Marco Imarisio, Corriere della Sera 19/3/2007, 19 marzo 2007
ROMA – La specialità della casa non è made in Italy. Avesse chiesto un euro per ogni volta che qualcuno a Roma e dintorni usava la perifrasi «circo mediatico-giudiziario» e il suo succedaneo più truculento, «gogna mediatica», l’avvocato Daniel Soulez Larivière avrebbe messo da parte un tesoro
ROMA – La specialità della casa non è made in Italy. Avesse chiesto un euro per ogni volta che qualcuno a Roma e dintorni usava la perifrasi «circo mediatico-giudiziario» e il suo succedaneo più truculento, «gogna mediatica», l’avvocato Daniel Soulez Larivière avrebbe messo da parte un tesoro. Ad ogni volar di verbale o intercettazione, giornali e televisioni si riempiono di annose discettazioni sul «circo mediatico-giudiziario», e pochi ricordano chi è stato il primo ad «inventare» un concetto e un dibattito che in Italia ha decisamente attecchito, molto più che nella patria di origine. Era il 1993, anno di terremoti giudiziari anche in Francia, e l’avvocato- giurista Soulez Larivière, protagonista di celebri processi, autore di una decina di libri sui problemi della giustizia, si vide rifiutare da due quotidiani una lettera nella quale spiegava come gli fosse materialmente impossibile difendere i suoi assistiti dagli effetti del connubio Giustizia- Mass media. «Gli atti giudiziari – ricorda – erano pieni di dettagli ininfluenti, ma appetitosi per il pubblico. Sembrava che il problema fosse quello di divertire la gente con scandali assortiti che giravano intorno all’indagine, ma non la riguardavano direttamente. Per chi si trova coinvolto, è come andare contro un muro di cemento armato. L’innocenza magari viene anche dimostrata, ma ormai il danno è fatto». La reazione a quel rifiuto fu un libro, Il circo mediatico-giudiziario, che venne pubblicato anche in Italia (Liberilibri editore, 1994), con poca eco. Altri tempi, la radicalizzazione del dibattito su Tangentopoli non prevedeva la sosta su un pamphlet amaro, ma con un sottotitolo promettente: «Il modo di uscirne». A distanza di 14 anni, Soulez Larivière riscriverebbe tutto, togliendo soltanto quel sottotitolo ottimistico. «La contaminazione della giustizia con il gossip porta frutti ai giudici e ai media. Peccato che così vadano persi elementari principi costituzionali». difficile spiegare a un avvocato francese i risvolti più intimi dell’inchiesta di Potenza senza essere preso per matto. Fatto il tentativo, ecco una risposta sul «modo di uscirne»: «Una legge che proibisca la pubblicazione di intercettazioni che implicano persone non coinvolte può essere una buona idea. Ma credo che i media potrebbero operare questa scelta da soli, senza bisogno di provvedimenti che inevitabilmente finiscono per limitare la loro libertà. E lo stesso dovrebbero fare i magistrati, per tutelare se stessi, perché quando vengono commesse certe dabbenaggini, alla fine è l’intera categoria che paga, colpita da leggi emergenziali che seguono l’onda emotiva e riguardano tutti, non il singolo che sbaglia». Anche le obiezioni alle critiche, sostiene Soulez Larivière, sono le stesse in tutta Europa. La tesi sul «dovere» di pubblicare le notizie che riguardano politici e personaggi famosi non è nuova. «In questi giorni sui quotidiani francesi c’è la storia di un giovane condannato per un traffico di ragazze su Internet. I giornali hanno deciso di tutelare l’identità di queste donne. Ci sono dunque dei casi in cui i media capiscono che non è bello rovinare la vita di una persona. Quando invece il nome è quello di un politico o di un attore, scatta sempre il semaforo verde, e ci si scorda che i diritti sono uguali per tutti, piccoli e grandi». Nel suo ultimo libro, uscito nel settembre 2007, Soulez Larivière racconta il processo di «vittimizzazione» della società che secondo lui ha permesso ad alcuni magistrati di porsi come paladini della morale pubblica. « un ombrello sotto al quale è facile trovare riparo. Davanti alle critiche sul suo operato, il magistrato viene difeso con tesi che vanno dalla giustizia esercitata in nome del popolo alla riesumazione della figura retorica del poor lonesome judge, il paladino solitario che non si fa intimidire dai potenti. Sono argomenti davanti ai quali è impossibile replicare, e chi lo fa viene bollato come un antidemocratico. Così facendo, la Giustizia diventa una specie di Grande fratello, nel senso della trasmissione televisiva. un male della nostra democrazia, ma temo che si tratti di un virus degenerativo».