Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  marzo 19 Lunedì calendario

SULL’ARRESTO DI CESARE BATTISTI, CON BIOGRAFIE SCRITTE PER L’OCCASIONE


RIO DE JANEIRO – La latitanza di Cesare Battisti è finita davanti a un chiosco sulla spiaggia, la più famosa del mondo, con un’acqua di cocco in mano e un’amica al fianco. Come un turista qualsiasi, in una giornata calda ma senza sole di fine estate. Fine invece di una latitanza poco dorata, nonostante lo scenario di Copacabana alle spalle. Solo, senza soldi, braccato da un paio di settimane, e infine incastrato dalla polizia insieme ad una donna francese che gli stava consegnando una busta piena di euro, con i quali avrebbe dovuto continuare a vivere qui. Ed è stata lei, Lucie Genevieve Oles, a condurre involontariamente le polizie di Italia e Francia sulle tracce di Battisti. Non si sa da quanto tempo Battisti fosse a Rio. Gli inquirenti transalpini sono convinti che sia rimasto in Francia per almeno un anno dopo la decisione di concedere l’estradizione in Italia che convinse il terrorista-scrittore a sparire dalla circolazione.
Si è saputo invece che gli investigatori francesi e italiani erano arrivati in città da poco. Sicuri che Battisti fosse qui, non erano riusciti a localizzare la sua abitazione attraverso le intercettazioni. La soluzione è arrivata da Parigi. Sospettando della donna, che aveva prenotato un volo per Rio, gli uomini dell’Interpol l’hanno seguita, scoperto l’albergo di Copacabana dove alloggiava e infine localizzato luogo e ora dell’appuntamento con Battisti. La donna aveva con sé novemila euro in contanti.
 stata fermata anche lei, ma subito rilasciata. Al momento dell’arresto, Battisti era senza documenti, ma sembra che ne avesse in casa di falsi, di nazionalità francese.
Si apre ora il cammino dell’estradizione. Sia la Francia sia l’Italia hanno già fatto domanda al Brasile, in base ai trattati bilaterali vigenti. Quella italiana è in qualche modo prioritaria, perché basata su condanne all’ergastolo per quattro omicidi. I precedenti per reati cosiddetti politici non sono favorevoli all’Italia, ma il caso di Battisti è diverso. Le altre richieste riguardavano italiani che vivevano qui da molti anni, con lavoro e famiglia, alcuni addirittura naturalizzati brasiliani. Battisti è invece entrato con documenti falsi, non ha permessi di soggiorno o altro. Il che potrebbe teoricamente spianare la strada ad una soluzione rapida, un’espulsione dal Paese. Battisti ha nominato un legale brasiliano e domani arriveranno i suoi avvocati dalla Francia.
E in un’estradizione rapida confida il ministro della Giustizia Clemente Mastella: «Spero che le procedure di estradizione possano condurre al rientro in Italia in breve tempo di Battisti, condannato in via definitiva per quattro omicidi e altri gravi delitti».

