagio batterico. Gli siede accanto, proteggendolo senza trasmettergli ansia. Interverrà nell’intervista prima di quanto l’abbia fatto nella sua esistenza. Alla fine lui chiederà una fotografia che li ritragga insieme e lei dirà: «Vuoi dimostrare che mi ami anche con quest’altro cuore?». Ma il racconto comincia ventotto anni fa quando lei da poco viveva e lui già «doveva morire». « che sono stato precoce in tutto, anche nelle malattie». Il primo colpo al cuore non si scorda mai. Come andò? «Mi prese alla Camera. Già allora la politica era questione di vita o di morte. Mi portarono al Gemelli e mi salvarono. Poi fui ricoverato per la riabilitazione e intanto Andreotti era anche lui in clinica, poco lontano. Io il cuore, lui i calcoli alla colecisti. Mi mandò un biglietto, c’era scritto: ”A ognuno la malattia che gli spetta”. Nel senso che io ero passionale e mi sfogavo col cuore, lui teneva tutto dentro». Infartuato a quarant’anni, non era il caso di cambiare vita? «E perché? Quando ebbi poi un’altra crisi e andai da un esperto a Parigi, gli domandai: ”Mi dica la verità, posso ancora fare politica?”. E quello rispose: ”Ci sono molti modi di morire. Se abbandona la politica sceglie il più malinconico” ». Come arrivò questa crisi di cuore? «Di pari passo con la crisi politica. Era l’85. Mi salvò Spadolini, che era presidente del Consiglio. Nel senso che aprì la crisi per il caso Sigonella e io, che presiedevo la Commissione bilancio, colsi l’occasione e andai a farmi un controllo a Parigi. Mi trovarono il circolo coronarico occluso al novantanove per cento. Mi operò un giovane cardiologo inglese, Ott si chiamava, aveva trentaquattro anni, ma era già considerato un grande. Era il 25 ottobre, una data fatidica». In che senso? « tutto un mio marchingegno. Una scaramanzia, non so, di più. Ha a che fare con la mia famiglia, i miei lutti, e mio fratello Bruno che ha preso il mio posto». Possiamo partire dall’inizio? «Sì. Eravamo sette fratelli. Una grande famiglia, dove ho imparato la tolleranza. Sette fratelli e sei idee politiche. Per dire: Mariano era fascista, voleva andare a Salò, Francesco per l’Uomo Qualunque, Bruno, eh... Bruno era comunista, io democristiano. Li ho persi tutti e tre, i miei fratelli. Il primo è stato Mariano, aveva solo trentatré anni. All’epoca io ero chirurgo, lavoravo in ospedale, l’ho saputo lì e ho dovuto dare io la notizia a mamma e lei... lei...». Qui si interrompe. Sotto la mascherina di garza qualcosa si scompone. Piange in silenzio. Lucia gli si avvicina. Dice: «Proprio oggi lo vuoi sperimentare, questo cuore nuovo?». Gli strappa un sorriso. Gli viene una citazione da Carmela, una canzone di Sergio Bruni: «Piangi quando nessuno ti vede, urli quando nessuno ti ascolta». E continua. «Mamma si inginocchiò davanti alla Madonna e disse: ”Io non ti capisco, ma te lo affido”. Questo significa avere fede. Così sono cresciuto». E l’altro fratello, Bruno, come ha «preso il suo posto»? «Io e Bruno eravamo tutt’uno. Stessa camera. La notte spostavamo i comodini e univamo i letti per dormire più vicini. Litigavamo e ci rispettavamo. Comunista e democristiano. A un certo punto il Pci gli offrì la candidatura a Napoli, per contrastarmi. Lui rifiutò, preferì Roma e non fu eletto, ma non era il mestiere suo, lui era attore, morì in tournée. Infarto, anche lui. Gli avevo fissato un appuntamento per una visita, ma lui aveva uno spettacolo a teatro, fosse andato, forse... Accadde a Vercelli. E, pensi, mentre lui entrava nel pronto soccorso di Vercelli, io ero casualmente al telefono con un medico di quell’ospedale. Poi vuol sapere che cosa è accaduto? Che io sono stato operato un 25 ottobre, il giorno della sua nascita. Arrestato il 6 ottobre, il giorno del suo onomastico. Tutte