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 2011  settembre 18 Domenica calendario

E il giudice si tolse la toga «Non sopportavo più l’idiozia di troppi colleghi» - Magistrati, alzatevi! Stavolta gli impu­tati siete voi e a pro­cessarvi è un vostro collega, il giudice Edoardo Mori

E il giudice si tolse la toga «Non sopportavo più l’idiozia di troppi colleghi» - Magistrati, alzatevi! Stavolta gli impu­tati siete voi e a pro­cessarvi è un vostro collega, il giudice Edoardo Mori. Che un anno fa, come in questi giorni, decise di strapparsi di dos­so la toga, disgustato dall’impreparazio­ne e dalla faziosità regnanti nei palazzi di giustizia. «Sarei potuto rimanere fino al 2014, ma non ce la facevo più a reggere l’idiozia delle nuove leve che sui giornali e nei tiggì incarnano il volto della magi­stratura. Meglio la pensione». Per 42 anni il giudice Mori ha servito lo Stato tutti i santi i giorni, mai un’assenza, a parte la settimana in cui il figlioletto Da­niele gli attaccò il morbillo; prima per ot­to anni pretore a Chiavenna, in Valtelli­na, e poi dal 1977 giudice istruttore, giudi­ce per le indagini preliminari, giudice fal­limentare (il più rapido d’Italia, attesta il ministero della Giustizia), nonché presi­dente del Tribunale della libertà, a Bolza­no, dov’è stato protagonista dei processi contro i terroristi sudtirolesi, ha giudica­to efferati serial killer come Marco Berga­mo ( cinque prostitute sgozzate a coltella­te), s’è occupato d’ogni aspetto giurispru­denzial­e a esclusione solo del diritto di fa­miglia e del lavoro. Con un’imparzialità e una competenza che gli vengono ricono­sciute persino dai suoi nemici. Ovviamen­te se n’è fatti parecchi, esattamente come suo padre Giovanni, che da podestà di Ze­ri, in Lunigiana, nel 1939 mandò a farsi friggere Benito Mussolini, divenne antifa­scista e ospitò per sei mesi in casa propria i soldati inglesi venuti a liberare l’Italia. Mori confessa d’aver tirato un sospiro­ne di sollievo il giorno in cui s’è dimesso: «Il sistema di polizia, il trattamento del­l’imputato e il rapporto fra pubblici mini­steri e giudice so­no ancora fermi al 1930.Le forze del­l’ordine conside­rano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trat­tati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interro­gatori degenera­no in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i dirit­ti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere so­stenere l’azione del Pm». Da sempre stu­dioso di crimino­logia e scienze fo­rensi, il dottor Mo­ri è probabilmen­te uno dei­rari ma­gistrati che già pri­ma di arrivare al­l’università si era­no sciroppati il Trattato di polizia scientifica di Salva­tore Ottoleghi (1910) e il Manuale del giudice istruttore di Hans Gross (1908). Le poche lire di paghet­ta le investiva in esperimenti su come evi­denziare le impronte digitali utilizzando i vapori di iodio.Non c’è attività d’indagine (sopralluoghi, interrogatori, perizie, au­topsie, Dna, rilievi dattiloscopici, balisti­ca) che sfugga alle conoscenze scientifi­che dell’ex giudice, autore di una miriade di pubblicazioni, fra cui il Dizionario mul­tilingue delle armi , il Codice delle armi e de­gli esplosivi eil Dizio­nario dei termini giuri­dici e dei brocardi latini che vengono con­sultati da polizia, carabinieri e avvocati co­me se fossero tre dei 73 libri della Bibbia. Nato a Milano nel 1940, nel corso della sua lunga carriera Mori ha firmato alme­no 80.000 fra sentenze e provvedimenti, avendo la soddisfazione di vederne rifor­mati nei successivi gradi di giudizio non più del 5 per cento, un’inezia rispetto alla media, per cui gli si potrebbe ben adattare la frase latina che Sant’Agostino nei suoi Sermones riferiva alle questioni sottopo­ste al vaglio della curia romana