Dizionario del Dandy, Giuseppe Scaraffia, Sellerio 2007, 19 marzo 2007
Dizionario del dandy. George Brian Brummel, nacque nel 1778. Il padre, W. Brummel, era il segretario privato dell’abile e corrotto Lord North
Dizionario del dandy. George Brian Brummel, nacque nel 1778. Il padre, W. Brummel, era il segretario privato dell’abile e corrotto Lord North. La madre proveniva da una famiglia di grande distinzione. Pare che il nonno fosse stato maggiordomo o cameriere. Brummel studiò a Eton, dove si distinse per l’eleganza e la freddezza dei modi. A Oxford conobbe il principe di Galles, che sarebbe diventato re dopo Giorgio III Brummel affermava che, per essere ben vestiti, non bisognava attirare su di sé l’attenzione dei passanti. Si narra che ogni mattina (anzi, ogni pomeriggio perché Brummel si alzava molto tardi) si vedesse uscire dalle sue stanze il fido maggiordomo con le braccia cariche di cravatte scartate. Pare che il domestico avesse una volta affermato con fierezza, rispondendo allo stupore degli astanti: "Questi sono i nostri errori!". Brummel era ricercatissimo nei circoli più esclusivi della città, come il White’s, il Brooks’s e, più tardi, il Watier’s. Situati nell’elegante St. James Street, i club erano anche sede di un accanito gioco d’azzardo. E siccome ogni mano veniva giocata con un nuovo mazzo di carte, in breve ai piedi dei giocatori si accumulava il mucchio colorato e frusciante delle carte gettate. Il più esclusivo dei circoli era l’Almack’s, situato in King’s Street. Per entrare a farne parte si doveva superare il giudizio di un gruppo di nobili dame: ai candidati esse richiedevano un che d’impreciso, ma indispensabile, che era definito il ton. La rottura di Brummel con il principe di Galles diventato re fu attribuita a molte cause, ma una delle principali fu certo la necessità per il reggente di troncare le abitudini e le frequentazioni del periodo precedente. Un giorno, quando ormai non si parlavano già più, passeggiando con un amico incontrò il sovrano. Dato che questi si mise a parlare con l’altro senza rivolgergli la parola, Brummel chiese ad alta voce al suo accompagnatore: "Chi è il grassone che vi ha salutato?". "Ogni dandy è un audace, ma un audace che ha del tatto, si ferma in tempo e sa trovare, tra l’originalità e l’eccentricità, il famoso punto d’intersezione di Pascal" (I. Barbey d’Aurevilly, Sul dandysmo e su George Brummel). I guanti bianchi di Brummel, tagliati da tre specialisti: uno per il palmo, un altro per le dita ed il terzo per il pollice. Il duca di Wellington era soprannominato dai suoi soldati "il dandy". Aveva ai suoi ordini una schiera variopinta di azzimati ufficiali, che andavano all’attacco con l’ombrello in pugno, per non bagnarsi le fastose uniformi, la cui estrema attillatezza impediva la libertà dei movimenti. Il conte d’Orsay (1801-’52) una volta rovesciò il contenuto del suo piatto sulla testa di un commensale che parlava male della Madonna, giungendo a battersi in duello con lui, poiché affermava di desiderare che non si mancasse di rispetto a una donna in sua presenza. Baudelaire vestiva quasi sempre di nero (scelto appositamente per un’epoca che definiva "di lutto"). Sotto la cravatta, annodata con grazia suprema, il lungo gilet chiudeva solo i primi bottoni, per aprirsi sulla stoffa finissima della camicia. Scarpe perfettamente lustre. Levasseur ricorda il passo oscillante dei suoi scarpini di vernice, sostituiti in estate da candide calzature. I guanti colorati, spesso rosa. Oscar Wilde diede un banchetto in onore dell’attrice Sarah Bernhardt. Al termine della tumultuosa serata la Bernhardt salì sul tavolo e lasciò una firma sul bianchissimo soffitto del poeta. Il conte Robert de Montesquiou Fezensac si fece notare dai suoi contemporanei con i suoi abiti di velluto bianco e mazzi di violette al posto della cravatta. Col tempo lo stile si fece più severo: sugli abiti grigio scuro brillavano le tinte pastello della sua straordinaria collezione di cravatte. Il suo bastone da passeggio preferito aveva un manico di porcellana blu. Spesso intorno al collo portava una morbida sciarpa bianca. Di sé egli diceva: "Sembro un levriero con il cappotto", sottolineando l’elegante magrezza della sua figura. "La mia cravatta, naturalmente costituisce la mia prima cura / perché noi giuriamo su questi criteri d’eleganza, / e mi costa, ogni mattina, qualche ora di affanni per farla sembrare annodata in gran fretta" (versi anonimi, contemporanei a Brummel). La prima notte di matrimonio Giorgio IV la trascorse bevendo in compagnia dei dandies, abbandonando a se stessa la consorte, Caroline de Brunswick. Appena nacque la figlia, il re s’allontanò definitivamente dalla moglie, indirizzandole una secca e misurata lettera, che metteva fine per sempre ai loro rapporti. Byron proclamava esplicitamente la sua ammirazione per Erode e affermava di detestare i viaggi in cui fossero presenti dei bambini, a meno di essere accompagnato da uno strangolatore. Delacroix aveva sempre ostentato la sua ripugnanza per i disordini e la sporcizia propri dell’infanzia. Bulwer respinse gli auguri di un’ampia figliolanza, giuntigli da un amico, obiettandogli la spaventosa banalità di uno scrittore padre di una quantità di figli. In un locale affollato, Baudelaire domandò ad alta voce a Nadar: "Non pensi anche tu che il cervello dei bambini deve avere un gusto simile a quello delle nocciole?". Una nota di Barbey d’Aurevilly: "Andato al caffè. Bevuto del Kermès, petali di rosa, profumo, nettare d’odalisca […] Rotto un bicchiere senza confusione. Maldestro, ma sempre con una disinvoltura imperturbabile". "Il gusto precoce delle donne. Confondevo l’odore della pelliccia con quello della donna. Mi ricordo. Insomma, amavo mia madre per la sua eleganza. Dunque ero un dandy precoce" (C. Baudelaire, Razzi). "Il sigaro del dandy è la sintesi della sua concezione del mondo e del suo atteggiamento verso di esso. Elegante ed irritante, per il suo odore, il sigaro viene consumato e rinnovato per puro diletto. Le volute deliziose di fumo che ne restano è quanto rimane dell’’attività” del dandy, la cui produzione si risolve nel nulla, cui è esplicitamente indirizzata e da cui riceve la sua patente di nobiltà". Titolo di un trattatello uscito nel 1830: L’arte di mettersi la cravatta in tutti i modi noti ed usuali. Insegnata e dimostrata in sedici lezioni, preceduta dalla storia completa della cravatta, dalle origini sino ai nostri giorni, da considerazioni sull’uso dei colletti, della cravatta nera […] opera indispensabile per tutti gli elegantoni, ornata da trentadue figure esplicative e dal ritratto dell’autore. "Io scrivo come si fuma un sigaro" (Stendhal).