le date fatidiche che mi toccano sono le sue. Per questo dico che ha preso il mio posto: mentre io ero sotto anestesia, lui è tornato dentro di me». Parla con le persone che ha perduto? «Con Bruno e con mia madre». Qualche volta si chiede perché loro sono andati e lei è sopravvissuto? «Sì. E non ho risposte comprensibili». Quindi si ributta nella politica... «Esatto. Dopo l’operazione dell’85 ho avuto il mio periodo migliore: l’elezione a Napoli nell’87, contro Gava e Scotti, la nomina a ministro nell’88. Eh, lo predisse mia madre: ”Tu camminerai con l’autista”. Che tempi, un gran divertimento... ». Poi arrivano gli anni Novanta, le inchieste e il «tutti a casa»... «Fosse successo duecento anni prima mi avrebbero decapitato in piazza. Oltreché ai medici devo la vita allo Stato di diritto». Cade la Prima Repubblica, ma il cuore se ne frega... «Per così dire. Il secondo infarto è del ”97, dopo un’udienza dai giudici durata cinque ore. Torno a casa con un amico di mia figlia e lo sento arrivare, il colpo. Ormai è l’esperienza. Lo diceva Eduardo: se vuoi sapere della malattia non andare dal medico, vai dal ”patuto”. E io pativo. Chiamo un taxi, mi sdraio dietro, mi faccio portare al Gemelli. Mi caricano sulla sedia a rotelle. Guardo l’amico di mia figlia e gli dico: ”Buttami nel pronto soccorso”. Quello esegue. Entro urlando: ”Sono l’onorevole Pomicino, bypassato e infartuato”. Poi mi prende la crisi respiratoria e addio». Direi arrivederci. «Mi diedero tre ore di vita. E l’estrema unzione, la prima». Che cosa ha provato mentre riceveva l’olio santo? «Una serenità, inimmaginabile». Credo sia la parola giusta. Vuol dire che faceva il check out senza rimpianti né rimorsi, in pace con se stesso e orgoglioso della propria vita? «Assolutamente sì». Per che cosa vale la pena morire? «Per una cosa seria e travolgente». Come? «La politica». Pensava davvero che sarebbe morto? «No. Ho fatto il pistolotto a moglie e figli poi ho detto: guardate che sopravvivo anche stavolta». Che cosa le dava questa certezza? «Il fatto che mi abbiano spedito a Londra, in aeroambulanza. Vede, Dio è saggio e io ho detto: ”Signore, guardi...”». Vi date del «lei»? «Veramente del ”tu”. Dunque: ”Signore, guarda, se domattina mi sveglio vuol dire che ritorno da Londra. Altrimenti tanto valeva che mi avessi fatto morire qui. Mi affido alla tua coerenza”». E per una questione di coerenza divina l’ha scampata ancora. «Sono un uomo fortunato. Vede, adesso rifletto molto sul dolore del mondo, quello senza spiegazione. Perché l’olocausto, alla fine, è figlio dell’uomo. Ma la morte per malattia di un bambino, di chi è figlia?». Se vuole essere coerente anche lei: non cerchi di capire il mondo, glielo affidi. « quel che ho fatto, ma qualche volta quel dolore mi sopraffà». Quando? «Mesi fa, ero nella mia camera, aspettavo il cuore per il trapianto e non arrivava mai. Ero stanco, deluso. Poi al tg hanno mostrato un bambino di nove anni, con la sclerosi laterale, sulla sedia a rotelle, che vedeva il mare per la prima volta. Hanno zoomato fino a trovare nei suoi occhi, sa cosa? La felicità. E io ero triste? Come mi permettevo? Sa come si sconfigge il dolore del mondo?». No. «Accettando la vita».  