Antonella Olivieri, Il Sole 24 Ore 18/9/2011, 18 settembre 2011
I PRIMI CINQUANT’ANNI DEL LEADER DELL’OCCHIALE CHE S’È FATTO DA SÉ
La storia di Luxottica è lunga mezzo secolo. E non può prescindere da quella del suo fondatore, Leonardo Del Vecchio – pugliese d’origine, milanese di nascita, veneto d’adozione –, riuscito a creare dal nulla la multinazionale dell’occhiale e a gestirne con successo il passaggio da un gruppo imprenditoriale a un gruppo manageriale, senza alterarne il dna. C’è un numero scaramantico nella sua vita: il 7. A sette anni il piccolo Leonardo resta orfano di padre e la madre, in ristrettezze economiche, lo manda in collegio dai Martinitt. Vi resta sette anni e quando ne esce inizia a lavorare come garzone in un’aziendina di medaglie dove uno dei maestri di bottega, scoprendone il talento come incisore, lo incoraggia a frequentare i corsi serali dell’Accademia di Brera.
Neppure ventenne, Del Vecchio si mette in proprio puntando subito sui componenti per occhiali. Un cliente soddisfatto, la Metalflex, gli offre di entrare in società. Ed è a questo punto, nel ’61, che vengono gettate le basi di Luxottica. Non a Milano, bensì ad Agordo. Il paese pedemontano si stava spopolando perchè la risorsa locale, le miniere di pirite, era ormai esaurita e il sindaco di allora, per cercare di invertire il trend, aveva deciso di regalare il terreno a chi avesse avuto voglia di iniziare una nuova attività imprenditoriale. Del Vecchio coglie l’opportunità al balzo: la manodopera è a buon mercato e il lavoro, ancora per conto terzi, non manca. Sette anni dopo, l’azienda – nel frattempo raddoppiata di dimensioni – ha bisogno di un capo officina. Del Vecchio accetta il suggerimento di un giocatore dell’Agordina, la squadra di calcio di cui è divenuto presidente, e manda a chiamare dalla Svizzera, dove era immigrato, Luigi Francavilla, un giovane, gran lavoratore e pugliese come lui, di madre veneta. «Bene – gli dice Del Vecchio – in officina avrà alle sue dipendenze sette operai». Francavilla li conta, ma ne vede solo sei. «E il settimo dov’è?», chiede. «È qui: sono io», gli risponde il "padrone" che ancora si esercitava nell’arte dell’incisione. Il sodalizio tra i due non si è mai sciolto. Oggi Francavilla è vice-presidente del gruppo e col tempo ha messo insieme un pacchetto di azioni Luxottica che vale una fortuna: 90 milioni, ai prezzi attuali, per l’1% del capitale.
Il segreto? Seguire la "retta via", senza mai deviare dal core business: il modello di integrazione verticale che realizza la crescita coprendo tutti gli stadi della produzione fino ad arrivare all’occhiale completo e nel contempo controllando i canali di distribuzione, all’ingrosso e al retail, in Italia e all’estero. Poi nel 2004, quando Del Vecchio si è avvicina alla soglia dei 70 anni e il suo gruppo è ormai leader mondiale, l’imprenditore ha la lungimiranza di avviare la trasformazione organizzativa di quella che era stato fino ad allora sostanzialmente una one-man-company, chiamando Andrea Guerra, un manager quarantenne che era alla guida della Merloni, a dirigere il gioco di squadra.
Fin qui la storia degli uomini, che non è finita se è vero – come dice l’ad – che l’investimento in risorse umane è più importante degli investimenti di capitale, che pure sono stati continui e talvolta coraggiosi. Come quella volta quando, nel ’95, Luxottica si era lanciata alla conquista del mercato Usa puntando la principale catena retail dell’ottica, LensCrafters, che era più grande di lei. Le acquisizioni le sono sempre riuscite bene, da Persol, ai "mitici" Ray-Ban, alla Sunglass Hut (prima catena al mondo per gli occhiali da sole), a Oakley (il marchio numero due dopo Luxottica), senza contare le altre operazioni più o meno grandi, più o meno note. E soprattutto lo shopping non ha mai richiesto l’intervento degli azionisti. Luxottica si è sempre finanziata da sè l’espansione, ripagando rapidamente il debito quando vi ha fatto ricorso, tant’è che ormai basta guardare al grafico dell’andamento indebitamento netto/Ebitda per capire quando i tempi sono maturi per la prossima acquisizione: quando cioè, come ora, il rapporto è sotto quota 2. Non c’è comunque solo lo shopping. In Cina, per esempio, Luxottica dieci anni fa è stata la prima società "straniera" al mondo a possedere al 100% la sua base in loco. Anche qui grazie agli uomini: il cinese Hemin Kong che, in trasferta di studio a Trieste, cercava ingaggi per tornare in patria.
La storia dei numeri, dice che questo approccio ha pagato. La società non ha mai chiesto un aumento di capitale, non ha mai chiuso in perdita e ha sempre pagato dividendo. E, come si può vedere dalla tabella di analisi su dati R&S e Il Sole-24Ore, il gruppo è cresciuto – il giro d’affari, vicino ai 6 miliardi, è per il 96% oltreconfine – mantenendo costantemente una redditività a due cifre sul rapporto margine operativo netto/fatturato. Gli investitori della prim’ora non hanno di che lamentarsi: dalla quotazione a Wall Street, nel gennaio ’90, il total return (in dollari) è stato del 3000%. Meno eclatante il 34% in euro (che sconta l’effetto cambio) dal dicembre 2000, quando Luxottica è sbarcata anche a Piazza Affari. Ma c’è ancora tempo per rifarsi. Compiuti i cinquant’anni, la multinazionale di Agordo ricomincia da sette, i sette mercati che vuole "domestici": Italia, Usa, Cina, India, Brasile, Messico e Turchia.