Varie, 18 marzo 2007
ROMANO Olindo
ROMANO Olindo Albaredo per San Marco (Sondrio) 10 febbraio 1962. Netturbino. Condannato all’ergastolo in tutti e tre i gradi di giudizio (26 novembre 2008, 20 aprile 2010, 3 maggio 2011) con la moglie Rosa Bazzi per la strage di Erba dell’11 novembre 2006 in cui furono uccisi la vicina Raffaella Castagna, il figlio Youssef, la nonna Paola Galli e un’altra vicina, Valeria Cherubini • «[...] Orfano di padre, madre anziana e sofferente di cuore, tre fratelli e una sorella. Per anni autista in una ditta di mezzi pesanti, a Canzo, poi dal ’96 netturbino. Sempre lo stesso turno, dall´alba a mezzogiorno e un quarto. Nel pomeriggio, qualche lavoro saltuario per arrotondare. [...] I colleghi dell’Econord danno di Olindo la stessa immagine: “Faceva gli affari suoi, ma quando c’era da scherzare scherzava. Un bonaccione». Un paio di volte era stato richiamato sul lavoro, ma per piccole mancanze, niente di grave. A ridosso di quell’11 dicembre, si era preso qualche giorno di ferie “per riposare”. Uno si ricorda che una volta aveva commentato così la strage di Erba: “Proprio non riesco a immaginare chi ha potuto fare una cosa del genere”» (Enrico Bonerandi, “la Repubblica” 9/1/2007) • «[...] Aveva rotto con chi la Rosy decideva non fosse amico, fino a non avere più nessun rapporto con la sua famiglia. Aveva cercato un lavoro migliore da netturbino, sempre per la moglie. Adesso guidava i camion dello smaltimento rifiuti, un passo avanti. A Proserpio, un piccolo paese di 900 persone, il ricordo della coppia risale a tanti anni fa, a quando Rosa e Carmine, così si faceva chiamare Olindo in questo paese dove era cresciuto, ci avevano abitato per due anni, appena sposati, lei aveva 23 anni, lui 25. Un amore, il loro, diventato subito un patto contro gli altri. Prima di lei Carmine-Olindo era un ragazzo a cui piaceva giocare a pallone nella piazza, davanti la chiesa di San Rocco. Primogenito di una famiglia di quattro, si sentiva diverso dai suoi fratelli, perché quando era nato i genitori non erano ancora sposati. Abitavano ancora nel paese della Valtellina, Albaredo per San Marco. Il padre non c’è più, è morto d’infarto sull’uscio di casa, qualche anno fa. Non aveva fatto una vita facile, operaio frontaliere, partiva il lunedì e tornava il sabato. I quattro bambini, Carmine-Olindo, Piero, Lino, Agata li ha tirati su mamma Piera. In paese si ricordano ancora la scena della lite. Carmine-Olindo era già sposato con la Rosa e rivendicava parte della casa dove vivono, in appartamenti diversi, i fratelli. Diceva che l’aveva fatta anche lui. Il litigio si prolungò fino alla piazza. Da allora, anche lui per i suoi familiari, sparì. La casa nuova di via Diaz, in centro a Erba, doveva essere un salto in avanti per i Romano, dalla periferia di San Maurizio, dal paesino di Proserpio, dalla casa di Canzo, dove avevano vissuto fino al ’99. Nella corte ristrutturata, abitata da avvocati e giovani imprenditori, non erano riusciti a togliersi di dosso, però, la loro umile provenienza, inutile che la Rosy continuasse a pulire e a tenere quella casa come uno specchio inviolabile, da attraversare solo con le pattine. La frustazione che diventa odio, follia. La voglia di vivere un’altra storia, ma quelli di sopra, cavolo, continuano a fare chiasso, Olindo facciamo qualcosa. A Youssef ci penso io» (Giusi Di Lauro, “Libero” 12/1/2007).