quel che ha fatto dopo l’estrema unzione? «Sì. Il primo sussulto del cuore è stata la separazione da mia moglie dopo un’incompatibilità antica, durata trentatré anni». E qui arriva Lucia, finalmente. «Ci conoscevamo già prima, era amica di mia figlia, ma era anche sposata». Chiedo a lei. Con chi? «Un calciatore della Roma, Chierico». Odoacre! «Lui. Ho scelto Odoacre per il cervello, poi Paolo per il fisico». Come vi siete rivisti? «Una sera al cinema, a Roma, al Barberini. Io ero con mia sorella. Lui con la fidanzata, solo che lei era andata a parcheggiare e lui subito ne ha approfittato per fare l’impertinente. Ora scendiamo sempre dalla macchina insieme». Che film avete visto? «’Ti presento i miei”». Auguri. Rientra Pomicino, annunciando trionfante: «E così tornai alla vita sentimentale e politica in maniera pregnante». Con tre campagne elettorali. Come ha convinto Lucia a seguirla? «Le ho detto che ”al cuor non si comanda” ». Infatti arriva un altro infarto. «In diretta Tv. Troppo stress. Ma mancavano due mesi al voto e dovevo fare propaganda. Così mi sono fatto riprendere in ospedale e mandavo i video su schermo alle riunioni. In primis ai dirigenti del partito, per dimostrare che non ero morto». Ma il suo partito sì. «Era, diciamo, friabile. Come il mio cuore. A quel punto non restava che sostituirlo. Mi misi in lista e dal giugno del 2006 ho cominciato ad aspettare la chiamata e sono venuto a Milano per essere pronto». Brutta attesa? «Lunga. Quattro falsi allarmi, Uno, la notte di Capodanno». La volta buona? «Il giorno di Pasquetta. Lucia era andata a Roma, per il compleanno della sorella. Io prendo l’autista e dico: andiamo a mangiare in un agriturismo a Pavia. Non troviamo posto. Allora torniamo e andiamo nella trattoria davanti all’ospedale. Ho una fetta di salame in bocca quando mi chiamano». Come capisce che stavolta si farà? «Mi depilano. arrivato ”l’ok cuore”». Aveva pregato perché succedesse? «So che non mi crederà. E non voglio fare Santa Maria Goretti al maschile, ma io pregavo per la vita del donatore». E se la famiglia diceva no? « successo anche quello. Nessun risentimento ». Come ci si sveglia con un altro cuore? « strano. Ma era andato tutto bene grazie al professor Viganò e alla sua équipe. Ho chiesto di vedere quello vecchio. Me l’hanno portato in un barattolo. L’ho fotografato e gli ho detto addio». Conseguenze psicologiche? «Discuto coi miei linfociti. Gli dico: lasciate stare l’ospite». Paolo, Bruno, il Donatore. Anche lei è uno e trino. E adesso? «Faccio convalescenza, resterò qua fino alla fine dell’anno. Sa, mi sono consultato con D’Ambrosio, quello del pool, l’ex magistrato, pensi lei. Pure lui è stato trapiantato. Dopo un mese era già in ufficio, io aspetterò. Sto scrivendo il mio terzo libro. Non so chi lo pubblicherà. Del secondo Mondadori ha avuto paura. curioso, no? Ma poi, in fondo, anche nella malattia, guardi: due terzi del governo mi hanno chiamato per farmi gli auguri, dal centrodestra: nessuno». Se ne ricorderà? «No». E il ricordo scaccia malinconia? «Beh, Clemente. Mastella è venuto in ospedale che ancora stavo in rianimazione e, sa com’è, bisogna mettersi il camice e la mascherina anche per visitare qualcuno. Lui, niente: sono ministro, fatemi passare. L’ho dovuto cacciare io». Ha ancora delle cose da dire? «Sì». Segue un fiume di parole. Da giovane il dottor Cirino Pomicino era balbuziente. La politica ha fatto per lui anche questo miracolo. Dice di tutto: che il governatore di Bankitalia Draghi doveva restare un banchiere d’affari, «con tutto il rispetto »; che la Camera è diventata uno stadio, «pur frequentato da alcune persone di valore» e che, questa me la sottolineo, «impera il moralismo degli immorali ». La cosa notevole è che più parla e meglio sta. L’effetto taumaturgico della politica è di un’evidenza clamorosa. Ribatte: «Come disse il conte Nuvoletti: tutto quel che è clamoroso non esiste». Eppure sembra. Ho un’ultima domanda: «Mi farebbe vedere la foto del vecchio cuore?». Va a prenderla Lucia. Torna e la posa sul tavolo, tra di noi. Resta lì. Lo guardiamo e nessuno lo tocca. Clamorosamente non esiste più. Tace, in qualche armadietto zincato di un sotterraneo d’ospedale. passato, eppure c’è, occultamente. Il cuore malato della Prima Repubblica. Gabriele Romagnoli