***

RIO DE JANEIRO – Cherchez la femme, state dietro ad una donna come dice l’eterno detto, e soprattutto «cercate in Brasile», perché è il posto giusto. Il Brasile dove vanno e vengono milioni di stranieri, dove ogni faccia, nome, razza o accento può starci. A Rio de Janeiro, poi, tanto male non si sta. Come sapeva Tommaso Buscetta, che quando venne scovato dalla polizia nel 1972, aveva già moglie e figli. O l’inglese Ronnie Biggs, autore della celebre rapina al treno, che qui ci rimase indisturbato per 40 anni, diventando un’attrazione turistica. Ma cherchez le Bresil, nel caso di Cesare Battisti, è stata più di una buona intuizione per le polizie italiane e francesi che hanno chiuso ieri l’operazione. L’ex terrorista non era qui per caso. Forse la sua latitanza era stata organizzata addirittura nei mesi di attesa della vertenza tra Italia e Francia sulla sua estradizione. «Ci sono persone che potranno aiutarti, laggiù», gli confidarono un paio di amici prima della fuga. «E poi in Brasile abbiamo buoni precedenti». Al contrario che per i casi di mafia, nessuno dei fuggitivi italiani degli anni di piombo è stato mai estradato. Qualcuno di loro non è mai stato nemmeno identificato, fino alla prescrizione della pena.
Con Battisti, però, il gioco era assai più delicato. Non si trattava di una testa calda che aveva tirato qualche molotov, ma di un personaggio condannato per delitti gravi. Occorrevano amici fidati e ben preparati per una battaglia giuridica. E’ l’estate del 2004 quando, a Parigi, Battisti sparisce dalla circolazione. Squillano due-tre telefoni a Rio de Janeiro, partono email.
L’EX MINISTRO – A chiedere una mano oltreoceano è un vecchio amico di Battisti, Yves Cochet. E’ un nome pesante. Esponente di rilievo dei Verdi francesi, è stato ministro dell’Ambiente per qualche mese, nel 2001, governo Jospin. Durante la battaglia contro l’estradizione di Battisti in Italia era in prima fila: petizioni, interpellanze parlamentari, una richiesta di udienza all’Eliseo. Ma Cochet non si limita al pressing politico. In Brasile, dove probabilmente Battisti è già sbarcato con documenti falsi, dribbla la comunità degli italiani, ed entra in contatto con almeno due personaggi locali molto conosciuti.
Fernando Gabeira è una figura quasi leggendaria in Brasile. Guerrigliero durante la dittatura militare, fu tra i sequestratori di un ambasciatore americano nel 1969, vicenda sulla quale scrisse un libro di successo. Fuggì in Francia e tornò a Rio solo nel 1979, per diventare una figura di primo piano nella lotta alla corruzione e per i diritti civili.
Dopo un passaggio nel Partido dos Trabalhadores (quello del presidente Lula) oggi è deputato per i verdi brasiliani. Leader ecologista è anche Alfredo Sirkis, l’altro buon contatto di Cochet, anch’egli esiliato a Parigi durante la dittatura brasiliana. Al telefono ieri Sirkis ha ammesso: sì, sapevo che Cesare Battisti era a Rio. «Ma non ho avuto contatti personali. Mi ha chiamato Cochet qualche tempo fa per spiegarmi il caso. Voleva sapere se potevamo aiutarlo...». Un aiuto – sottolineano ora i due – politico. Non economico, non di supporto alla fuga.
IL CASO MANCINI – Gabeira e Sirkis hanno il know how giusto, sono già riusciti a tirare fuori dai guai altri italiani. Il caso più recente, lo scorso anno, è stato quello di Pietro Mancini, arrestato su richiesta della magistratura milanese nel giugno 2005 per episodi che risalivano al 1977. Dopo aver passato sei mesi in carcere, la richiesta di estradizione di Mancini è stata respinta dal Supremo tribunale federale. «Questa è la strada che consigliamo a Cesare. Si costituisca e poi facciamo battaglia», hanno suggerito i due brasiliani a Cochet, che qualche mese fa sarebbe venuto personalmente a Rio per incontrare il latitante.
Ma Cesare Battisti non ne ha voluto sapere: «Non ci penso nemmeno, io nelle carceri brasiliane non intendo passarci nemmeno una settimana». Mettiti in contatto con gli altri italiani qui, hanno gli avvocati giusti, insistevano i brasiliani. «Macché... Qui è pieno di spie. Guardate Achille Lollo, quello che ha spifferato tutto ai giornali». Senza amici e appoggi, con pochi soldi, senza una strategia, negli ultimi mesi Battisti era depresso e chiuso in sé stesso. Usciva poco, temeva di essere riconosciuto. Aveva intensificato i contatti telefonici con la Francia, imprudenza che ha permesso agli inquirenti di localizzarlo e poi di arrestarlo. Forse stava pensando di andarsene da Rio. Raccontano di problemi con una ragazza brasiliana, alla quale si era legato, ma che aveva scoperto abbastanza cose su di lui e minacciava di denunciarlo. Una donna c’è sempre.