o dello stes­so pontefice: «Roma locuta, causa finita». Il dato statistico può essere riportato solo perché Mori è uno dei pochi,o forse l’uni­co in Italia, che ha sempre avuto la tigna di controllare periodicamente com’erano andati a finire i casi passati per le sue ma­ni: «Di norma ai giudici non viene neppu­re comuni­cato se le loro sentenze sono sta­te confermate o meno. Un giudice può sba­gliare per tutta la vita e nessuno gli dice nulla.La corporazione è stata di un’abilità diabolica nel suddividere le eventuali col­pe in tre gradi di giudizio. Risultato: dere­sponsabilizzazione totale. Il giudice di pri­mo grado non si sente sicuro? Fa niente, condanna lo stesso, tanto- ra­giona - provvede­rà sem­mai il colle­ga in secondo gra­do a metterci una pezza. In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per pru­denza e prepara­zione, proprio per­ché dovevano por­re rimedio alle bi­scherate commes­se in primo grado dai magistrati ine­sperti. Ma oggi ba­sta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Cor­te d’appello. Non parliamo della Cassazione: leg­go sentenze scrit­te da analfabeti». Soprattutto, se il giudice sbaglia, non paga mai. «La categoria s’è auto­applicata la rego­la che viene attri­buita all’imputato Stefano Ricucci: “ È faci­le fare il frocio col sedere degli altri”. Le ri­sulta che il Consiglio superiore della magi­stratura abbia mai condannato i giudici che distrussero Enzo Tortora? E non par­liamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai ripara­to: un innocente condannato o un colpe­vole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denun­ciare le manchevolezze delle Procure». Il dottor Mori parla con cognizione di causa: ha dovuto subire ben sei provvedi­menti disciplinari e tutti per aver criticato l’operato di colleghi arruffoni e incapaci. «Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti ca­stronerie, mi permisi di scrivere al procu­ratore capo, avvertendolo che quel consu­len­te stava per esporlo a una gran brutta fi­gura. Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo”e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio. Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi so­no dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a proscio­gliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso,per aver offuscato l’im­magine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condanna­to a Napoli. Ma non potrei essere più preci­so al riguardo, perché,quando m’è arriva­ta l’ultima raccomandata dal Palazzo dei Marescialli,l’ho stracciata senza neppure aprirla. Delle decisioni dei supremi colle­ghi non me ne fregava più nulla». Perché ha fatto il magistrato? «Per laurearmi in fretta, visto che in casa non c’era da scialare.Fin da bambino me la cavavo un po’ in tutto, perciò mi sarei potuto dedicare a qualsiasi altra cosa: chi­mica, scienze naturali e forestali, mate­matica, lingue antiche. Già da pretore mi documentavo sui testi forensi tedeschi e statunitensi e applicavo regole che nessu­no capiva. Be’, no, a direil vero uno che le capiva c’era: Giovanni Falcone». Il magistrato trucidato con la moglie e la scorta a Capaci. «Mi portò al Csm a parlare di armi e balisti­ca. Ma poi non fui più richiamato perché osai spiegare che molti dei periti che i tri­bunali usavano come oracoli non erano altro che ciarlatani. Ciononostante que­sti asini hanno continuato a istruire i gio­vani magistrati e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma guai a parlar male dei pe­riti ai Pm: ti spianano. Pensi che uno di lo­ro, utilizzato anche da un’università ro­mana, è riuscito a trovare in un residuo di sparo tracce di promezio, elemento chi­mico non noto in natura, individuato so­lo al di fuori del sistema solare e prodotto in