Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
E’ notte. Mentre scriviamo, i talebani non hanno ancora liberato Daniele Mastrogiacomo.
• Perché non lo hanno ancora liberato?
Fare questa domanda significa non avere capito quale nebbia avvolge il mondo afgano, e quello talebano in particolare. Giovedì, quando cominciarono a far capire che cosa volevano in cambio di Daniele, prima chiesero la liberazione di tre prigionieri, poi di sei, poi di quindici, poi di sei, poi di nuovo di tre. Ogni volta facevano un elenco di nomi. In mattinata, per farci capire che facevano sul serio, avevano ammazzato un ragazzo di 25 anni, che aveva fatto da autista a Daniele, un padre di quattro figli con la moglie incinta, colpevole forse di avere la mania di girare su una Corolla dai vetri oscurati. La sera di giovedì avevamo tutti la sensazione che fosse cominciata finalmente una trattativa seria, ma uno dei mille mediatori disse a uno dei nostri: «Forse avete sbagliato interlocutori». C’è infatti anche questo, che i talebani sono divisi, e la fine del sequestro deve coincidere con una vittoria di un capo talebano contro l’altro. In questo caso Dadullah, che ha o aveva in mano Daniele e aveva ammazzato con le sue mani il giovane autista, a dispetto di Mullah Omar, il capo dei talebani.
• Dadullah è così feroce?
Feroce, sì, questa è la parola giusta. Ha perso una gamba mettendo il piede su una mina, ma combatte lo stesso. gigantesco, con un gran naso, la barba. Massacrò gli hazara e si mise a scuoiarli. Omar – che è uno che fa lapidare gli adulteri in piazza – ne fu spaventato e lo degradò. Dopo la sconfitta del 2001, i pachistani della sua tribù Kakar gli regalarono una Land Cruiser. Dadullah girava per le scuole coraniche e incitava gli studenti a ribellarsi agli occidentali. Omar lo fece risalire di grado, ma nel 2006 lo degradò di nuovo accusandolo di provocare troppe vittime civili con i suoi shahid (cioè i kamikaze che si fanno esplodere tra la gente). Il sequestro Mastrogiacomo va letto anche all’interno di queste lotte intestine. Sa che l’anno scorso Daniele capitò proprio in mezzo agli uomini di Omar? E intervistò proprio il braccio destro del mullah, cioè Hanif, il terzo di cui Dadullah voleva la liberazione e quello che sarebbe stato fatto uscire di cella più malvolentieri?
• E che si dissero?
Erano appena morti in un attentato i nostri due alpini, Manuel Fiorito e Luca Polsinelli. Hanif disse: «Non facciamo differenza tra italiani, francesi, tedeschi, olandesi, inglesi. tutta gente comunque al servizio degli Stati Uniti. Noi non crediamo al modello democratico occidentale». Mastrogiacomo disse: neanche il vostro modello è granché, prima condannavate le piantagioni d’oppio, adesso vi siete messi con i trafficanti. Hanif: «Qualsiasi mezzo per combattere gli occidentali è buono. Noi siamo e restiamo contrari alle coltivazioni. Siete voi che chiedete l’oppio e l’eroina. Siete voi che cercate la morte».
• Va bene, i talebani sono feroci e incomprensibili. Ma ieri sera m’è sembrato di capire che i tre prigionieri sono stati liberati, lo scambio dovrebbe ormai essere questione di ore.
Può essere. Anzi, è probabile. Anzi, magari in questo momento i lettori della Gazzetta sanno già che Daniele è libero e considerano quindi queste nostre parole con la commiserazione che meritano. Però stanotte, mentre io e lei parliamo, Daniele è ancora laggiù, nelle mani di qualche tribù. E io non posso dimenticarmi certi ragionamenti degli americani.
• Quali ragionamenti?
L’ambasciatore Finn ha spiegato ai giornalisti che per i talebani Daniele è solo una pedina da cui bisogna tirar fuori il massimo vantaggio. «Se gli vengono dati soldi chiederanno la liberazione di talebani detenuti, se riusciranno a ottenere anche questo passeranno a chiederne di più e se anche questo gli sarà dato andranno avanti, magari chiedendo il ritiro delle truppe italiane o altro ancora». Joe Carpenter, portavoce del Pentagon «Ciò che Dadullah sta cercando di ottenere è un risultato politico, e la liberazione di un braccio destro del mullah Omar gli garantirebbe questo successo, portando di conseguenza a un indebolimento di Karzai, il presidente afgano che simboleggia, data la sua carica, la normalità, la possibilità di avere nel paese la democrazia». Speriamo che stamattina, nel momento in cui leggono queste parole, i lettori sappiano già che gli americani avevano torto.[Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 19/3/2007]
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