***

DAL NOSTRO INVIATO
NOVARA – «Il mio sogno era giocare a pallone, ero bravo, in alternativa potevo lavorare nel negozio di mio padre, ero un ragazzo normale, avevo 15 anni».
Una domanda spezza il ritmo dei ricordi: «Chi me le ha tolte queste cose? Tu. Me le hai tolte per i tuoi ideali». Tu è Cesare Battisti, leader dei Proletari armati per il comunismo, poi romanziere, condannato come mandante dell’omicidio di Pier Luigi Torregiani, gioielliere. Torregiani aveva tre figli, tra cui Alberto, che quel pomeriggio del 16 febbraio 1979, quando i killer ammazzarono il padre, si ritrovò una pallottola nella schiena. Da allora vive su una sedia a rotelle. Vittima, ha assistito in silenzio allo spettacolo del «carnefice che veniva riverito e coccolato in Francia». Una «storia rovesciata». E allora le gira anche lui, le parole: «Il vero ergastolo è il mio – dice Alberto Torregiani – e anche io sono stato latitante». Per vent’anni ha evitato di dire il suo nome. Per pudore, per non dare l’impressione di voler chiedere un qualche risarcimento. Molti suoi colleghi e conoscenti, per anni, non hanno saputo che era una vittima degli anni di piombo: «Questa è stata la mia latitanza, non poter essere chi sei davvero, chi avresti voluto essere, condannato su una carrozzina». Mentre i terroristi parlavano e pontificavano, «io e le altre vittime siamo rimasti nel silenzio, il silenzio degli innocenti». Il senso di spaesamento di fronte all’ingiustizia è racchiuso nel libro in cui Alberto Torregiani racconta la sua vita: Ero in guerra ma non lo sapevo (Agar Edizioni, 2006). E ora che Battisti è stato arrestato? « giusto che paghi tutto, fino in fondo». Non per vendetta, «ma per un senso vero, autentico della giustizia. un sollievo, un conforto per me e per tutte le altre vittime». Dice Torregiani che l’arresto non è una conclusione, «ma un inizio»: «Vediamo ora come si muoverà la giustizia, se ci sarà l’estradizione, altrimenti, per una volta, dovremo battere i pugni sul tavolo». Se incontrasse Battisti gli chiederebbe soltanto: «Ti rendi conto a cosa ha portato il tuo ideale, cosa ha fatto alle persone come me?». (Gianni Santucci)

