Valerio Cappelli, Corriere della Sera 18/9/2011, 18 settembre 2011
ROMA — E
Turandot si trasferisce sul Golfo Persico. Il sultano dell’Oman, Qabus Ben Said, è stato educato a Londra e ha una grande passione per la lirica. Inseguendo una certa idea nella mente, la scorsa estate mandò i suoi emissari all’Arena di Verona per seguire Turandot nell’allestimento di Franco Zeffirelli. Così ha deciso di investire 2 milioni e mezzo di euro portando l’opera per la prima volta nella storia del suo Paese. Debutto il 12 ottobre: Puccini secondo l’impronta disneyana di Zeffirelli. La reggia madreperlacea, la pagoda, le guglie, le maschere, il popolo pechinese di straccioni. Con l’eccezione di Placido Domingo sul podio, il brand è tutto made in Italy, orchestra e coro di Verona, i costumi di Maurizio Millenotti che si è fornito delle sete di tre sartorie italiane.
E poi Zeffirelli: «Bisogna fare un discorso educativo, non solo evocativo. Vogliono un grande avvenimento spettacolare per un teatro purtroppo costruito male, non ha soffitto, ci sono problemi per i fondali e il palcoscenico è stato modificato. Ho pensato di sostituire certe necessità tecniche con altre trovate. Il teatro storico contempla rapporti precisi tra platea e palco, qui siamo obbligati a seguire la via dei musical».
Al sultano è stato fatto presente che al Royal Opera House di Muscat si erano dimenticati i camerini, mentre abbonda di grandi saloni per i suoi ricevimenti. Ora stanno rimediando. «Non hanno una tradizione musicale analoga alla nostra, l’opera è per loro un mondo da scoprire. Anche se il palco è imparagonabile a quello dell’Arena, metto dentro tutto ciò che, per una ragione o per l’altra, non ho potuto mettere nelle mie altre edizioni. La scena degli enigmi è sorella maggiore di quella del Met di New York. Ma ci sono snodi immutabili, Turandot resta una figura statica e malvagia, che si piega al desiderio di Calaf con la bocca storta. Chi si apre all’amore è Liù, parente di Mimì. Come fai a cambiare quello che aveva nell’anima Puccini?».
Ed eccoci al punto. La posizione del regista è nota: fedeltà alla musica. Ma non ci sta a essere considerato il nemico della modernità. «Non sono un tradizionalista. Devo tenere conto che lo spettacolo è destinato a essere entertainment, non una punizione. Il problema è dei registi tedeschi e inglesi che non si innamorano di nulla se non del loro ego e delle loro virtù superficiali. È una tragedia pseudoculturale. Anch’io ho fatto esperimenti, ricordo un Rigoletto con un enorme organo sessuale che prende in giro duca e cortigiani, cantate che io intanto... Ma lo realizzai in casa di amici, ci divertimmo tra noi, fini lì. Che senso ha cantare Vissi d’arte nel bagno come ho visto fare a Londra? O la Carmen incupita di Emma Dante alla Scala?».
Non pensa che l’unica barriera sia tra buone regie e cattive regie? «Sì, ma la coerenza interpretativa è un passaggio fondamentale. I problemi nascono quando i registi prendono il sopravvento. Il fenomeno è esploso al Festival di Salisburgo nel dopo Karajan. Ormai non ride più nessuno, né soffre più nessuno. E l’opera è destinata a morire, altro che museo delle cere. Io sono pronto al nuovo, ricordo a Spoleto una bellissima Madama Butterfly di Ken Russell ambientata in Vietnam anziché a Nagasaki e funzionava benissimo». Luca Ronconi dice che le regie liriche servono a prolungare l’agonia del teatro lirico per altri cinquant’anni. «Forse anche meno... Ronconi mi fa arrabbiare, avrebbe potuto fare benissimo il regista, invece ha abbandonato le sue capacità per inventarsi ritmi nuovi». E Peter Brook, che ha fatto Don Giovanni con una sedia? «Può essere un’idea. Però come si sviluppa, tutto lì? La stilizzazione può andare per L’elisir d’amore... Quando alla Piccola Scala nel 1960 per Lo frate ’nnamorato di Pergolesi mi chiesero di sostituire Eduardo De Filippo, a cui morì la figlia a dieci giorni dal debutto, non c’erano né tempo né soldi; pensai a un materiale povero, la iuta granosa, una matassa rustica che sfrangiandosi crea effetti alla Turner. Vi sembra un’idea conservatrice? In anni recenti penso alle torri d’acciaio per Trovatore o la piramide fatta di barre d’oro e di rame per Aida, che poi a Busseto togliendo ogni traccia kolossal realizzai in tutt’altro modo, su quel palco di sette metri. Sono un allievo disciplinato dei grandi maestri, innamorato del mestiere che mi è toccato di fare. Purtroppo per i miei denigratori, alla mia età sono ancora in una posizione fortissima. Sto ultimando i bozzetti per il Don Giovanni che nel 2012 si farà per la prima volta assoluta all’Arena di Verona. Io, a 88 anni, sono rimasto giovane, raccontando Mozart e Verdi come volevano loro».