laboratorio per decadimento atomico in non più di 10 grammi». Per quale motivo i pubblici ministeri scambiano i periti per oracoli? «Ma è evidente! Perché i periti offrono ai Pm le risposte desiderate, gli forniscono le pezze d’appoggio per confermare le lo­ro tesi preconcette. I Pm non tollerano un perito critico,lo vogliono disponibile a so­stenere l’accusa a occhi chiusi. E siccome i periti sanno che per lavorare devono far contenti i Pm, si adeguano». Ci sarà ben un organo che vigila sul­l’operato dei periti. «Nient’affatto, in Italia manca totalmen­te un sistema di controllo. Quando entrai in magistratura, nel 1968, era in auge un perito che disponeva di un’unica referen­za: aver recuperato un microscopio ab­bandonato dai nazisti in fuga durante la seconda guerra mondiale. Per ottenere l’inserimento nell’albo dei periti presso il tribunale basta essere iscritti a un ordine professionale. Per chi non ha titoli c’è sempre la possibilità di diventare perito estimatore, manco fossimo al Monte di pietà. Ci sono marescialli della Guardia di finanza che, una volta in pensione, ot­tengono dalla Camera di commercio il ti­tolo di periti fiscali e con quello vanno a far danni nelle aule di giustizia». Sono sconcertato. «Anche lei può diventare perito: deve solo trovare un amico giudice che la nomini. I tribunali rigurgitano di tuttologi, i quali si vantano di potersi esprimere su qualsiasi materia, dalla grafologia alla dattilosco­pia. Spesso non hanno neppure una lau­rea. Nel mondo anglosassone vi è una tale preoccupazione per la salvaguardia dei di­­ritti dell’imputato che, se in un processo si scopre che un perito ha commesso un er­­rore, scatta il controllo d’ufficio su tutte le sue perizie prece­denti, fino a proce­dere all’eventuale revisione dei pro­cessi. In Italia per­i­ti che hanno preso cantonate clamo­rose continuano a essere chiamati da Pm recidivi e imperterriti, co­me se nulla fosse accaduto». Può fare qual­che caso con­creto? «Negli accerta­menti sull’attenta­to a Falcone ven­nero ricostruiti in un poligono di tiro - con costi miliar­dari, parlo di lire- i 300 metri dell’au­tostrada di Capaci fatta saltare in aria da Cosa nostra, per scoprire ciò che un esperto già avrebbe potuto di­re a vista con buo­n­aapprossimazio­ne e cioè il quanti­tativo di esplosivo usato. È chiaro che ai fini processuali po­co importava che fossero 500 o 1.000 chili. Molto più interessante sarebbe stato indi­viduare il tipo di esplosivo. Dopo aver co­struito il tratto sperimentale di autostra­da, ci si accorse che un manufatto recente aveva un comportamento del tutto diver­so rispetto a un manufatto costruito oltre vent’anni prima. Conclusione: quattrini gettati al vento. Nel caso dell’aereo Itavia, inabissatosi vicino a Ustica nel 1980, gli esami chimici volti a ricercare tracce di esplosivi su reperti ripescati a una profon­dità di circa 3.500 metri vennero affidati a chimici dell’Università di Napoli, i quali in udienza dichiararono che tali analisi esulavano dalle loro competenze. Però in precedenza avevano riferito di aver trova­to tracce di T4 e di Tnt in un sedile dell’ae­reo e­questa perizia ebbe a influenzare tut­te le successive pasticciate indagini, orien­t­ate a dimostrare che su quel volo era scop­piata una bomba. Vuole un altro esempio di imbecillità esplosiva?». Prego. Sono rassegnato a tutto. «Per anni fior di magistrati hanno cercato di farci credere che il plastico impiegato nei più sanguinosi attentati attribuiti al­l’estrema destra, dal treno Italicus nel 1974 al rapido 904 nel 1984, era stato recuperato dal lago di Garda, precisamente da un’isoletta, Tri­melone, davanti al litorale fra Mal­cesine e Torri del Benaco, militariz­zata fin dal 1909 e adibita a santa­barbara dai nazi­sti. Al processo per la strage