***

ROMA – Circa tre settimane fa, quando s’è capito che la trappola poteva scattare in Brasile, il ministero della Giustizia italiano ha trasmesso nel Paese sudamericano il mandato di cattura internazionale a fini estradizionali. Una mossa fatta in anticipo, per tentare di accelerare i tempi della consegna una volta preso. A quel punto bisognava solo aspettare il nuovo contatto, sui telefoni intercettati tra Rio de Janeiro e la Francia, dove l’ex terrorista divenuto scrittore famoso telefonava per chiedere aiuto: soldi e sostegno morale per un’esistenza che ultimamente pareva divenuta difficile. Almeno così sembrava dal tenore delle chiamate: la polizia francese lo ascoltava lamentarsi, cresceva l’ossessione di essere osservato e pedinato. «Purtroppo non è vero», commentavano i poliziotti italiani dell’antiterrorismo, sbarcati da qualche tempo a Rio.
I telefoni sudamericani utilizzati dal fuggiasco non si riuscivano a individuare, l’unica era attendere la partenza del «corriere dei soldi».
Individuato dalla polizia francese, dopo l’ultima conversazione tra Battisti e un’altra persona, nella donna seguita nel suo viaggio da Parigi a Rio, fino all’incontro con l’ex terrorista. Oltre alle intercettazioni, insomma, ha vinto la scelta di seguire chi doveva rifocillare il latitante, com’è accaduto un anno fa con Bernardo Provenzano, in tutt’altro contesto; invece dei pizzini e la biancheria pulita qui è stato qualche migliaio di euro a far cadere il ricercato nella rete.
La partita che si gioca da più di trent’anni (la prima scarcerazione è del ’77) tra lo Stato italiano e Cesare Battisti ha subito così un’altra svolta. Ora è l’autorità costituita ad aver segnato un gol, ma chissà se sarà quello decisivo. Battisti avrà pure avuto il fiato corto, ultimamente, ma c’è da credere che proverà a giocare qualche altro contropiede legale. Come ha fatto in Francia finché ha potuto, dopo l’arresto di tre anni fa. Prima tentò con gli avvocati, riuscendo a tornare fuori con l’obbligo di firma, ma quando capì che tirava aria di estradizione scappò di nuovo. Era l’agosto del 2004. Un salto indietro di parecchi lustri, visto che la precedente fuga era stata l’evasione dal carcere di Frosinone nel 1981. Prima era riparato in Francia, poi in Messico, poi di nuovo in Francia, dove a partire dal 1990 ha allacciato importanti relazioni che l’hanno trasformato in un uomo di lettere, sostenuto – come gli altri «esuli», ma per lo scrittore che conquistava i lettori c’era qualche attenzione in più – da intellettuali e politici della gauche. Finché la coincidenza di due governi di centrodestra in carica sia a Roma che a Parigi non ha determinato la cattura, poi la scarcerazione in attesa dei verdetti sulla riconsegna all’Italia e la nuova fuga.
La solidarietà di cui godeva Oltralpe, oltre che sulle buone e influenti frequentazioni, era basata su questioni di diritto e «civiltà giuridica». Battisti è stato condannato in Italia – dicevano i suoi sostenitori francesi che potevano contare su nomi di «colleghi» famosi come Bernard Henri-Lévy e Fred Vargas – in un processo ingiusto, dov’è stato accusato senza prove da pentiti che l’imputato non ha potuto contrastare perché assente. Questione di regole, insomma. E poco contava, per i supporters di Battisti, che l’imputato era assente perché evaso, e che comunque un avvocato di fiducia regolarmente nominato aveva seguito i dibattimenti e giocato tutte le carte difensive possibili. Fattori che però, nella Francia governata dalla destra, non sono bastati a evitare la sentenza di estradizione del 2004, a cui l’ex terrorista s’è preventivamente sottratto.
Dalla nuova latitanza Battisti ha mandato notizie al suo pubblico francese cambiando registro rispetto al passato. Un anno fa ha dato alle stampe un libro – Ma cavale, la mia fuga – in cui ricostruisce la storia della sua militanza nei Pac, i Proletari armati per il comunismo, e a fronte dell’ergastolo per quattro omicidi scrive: «Non ho mai ucciso. Sono colpevole di aver militato in un gruppo armato a scopo sovversivo, di aver posseduto delle armi, ma non ho mai sparato a nessuno». Se la prende col pentito, «un boia» che avrebbe reso «falsa testimonianza», e sul delitto dalle conseguenze più drammatiche – l’omicidio Torregiani, in cui il figlio dell’orefice assassinato fu ferito e da allora vive paralizzato su una sedia a rotelle – afferma di essere rimasto «sconvolto»: «Con quel dramma non c’entro nulla, ma resta uno dei peggiori ricordi della mia vita». Anche perché, ammette riferendosi alle vittime del suo gruppo, «mi sento in un certo senso responsabile di ciò che è capitato loro». Una rilettura-riscrittura della storia, insomma, con qualche accenno di comprensione per i danni provocati. Ma sempre rivendicando l’innocenza per i delitti attribuitigli e l’«ingiusto» processo subito nel clima emergenziale dei primi anni Ottanta, quando gli ergastoli per i delitti delle varie bande armate arrivavano a grappoli, senza troppi distinguo. Per il resto il libro si può leggere anche come un tentativo di confondere le idee ai suoi inseguitori. Verso la fine la ricostruzione storica diventa il romanzo delle peripezie di un fuggiasco che si muove tra lo Yemen e le isole Maldive. Quasi a voler imbeccare di cercarlo lì, in Oriente, mentre lui stava altrove: per un lungo periodo ancora in Francia, secondo gli investigatori dell’antiterrorismo italiano, e poi in Brasile, da diversi mesi. Mai in Messico, pare, dove era riparato nella precedente fuga e dove un fratello avrebbe delle proprietà; un Paese dove sarebbe stato quasi naturale cercarlo. Del resto i contatti con la famiglia non ci sono mai stati, o quasi. I telefoni italiani messi sotto controlli, in due anni e più sono rimasti pressoché muti. Come quelli dei possibili legami diretti in Francia, dove Battisti ha pure una figlia. Così la rete dei controlli s’è allargata fino al telefono dove un giorno, all’improvviso, s’è sentita la voce del latitante che chiamava dal Sud America. (Giovanni Bianconi, CdS 19/3)

