Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
I nostri computer sono intasati dalle dichiarazioni di sdegno di questo o quell’uomo politico che giudica il comportamento del premier indegno, irresponsabile, intollerabile eccetera eccetera. Sono persone che hanno letto le paginate dedicate dai giornali alle telefonate tra il Cav e Tarantini e dove si parla soprattutto di ragazze da portare la sera a casa, tu ne porti tre e io ne porto quattro, poi ce le prestiamo, la patonza deve girare, la Arcuri non va bene, mi raccomando che siano basse perché noi siamo uomini di potere ma non alti, facciamo venire anche Carlo Rossella e Fabrizio Del Noce che possono farle lavorare così capiscono che abbiamo il potere eccetera eccetera. Una frase del premier ha soprattutto indignato i vari democratici, dipietristi e vendoliani: a un certo punto, per liberarsi di una scocciatrice, Berlusconi dice: «Guarda che a tempo perso faccio il presidente del consiglio», battuta che ha provocato – ieri, sabato – parecchi strappi di capelli, «non vogliamo un presidente del consiglio a tempo perso», «con i problemi che ha il paese», «pagina schifosa» e così via.
• Sta difendendo Berlusconi?
No, le telefonate rivelano il solito squallore
indegno di un uomo che ha responsabilità tanto alte e che dovrebbe essere
d’esempio. Invoco casomai un senso della misura, una capacità critica un
pochino meno grossa delle telefonate con Tarantini. Chiedersi, per dire, quanta
consistenza penale abbiano queste chiacchiere di un uomo che evidentemente non
ha la minima idea di che cos’è uno statista, domandarsi come mai finiscano a
paginate su paginate sui giornali, non nascondersi che siamo nel pieno di una
lotta politica e che, il giorno in cui Berlusconi sarà rovesciato, la tensione
giudiziaria intorno a lui cesserà di colpo, tutto sarà derubricato o
dimenticato.
• In quante inchieste è coinvolto il premier?
Dunque, ci sono le vecchie quattro, cioè il processo Mills
(per il quale domani sarà in aula, invece che in America), Ruby, il processo
Mediatrade e quello Mediaset. Poi c’è il ricorso contro i 560 milioni che ha
dovuto versare a Carlo De Benedetti per il lodo Mondadori. Adesso il giudice
Stefania Donadeo, che ha in mano la famosa storia della telefonata
Fassino-Consorte in cui si sente Fassino chiedere: «Abbiamo una banca?» (anno
2005, scalata Bnl da parte delle cooperative rosse), chiede il rinvio a
giudizio di Berlusconi per concorso nella rivelazione di segreto d’ufficio dato
che il testo di quella telefonata finì sul “Giornale” e il gip ha ricostruito
un percorso dal quale si deduce lo zampino del Cav (qui il pm in verità aveva
chiesto l’archiviazione). Nell’inchiesta di Bari, quella delle telefonate di
questi ultimi giorni, gli indagati sono i fratelli Tarantini, Sabina Began,
l’avvocato Castellaneta, il manager Faraone, le attricette Filippi e Lana, e
Massimiliano Verdoscia, l’uomo che a suo tempo aveva presentato a Berlusconi la
D’Addario. Ma non Berlusconi.
• Poi c’è Napoli.
No, lì Berlusconi non è indagato, ma testimone.
È il trucco che hanno adoperato Woodcock e gli altri per incastrarlo in un
interrogatorio senza avvocati. Il Cav non ci vuole andare.
• Perché? Se è solo un testimone…
L’ipotesi di reato è che il duo Tarantini-Lavitola abbia ricattato
Berlusconi agitando la minaccia di rivelazioni-bomba sui festini. Berlusconi
avrebbe versato a Tarantini (che è in cella) 800 mila euro per indurlo a
patteggiare e stare zitto. Berlusconi dice che non è così e che gli
ottocentomila sono il prodotto del suo cuore tenero impietosito da una famiglia
in difficoltà. Chiaramente non ci crede nessuno. A rigore, se non ci crede
nessuno, e se la versione dei fatti è quella che i giudici di Napoli fanno
circolare, Berlusconi dovrebbe essere incriminato per aver tentato di
persuadere un testimone a tacere. Ma dall’incriminazione ci si difende meglio.
Infatti, gli avvocati del Cav hanno opposto che l’interrogatorio di Berlusconi
sul caso Tarantini potrebbe nuocergli nel processo che ha in corso a Milano sul
caso Ruby, e dove è imputato. Quindi, ha diritto a presentarsi a Napoli con i
difensori. I napoletani hanno respinto questa tesi, e insistono che lo vogliono
da solo, come si fa sempre con i testimoni. Si parla di portarlo in procura con
la forza, quindi di una richiesta d’autorizzazione al parlamento. Il parlamento
avrebbe difficoltà a impedire a un testimone di andare in procura.
• Che gliene importa di avere vicino l’avvocato?
Il Cav chiama l’inchiesta di Napoli «un trappolone».
Gli avvocati devono aiutarlo a non perdere la calma. Soprattutto, con gli
avvocati ci si può avvalere della facoltà di non rispondere
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 18 settembre 2011]
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