di Bo­logna l’accusa fi­nì nel ridicolo per­ché nessuno dei periti s’avvide che uno degli esplosivi, asserita­mente contenuti nella valigia che provocò l’esplo­sione e che pare­v­a fosse stato ripe­scato nel Benaco dai terroristi, era in realtà contenu­to solo nei razzi del bazooka M20 da 88 millimetri di fabbricazione statunitense, entrato in servizio nel 1948. Un po’ dura dimostrare che lo avessero già i tedeschi nel 1945». Ormai non ci si può più fidare neppure dell’esame del Dna,basti vedere la ma­gra figura rimediata dagli inquirenti nel processo d’appello di Perugia per l’omicidio di Meredith Kercher. «Si dice che questo esame presenti una probabilità d’errore su un miliardo. Fal­so. Da una ricerca svolta su un database dell’Arizona,contenente 65.000 campio­ni di Dna, sono saltate fuori ben 143 corri­spondenze. Comunque era sufficiente ve­dere i filmati in cui uno degli investigatori sventolava trionfante il reggiseno della povera vittima per capire che sulla scena del delitto era intervenuta la famigerata squadra distruzione prove. A dimostra­zione delle cautele usate, il poliziotto in­dossava i guanti di lattice. Restai sbigotti­to vedendo la scena al telegiornale. I guan­ti s­ervono per non contaminare l’ambien­te col Dna dell’operatore, ma non per ma­nipolare una possibile prova, perché do­po due secondi che si usano sono già in­quinati. Bisogna invece raccogliere cia­scun reperto con una pinzetta sterile e monouso. I guan­ti non fanno altro che trasportare Dna presenti nel­l’a­mbiente dal pri­mo reperto mani­polato ai reperti successivi. E infat­ti ad­esso salta fuo­ri che sul gancetto del reggipetto c’erail Dna anche della dottoressa Carla Vecchiotti, una delle perite che avrebbero do­vuto isolare con certezza le even­t­uali impronte ge­netiche di Raffae­le Sollecito e Amanda Knox. Non è andata me­glio a Cogne». Cioè? «In altri tempi l’in­da­gine sulla tragi­ca fine del piccolo Samuele Lorenzi sarebbe stata chiusa in mezza giornata. Gli infi­niti sopralluoghi hanno solo dimo­s­trato che quelli precedenti non erano sta­ti esaustivi. Il sopralluogo è un passaggio delicatissimo, che non consente errori. Gli accessi alla scena del delitto devono essere ripetuti il meno possibile perché ogni volta che una persona entra in un am­biente introduce qualche cosa e porta via altre cose. Ma il colmo dell’ignominia è stato toccato nel caso Marta Russo». Si riferisce alle prove balistiche sul proiettile che uccise la studentessa nel cortile dell’Università La Sapien­za di Roma? «E non solo. S’è preteso di ricostruire la traiettoria della pallottola avendo a dispo­sizione soltanto il foro d’ingresso del pro­­iettile su un cranio che era in movimento e che quindi poteva rivolgersi in infinite di­rezioni. In tempi meno bui, sui libri di geo­metria del ginnasio non si studiava che per un punto passano infinite rette? Dopo­diché sono andati a grattare il davanzale da cui sarebbe partito il colpo e hanno an­nunciato trionfanti: residui di polvere da sparo, ecco la prova! Peccato che si trattas­se invece di una particella di ferodo per fre­ni, di cui l’aria della capitale pullula a cau­sa del traffico. La segretaria Gabriella Al­letto è stata inter­rogata 13 volte con metodi poli­zieschi per farle confessare d’aver visto in quell’aula gli assistenti Gio­vanni Scattone e Salvatore Ferra­ro. Uno che si comporta così, se non è un pubbli­co ministero, vie­ne indagato per violenza privata. Un Pm non può usare tecniche da commissario di pubblica sicurez­za, anche se era il metodo usato da Antonio Di Pie­tro, che infatti è un ex poliziotto». Un sistema che ha fatto scuola. «La galera come mezzo di pressio­ne sui sospettati per estorcere con­fessioni. Le ma­nette sono diven­tate un moderno strumento di tor­tura per acquisire prove che mancano e per costringere a parlare chi, per legge, avrebbe invece diritto a tacere». Che cosa pensa delle intercettazioni te­lefoniche che finiscono sui giornali? «Non serve una nuova legge per vietare la barbarie della loro indebita pubblicazio­ne. Quella esistente è perfetta, perché or­dina ai Pm di scremare le intercettazioni utili all’indagine e di distruggere le altre. Tutto ciò che non riguarda l’indagato va coperto da omissis in fase di trascrizione. Nessuno lo fa: troppa fatica. Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia cane, almeno in Italia. In Ger­mania, invece, esiste uno specifico reato. Rechtsverdrehung , si chiama. È lo stravol­gimento del diritto da parte del giudice». Come mai la giustizia s’è ridotta così? «Perché, anziché cercare la prova logica, preferisce le tesi fantasiose, precostituite. Le statistiche dimostrano invece che nel­la quasi totalità dei casi un delitto è banale e che è assurdo andare in cerca di soluzio­ni da romanzo giallo. Lei ricorderà senz’al­tro il rasoio di Occam, dal nome del filoso­fo medievale Guglielmo di Occam». In un ragionamento tagliare tutto ciò che è inutile. «Appunto. Le regole logiche da allora non sono cambiate. Non vi è alcun moti­vo per complicare ciò che è semplice. Il “cui prodest?” è risolutivo nel 50 per cen­to dei delitti. Chi aveva interesse a uccide­re? O è stato il marito, o è stata la moglie, o è stato l’amante, o è stato il maggiordo­mo, vedi assassinio dell’Olgiata, confes­sato dopo 20 anni dal cameriere filippino Manuel Winston. Poi servono i riscontri, ovvio. In molti casi la risposta più banale è che proprio non si può sapere chi sia l’autore di un crimine. Quindi è insensa­to volerlo trovare per forza schiaffando in prigione i sospettati». Ma perché si commettono tanti errori nelle indagini? «I giudici si affidano ai laboratori istituzio­nali e ne accettano in modo acritico i re­sponsi. Nei rari casi in cui l’indagato può pagarsi un avvocato e un buon perito, l’esperienza dimostra che l’accertamen­to iniziale era sbagliato. I medici i loro er­rori li nascondono sottoterra, i giudici in galera. Paradigmatico resta il caso di Etto­re Grandi, diplomatico in Thailandia, ac­cusato nel 1938 d’aver ucciso la moglie che invece si era suicidata. Venne assolto nel 1951 dopo anni di galera e ben 18 peri­zie medico-legali inconcludenti». E si ritorna alla conclamata inettitudi­ne dei periti. «L’indagato innocente avrebbe più van­taggi dall’essere giudicato in base al lan­cio di una monetina che in base a delle pe­rizie. E le risparmio l’aneddotica sulla vo­racità dei periti». No, no, non mi risparmi nulla. «Vengono pagati per ogni singolo elemen­to esaminato. Ho visto un colonnello, inca­ricato di dire se 5.000 cartucce nuove fosse­ro ancora utilizzabili dopo essere rimaste in un ambiente umido, considerare ognu­na delle munizioni un reperto e chiedere 7.000 euro di compenso, che il Pm gli ha li­quidato: non poteva spararne un caricato­re? Ho visto un perito incaricato di accerta­re se mezzo container di kalashnikov nuo­vi, ancora imballati nella scatola di fabbri­ca, fossero proprio kalashnikov. I 700-800 fucili mitragliatori sono stati computati come altrettanti reperti. Parcella da centi­naia di migliaia di euro. Per fortuna è stata bloccata prima del pagamento». In che modo se ne esce? «Nel Regno Unito vi è il Forensic sciences service, soggetto a controllo parlamenta­re, che raccoglie i maggiori esperti in ogni settore e fornisce inoltre assistenza scien­tifica a oltre 60 Stati esteri. Rivolgiamoci a quello. Dispone di sette laboratori e im­piega 2.500 perso­ne, 1 .600 delle quali sono scien­ziati di riconosciu­ta autorità a livel­lo mondiale». E per le altre magagne? «In Italia non esi­ste un­testo che in­segni