***

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PARIGI – «Più che un arresto è uno scoop di Sarkozy». La battuta è di Julien Dray, direttore della comunicazione del Partito socialista e uno dei principali collaboratori di Ségolène Royal.
Prima ancora che intellettuali e scrittori della sinistra ricomincino a mobilitarsi, l’arresto di Cesare Battisti in Brasile piomba nel dibattito politico francese e rilancia la polemica degli anni scorsi sulla «sinistra che solidarizza con un terrorista» e la «destra che non tiene la parola dello Stato» e cede alla richiesta italiana di estradizione.
Dice Dray : «Da settimane circolavano voci sull’imminente arresto di Battisti. Il suo nascondiglio non era più nemmeno tanto segreto. Credo che Sarkozy abbia scelto il momento giusto, come fece a suo tempo con l’arresto del latitante Colonna in Corsica.
«Giusto alla vigilia delle elezioni. un’operazione di propaganda, lanciata alla vigilia delle sue dimissioni da ministro dell’Interno. Ma la storia non è finita, perché bisogna vedere quando verrà estradato e se sarà consegnato all’Italia o alla Francia». Il Partito socialista è stato in prima linea nella difesa di Battisti. Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoe, disse che l’ex terrorista era da considerarsi sotto la protezione della municipalità. Il segretario del partito, François Hollande, compagno di Ségolène, andò a trovarlo in carcere. L’ex ministro della giustizia, Robert Badinter (al cui nome è legato il provvedimento per l’abolizione della pena di morte) ricordò l’obbligo dello Stato francese di «tenere la parola data», riferendosi alla famosa dottrina Mitterrand, ovvero all’impegno dell’ex presidente francese di dare ospitalità in Francia ad ex terroristi che avessero abbandonato la lotta armata. Dottrina controversa e non scritta, anche se è opinione diffusa che l’ex presidente avesse escluso protagonisti degli anni di piombo responsabili di fatti di sangue. «Per noi il principio della parola data e l’opposizione a un processo in contumacia rimangono criteri validi – aggiunge Julien Dray – indipendentemente dalle responsabilità di Battisti e dal giudizio di colpevolezza delle autorità italiane. Agli amici italiani diciamo che l’estradizione può essere giustificata soltanto dalla garanzia di un nuovo processo, equo e regolare. Non ci sembra giusta invece un’estradizione nata da un accordo fra il governo Berlusconi e il governo Raffarin».
Con la sua fuga Battisti non ha un po’ tradito la vostra fiducia e gli attestati di solidarietà?
«Certamente non sarebbe dovuto fuggire. Ma bisogna capire il clima in cui si è trovato. La vicenda resta comunque oscura. Non si capisce come sia riuscito ad andarsene da Parigi, in agosto, e non si capisce perché venga ripreso proprio adesso, alla vigilia delle elezioni. A titolo personale, dico che questa storia non mi convince. Mi sembra una polpetta avvelenata, un tentativo scoperto di rilanciare polemiche».
Forse basterebbe rammaricarsi di averlo difeso.
«Non dobbiamo pentirci di nulla. Ripeto che qui non è in discussione chi sia e che cosa abbia fatto Battisti. Sono in discussione un principio giuridico e la parola dello Stato francese».
Sulla vicenda si è espresso anche il candidato centrista François Bayrou. «Tutti hanno diritto ad un processo» che sia celebrato in presenza dell’imputato, ha detto il leader dell’Udf che ha ormai raggiunto Ségolène Royal nei sondaggi per la corsa all’Eliseo. «Quale che sia il sentimento di orrore che possiamo provare di fronte ai fatti in questione e indipendentemente dal giudizio di colpevolezza, il diritto francese, europeo e occidentale stabiliscono che un processo debba essere celebrato in presenza dell’imputato. Un principio che per me non deve prevedere eccezioni». (Massimo Nava)

