Stefano Montefiori, Corriere della Sera 28/6/2007, 28 giugno 2007
A vent’anni Sabine suona il pianoforte con sicurezza, le dita si muovono agili sulle note del primo preludio di Bach
A vent’anni Sabine suona il pianoforte con sicurezza, le dita si muovono agili sulle note del primo preludio di Bach. Quindici anni dopo la cinepresa della sorella Sandrine Bonnaire riprende una Sabine impacciata, che tentenna sui tasti del pianoforte di famiglia. In mezzo c’è stato il ricovero in un ospedale psichiatrico, una specie di prigione «dove Sabine si è spenta». Alle difficoltà delle persone affette da autismo, e allo scandalo della pessima assistenza a loro riservata anche in Francia, l’attrice di Senza tetto né legge e Confidenze troppo intime ha dedicato il suo primo film da regista, Elle s’appelle Sabine, presentato all’ultimo Festival di Cannes. «L’internamento è stato la molla che ha fatto precipitare le condizioni di mia sorella. Le hanno dato troppe medicine: è ingrassata, ha cominciato ad avere dei tremori che le impediscono di suonare il pianoforte, ha perso la memoria. Sono certa che se fosse stata accolta prima in un centro specializzato, avremmo potuto salvarla, o almeno garantirle una certa dose di autonomia». Il grido di dolore del padre di Palermo che lamenta di essere stato abbandonato risuona nel documentario-denuncia della Bonnaire, che alterna in modo straziante il prima e il dopo della sorella: adolescente vivace, colta, capace di cucinare e imparare in fretta l’inglese grazie a un amico americano, e poi donna dalla voce di bambina, imprigionata in un corpo lento e sgraziato. La Bonnaire si è impegnata per aiutare la sorella e gli altri 40 mila ragazzi francesi affetti da autismo. Ha chiesto fondi al governo, ha partecipato a manifestazioni e ha dato la sua immagine – della quale è gelosissima – per le campagne di sensibilizzazione. Oggi Sabine Bonnaire vive nell’istituto Marc-Signac, vicino ad Angoulême, dove gli ospiti abitano case di campagna a gruppi di sei, seguiti da un educatore specializzato. Sandrine la va a trovare spesso ma non annuncia le sue visite, per non metterla in ansia e non deluderla se arriva un contrattempo. Ricorda di quando nella famiglia Bonnaire – padre operaio, madre casalinga e 11 fratelli – ci si è accorti che Sabine era diversa: «Verso i quattro anni ho capito che qualcosa in lei, di un anno più piccola, la rendeva unica. Stava sempre attaccata alle gonne di mia madre, ma parlava molto da sola. E poi le sue improvvise crisi di riso... Altre volte si metteva a ripetere la stessa domanda: "Che ore sono?". "Sono le sette". "Che ore sono?"». Fintanto che Sandrine e gli altri fratelli sono restati con lei, Sabine è stata abbastanza bene. Poi un fratello è morto, gli altri sono diventati adulti e a poco a poco hanno lasciato la casa di famiglia. Sabine è rimasta sola con la madre ed è diventata violenta: in mancanza di strutture più adeguate è stata ricoverata in manicomio. Sandrine Bonnaire oggi chiede «luoghi di assistenza aperti, e medici e infermieri in grado di capire differenti codici di linguaggio e comportamento. Gli autistici e i loro parenti hanno bisogno di essere rispettati e rassicurati».