come si con­duce un interroga­torio. La regola fondamentale è che chi interroga non ponga mai do­m­ande che antici­pino le risposte o che lascino inten­dere ciò che è no­to al pubblico mi­n­istero o che forni­scano all’arresta­t­o dettagli sulle in­dagini. Guai se il magistrato fa una domanda lunga a cui l’inquisito de­ve rispondere con un sì o con un no. Una palese viola­zione di questa re­gola elementare s’è vista nel caso del delitto di Avetrana. Il primo interroga­torio di Michele Misseri non ha consenti­to di accertare un fico secco perché il Pm parlava molto più dello zio di Sarah Scaz­zi: bastava ascoltare gli scampoli di con­versazione incredibilmente messi in on­da dai telegiornali. Ci sarebbe molto da di­re anche sulle autopsie». Ci provi. «È ormai routine leggere che dopo un’au­topsia ne viene disposta una seconda, e poi una terza, quando non si riesumano addirittura le salme sepolte da anni.Ciò di­mostra solamente che il primo medico le­gale non era all’altezza. Io andavo di perso­na ad assistere agli esami autoptici, spes­so ho dovuto tenere ferma la testa del mor­to mentre l’anatomopatologo eseguiva la craniotomia. Oggi ci sono Pm che non hanno mai visto un cadavere in vita loro». Ma in mezzo a questo mare di fanghi­glia, lei com’è riuscito a fare il giudice per 42 anni, scusi? «Mi consideri un pentito. E un correspon­sabile. Anch’io ho abusato della carcera­zione preventiva, ma l’ho fatto, se mai può essere un’attenuante, solo con i pre­giudicati, mai con un cittadino perbene che rischiava di essere rovinato per sem­pre. Mi autoassolvo perché ho sempre la­vorato per quattro. Almeno questo, tutti hanno dovuto riconoscerlo». Non è stato roso dal dubbio d’aver con­dannato un innocente? «Una volta sì. Mi ero convinto che un im­p­iegato delle Poste avesse fatto da basista in una rapina. Mi fidai troppo degli inve­stigatori e lo tenni dentro per quattro- cin­que mesi. Fu prosciolto dal tribunale». Gli chiese scusa? «Non lo rividi più, sennò l’avrei fatto. Lo faccio adesso. Ma forse è già morto». Intervistato sul Corriere della Sera da Indro Montanelli nel 1959, il giorno dopo essere andato in pensione, il pre­sidente della Corte d’appello di Mila­no, Manlio Borrelli,padre dell’ex pro­curatore di Mani pulite, osservò che «in uno Stato bene ordinato, un giudi­ce dovrebbe, in tutta la sua carriera e impegnandovi l’intera esistenza, stu­diare una causa sola e, dopo trenta o quarant’anni,concluderla con una di­chiarazione d’incompetenza». «In Germania o in Francia non si parla mai di giustizia. Sa perché? Perché funzio­na bene. I magistrati sono oscuri funziona­ri dello Stato. Non fanno né gli eroi né gli agitatori di popolo. Nessuno conosce i lo­ro nomi, nessuno li ha mai visti in faccia». Si dice che il giudice non dev’essere so­lo imparziale: deve anche apparirlo. Si farebbe pro­cessare da un suo collega che arriva in tribu­nale con Il Fat­to Quotidiano sotto braccio? Cito questa te­stata perché di trovarne uno che legga Il Giornale non m’è mai capita­to. «Ho smesso d’an­dare ai convegni di magistrati da quando, su 100 partecipanti, 80 si presentavano con La Repubbli­ca e parlavano so­lo di politica. Tut­ti espertissimi di trame, nomine e carriere, tranne che di diritto». Quanti sono i giudici italiani dai quali si la­scerebbe pro­c­essare serena­mente? «Non più del 20 per cento. Il che collima con le leggi socio­logiche secondo cui gli incapaci rappre­sentano almeno l’ 80 per cento dell’umani­tà, come documenta Gianfranco Livraghi nel suo saggio Il potere della stupidità ». Perché ha aspettato il collocamento a riposo per denunciare tutto questo? «A dire il vero l’ho sempre denunciato,fin dal 1970. Solo che potevo pubblicare i miei articoli unicamente sul mensile Dia­na Armi . Ha chiuso otto mesi fa».