***

Corriere della Sera, 20/3/2007. RIO DE JANEIRO – Non sarà né semplice né veloce rivedere in Italia Cesare Battisti, l’ex terrorista arrestato domenica mattina sulla spiaggia di Copacabana. I tempi tecnici di una decisione brasiliana sull’estradizione sono calcolati tra i quattro e i sei mesi. Nemmeno l’esito è scontato: fatte le dovute differenze, il Brasile ha già respinto in quattro precedenti occasioni altrettante richieste che riguardavano persone implicate negli anni di piombo. Una vasta giurisprudenza sulla quale intendono lavorare sia gli avvocati francesi di Battisti, arrivati ieri a Rio, sia la controparte italiana. La partita sarà tutta tra i due Paesi. La Francia, infatti, pur avendo partecipato attivamente alla cattura del latitante, non ha presentato richiesta di estradizione.
Ieri, intanto, si è saputo che la corte europea di Strasburgo ha respinto il ricorso di Battisti contro l’estradizione concessa dalla Francia all’Italia nell’ottobre 2004, che ne provocò la fuga da Parigi.
L’arresto di Battisti, nome sconosciuto qui in Brasile fino a domenica, è diventato un rilevante fatto di cronaca. Al punto da aver stravolto tutte le consuetudini. Ieri mattina la polizia di Rio avrebbe dovuto tenere una conferenza stampa, che normalmente si svolge con il detenuto esposto in manette davanti a taccuini e telecamere. Gli avvocati di Battisti si sono opposti, e si è deciso per un trasferimento immediato dell’ex latitante a Brasilia. Un piccolo jet lo ha portato nella capitale nelle prime ore del pomeriggio. Punto a favore di Battisti, che evita così l’inferno delle carceri di Rio de Janeiro, dove sarebbe finito insieme a detenuti comuni. Ma anche un modo per ribadire che la questione assume un carattere nazionale, se non «politico», e che il suo destino dipenderà dall’interpretazione del trattato in vigore tra i due Stati. In cella Battisti ha avanzato una sola richiesta: «Datemi i miei soldi», riferendosi ai novemila euro che stava per ricevere dalla donna quando è stato arrestato.
A giudicare la richiesta di estradizione italiana, in fase di preparazione al ministero della Giustizia, sarà il Supremo tribunale federale, il massimo organo giudiziario del Brasile. Nei casi precedenti la sentenza arrivò dopo sei mesi. Per evitare un’altra bocciatura, gli italiani dovranno convincere i giudici che Battisti non è stato condannato per reati politici, e che l’ergastolo che deve scontare è sacrosanto per aver ucciso quattro persone. Il caso più recente, quello di Pietro Mancini, ex autonomia operaia milanese, si chiuse con un verdetto schiacciante a favore dell’imputato: dieci giudici votarono contro l’estradizione e solo uno contro. Mancini, ricercato per fatti risalenti al 1977, aveva dalla sua oltre vent’anni di vita impeccabile in Brasile, ma il fattore determinante fu la condanna italiana per sovversione, che spinse i brasiliani ad accettare le obiezioni


