Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Le trattative per l’acquisto di Telecom, che sembravano destinate a concludersi questo week end, si sono improvvisamente bloccate per la discesa in campo di una cordata Mediobanca-Capitalia che sembra pronta a offrire di più.
• Per i miei gusti ci sono già troppi personaggi in campo. Telecom sarebbe la vecchia Sip, vale a dire i telefoni?
Sì, i telefoni, compresi i telefonini che conosciamo come Tim. Non so come le sia venuta in mente la Sip. Ha nostalgia dei telefoni di Stato? Magari tra un po’ mi tirerà fuori la Teti? La Telecom di adesso non ha niente a che vedere con quelle vecchie aziende, che erano pubbliche, mentre adesso i telefoni sono privati. La Telecom venne privatizzata – come si dice –, cioè venduta dallo Stato, una decina di anni fa. Se la comprarono per primi gli Agnelli (25 miliardi), che poi la rivendettero per 50 miliardi a un gruppo guidato da Colaninno e Gnutti, e costoro – che s’erano indebitati fino alla cima dei capelli – si misero quasi subito a cercare un altro acquirente, perché avevano comprato con un solo obiettivo, quello di far soldi. Ecco allora apparire Tronchetti Provera. Era il 2001. Tronchetti era l’uomo che nel 1992 aveva salvato la Pirelli. Colaninno e Gnutti gli disser okay, ti diamo la Telecom, tu pagaci 80 miliardi e accollati i debiti.
• E a quanto ammontavano questi debiti?
A 48 miliardi. Erano i debiti che Gnutti e Colaninno avevano contratto per comprare la Telecom e che poi avevano sistemato nel bilancio dell’azienda, in modo da rifilarli al futuro compratore. Tronchetti aveva per i telefoni una passione smodata. Aveva preparato un progetto già nel 1993 per pigliarsi la Telecom, ma la Telecom in quel momento era dell’Iri e il presidente dell’Iri era Prodi. Niente da fare. Stavolta, nonostante l’enormità della richiesta, non seppe dire di no. E comprò. Per farle in due parole la radiografia di quell’affare, le basterà sapere quest un’azione Telecom valeva in quel momento (anno 2001) 4 euro. Adesso ne vale 2,1. Dimezzata.
• Ma Telecom mica perde.
No, non perde. Ma il problema va visto dal punta di vista della Pirelli, perché a comprare materialmente fu appunto la Pirelli. Si trattava poi neanche del cento per cento dell’azienda, ma appena del 18. Dunque questo 18 fa parte dei beni di Pirelli, che deve far fronte ai 48 miliardi di debiti. Che si fa in questi casi? Siccome i soldi che guadagna Telecom non bastano, bisogna vendere altre proprietà. La lista dei beni di Pirelli dati via in questi anni è lunga e l’elenco di tutte le operazioni tentate da Tronchetti, alcune delle quali sbagliate, prenderebbe un libro. Basterà dire che l’estate scorsa la situazione era più o meno la stessa dell’inizi una quarantina di miliardi di debito e forse di più. Fu in quel momento che da palazzo Chigi venne fuori questa idea: vendici la rete.
• Che cos’è la rete?
La rete è il sistema di cavi di rame su cui corrono le telefonate. Telecom, per smorzare la sua posizione di monopolio, è obbligata a concederla anche ai concorrenti, sia pure facendosi pagare. Trasferirla allo Stato non sarebbe assurd è un bene al quale è difficile fare concorrenza (anche se da noi c’è Fastweb) e dunque è forse giusto che sia posseduta da un soggetto terzo. Ma Tronchetti disse di no a Prodi e su questo anzi si ruppero i suoi rapporti col governo. Al punto che si dimise da presidente, argomentando che la sua posizione di forte contrasto col presidente del Consiglio avrebbe potuto nuocere all’azienda. Al suo posto venne chiamato Guido Rossi, amatissimo dalle banche e amico del centro-sinistra.
• Allora è Guido Rossi che deve vendere?
No, Guido Rossi è a capo della Telecom. Chi deve vendere la Telecom è colui che la possiede. Cioè Pirelli. Il cui presidente e azionista di maggioranza (ha l’80 per cento) è Tronchetti. Tronchetti aveva cominciato a trattare con gli spagnoli di Telefonica, molto interessati. Ma all’idea che degli stranieri si impadronissero di una società così importante, i politici sono tornati in campo. E s’è fatto avanti il banchiere che ha fama di essere più amico di Prodi, cioè Giovanni Bazoli con la sua Banca Intesa. Tronchetti vorrebbe 3 euro ad azione, Bazoli gliene offrirebbe 2,6 e Mediobanca, scesa in pista all’ultimo insieme con la Capitalia di Cesare Geronzi, sembrerebbe disponibile a tirarne fuori 2,7-2,8. Ci sono tante ragioni per chiudere la partita in fretta. E una di queste è che potrebbero arrivare altri stranieri: russi, cinesi, indiani forse sarebbero pronti a pagare anche i 3 euro che vuole Tronchetti pur di mettere, attraverso la Telecom, un altro piede in Europa. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 18/3/2007]
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