***

Giovanni Bianconi, Corriere della Sera 20/3/2007 - ROMA – La telefonata più importante, quella che ha segnato la fine della latitanza, è avvenuta all’inizio della scorsa settimana, il 12 marzo. Data storica per una generazione di ribelli: nel 1977, quel giorno, ci fu la grande manifestazione nazionale che segnò un salto di qualità in quella stagione di violenza; si sparò in piazza, un pezzo del «movimento» passò allo scontro frontale e armato con lo Stato. Per molti è una ricorrenza, forse anche per Cesare Battisti che nel ’77 già frequentava le carceri e aveva avviato la militanza nei gruppi eversivi.
Trent’anni dopo, lunedì scorso, l’ergastolano in fuga aveva tutt’altri pensieri. E alla persona con cui parlava in Francia, da un telefono cellulare che chiamava da Rio de Janeiro, confidò agitazioni e paure. Aveva litigato con una donna – raccontò – un’ex fidanzata che aveva scoperto il suo nuovo indirizzo, era andata a chiedergli nuove frequentazioni e soldi; lui non voleva, ne era nato un litigio anche violento, lei era rimasta ferita al volto, qualcuno aveva chiamato un’ambulanza, era arrivata una pattuglia della polizia brasiliana a cui Battisti aveva dovuto esibire un documento falso. All’amico francese l’ex terrorista disse che era preoccupato, che quella storia poteva creargli nuovi problemi, che aveva deciso di pagare la donna in modo che non lo denunciasse. «Mi servono i soldi», concluse, e il francese spiegò a Battisti che sarebbero arrivati presto, tramite un nuovo contatto. Di lì a poco sarebbe partita per il Brasile una ragazza, «quella che abita vicino al fiume», spiegò l’interlocutore.
In Francia, i funzionari della Gendarmeria ascoltarono e registrarono la telefonata. Il cellulare utilizzato da Battisti era sotto controllo da più di un mese, ed era diventato il principale filo di un’indagine che il Servizio antiterrorismo della Polizia di prevenzione italiana aveva avviato da oltre due anni, subito dopo la fuga dell’ergastolano da Parigi, quando tirava aria di estradizione. Da quell’indizio, «la ragazza che abita vicino al fiume», i francesi sono riusciti a identificarla e a seguirla nel suo viaggio fino all’albergo e poi al chiosco di Copacabana dove s’è incontrata con l’ex terrorista, e dove erano appostati pure gli investigatori italiani che da mesi s’erano concentrati su Rio de Janeiro. In particolare dopo che il 4 febbraio, per la prima volta, su un altro telefono francese era comparsa la voce di Battisti che chiamava da lì. Un telefono controllato, perché appartenente a un uomo che fa parte della cerchia dei sostenitori dell’ergastolano diventato scrittore di successo.
«Sono io», si presenta Battisti, e l’interlocutore capisce subito di chi si tratta. agitato, il fuggiasco, e si sfoga con l’amico di Parigi: «Il contatto è stato interrotto e io sto nella merda! Sono solo, senza soldi e non so come fare!». L’amico cerca di tranquillizzarlo. Gli fa il nome di qualcuno che sta a Rio: «Vai da lui e ti potrà dare dei soldi, io intanto lo avverto e gli dico che ci stai andando». Battisti risponde che c’è già stato e non l’ha trovato, l’amico insiste: «Vai che ora c’è». Battisti sembra calmarsi: «Meno male, è un grande sollievo per me, perché ero nella merda». Ma poi domanda: «Perché il contatto non ha funzionato?». La linea è disturbata: «Cosa? Gli avvocati?», riescono a sentire gli intercettatori, prima che cada la comunicazione.
Dopo quella volta, sul telefonino utilizzato dall’ex terrorista gli investigatori riescono ad ascoltare diverse altre chiamate, quasi tutte da Parigi. Ma localizzare il cellulare è quasi impossibile, nonostante i buoni rapporti instaurati dall’Antiterrorismo italiano con la polizia federale brasiliana. Lì per attivare controlli sui telefoni bisogna che ci sia almeno il sospetto di un reato commesso all’interno dello Stato. Dunque gli investigatori della Polizia di prevenzione, coadiuvati nel lavoro dalla Digos milanese che ha sempre seguito il «caso Battisti», dovevano lavorare su altri indizi. Alla ricerca di tutti i possibili contatti brasiliani – compresi quelli interrotti di cui si lamentava il ricercato – inseguiti da quando l’Interpol aveva riferito la confidenza fatta da una donna a un poliziotto di Rio, nell’ottobre scorso: «Un’amica mi ha detto che in città c’è un latitante italiano proveniente dalla Francia, si chiama Cesare».
Ma tra i tanti italiani che affollano la città brasiliana, trovare quello con quattro ergastoli da scontare per gli omicidi firmati dai «Proletari armati per il comunismo» non è affatto semplice. Qualche altra traccia arriva da quel telefonino che continua a ricevere chiamate dalla Francia, e sul quale Battisti sfoga le sue ansie. Per esempio quando si lamenta di essere costretto a dormire in una pensione di infimo ordine, «con la stanza piena di specchi» come quelle usate dalle prostitute. Ripete di sentirsi seguito dalla polizia, anche se non è vero, e sospetta che il suo telefono sia sotto controllo. Forse progetta di cambiarlo, se parlando con una donna cita il nome di un vino di marca che potrebbe essere la copertura di un codice alfanumerico: facendo corrispondere un numero a ciascuna delle lettere che compongono il nome del vino, nell’interpretazione dei francesi viene fuori la nuova utenza telefonica che il fuggitivo intende utilizzare. Ma sul numero ricavato da quella combinazione non arriveranno chiamate. Su quello già noto, invece, il 12 marzo giunge la telefonata decisiva, in cui s’annuncia il viaggio della donna che di fatto ha condotto Cesare Battisti di nuovo in un carcere. Per ora brasiliano.
Il lavoro per portarlo in una prigione italiana è appena cominciato, assieme alla ricerca di altri indizi per ricostruire quello che il capo della Polizia di prevenzione, Carlo De Stefano, definisce il «notevole giro di coperture» di cui l’ex terrorista ha goduto in questi anni.
Giovanni Bianconi