Max Cassani, La Stampa 18/9/2011, 18 settembre 2011
A New York si dice che se sei un giocatore dell’Nba e non sei mai stato «battezzato» sul campo del Rucker Park non sei un vero giocatore di basket
A New York si dice che se sei un giocatore dell’Nba e non sei mai stato «battezzato» sul campo del Rucker Park non sei un vero giocatore di basket. Sì, insomma, un conto è la pallacanestro patinata del parquet, un altro i playground in cemento di Harlem o Brooklyn, celebrati anche dal cinema (esempio: «Chi non salta bianco è» di Ron Shelton, 1992) come luoghi di riscatto o redenzione per la gioventù bruciata. Niente palazzetti né tribune: campi all’aperto con canestri a volte sgangherati e senza retina, dove le dimensioni sono un optional, non fosse per le gabbie metalliche che li delimitano. Ora la moda è arrivata anche da noi. Non che sia una rivoluzione: solo che una volta per tutti era il parco giochi, e imperava la legge del pallone. Oggi lo chiamano playground come nei quartieri neri di Los Angeles o Chicago, e oltre a calcio si gioca a streetball (il basket di strada) ma anche a tennis e pallavolo. «Il playground è uno sport ma anche una palestra di vita - dice Matteo Bruni, di streetball360.it, sito di riferimento del movimento in Italia -. Si gioca con sole, pioggia o vento. Per passione. Ogni campo ha le sue regole e si può giocare 5 contro 5 ma anche 3 contro 3 oppure uno contro uno». Una manciata di tornei fino a pochi anni fa, oggi il movimento street cresce giorno dopo giorno, forse anche per il traino seguito all’ingaggio dei nostri Bargnani, Gallinari e Belinelli da parte dell’Nba, l’empireo americano del basket. «Nei primi sei mesi di attività siamo riusciti a creare un circuito nazionale con più di cento eventi», si vanta David Restelli, presidente degli Amici del Campetto e anche della sedicente Federazione italiana streetball. I campi più consumati sono a Bologna (Giardini Margherita), Modena, Pontedera, Milano (Parco Sempione). A contendersi le ultime finali a Cesenatico erano in 200 suddivisi in 50 squadre ma la stima è che il morbo della pallacanestro di strada contagi circa 30 mila streetballers in tutta Italia. Tutti fulminati sulla via del canestro. «Al campetto impari a usare l’istinto - spiga Bruni -. Sei il coach di te stesso, sei tu che decidi cosa fare e nessuno ti rimprovera se sbagli o se fai un tiro difficile. La fantasia: ecco quello che conta». Eppure le emozioni che ti regala fare un assist o segnare il canestro della vittoria sono le stesse che si provano in un palazzetto da 20mila posti. Con una differenza: il playground è gratis. Non si pagano quote d’iscrizione e possono giocare tutti. Idem per il calcio di strada (lo street soccer), dove più della tattica conta la tecnica, e più giochetti sai fare con il pallone tra i piedi più sei apprezzato dalla crew. Lo sanno bene i partecipanti al variopinto «Street Match» sponsorizzato da Red Bull, mentre Nike sul freestyle pallonaro ha addirittura costruito una campagna di marketing («Joga Bonito»). Il playground è pop e democratico: arrivi già in pantaloncini, butti la bici per terra, saluti e se c’è posto inizi subito a giocare. Ma non è roba da signorine: «Il basket di strada è più duro e le partite sono interminabili - continua Bruni -. Chi fa canestro tiene il pallone e chi perde la partita esce dal campo per lasciare posto a un’altra squadra». I tornei più importanti richiamano migliaia di spettatori e si disputano nelle piazze di Parigi, Colonia, Mosca. La stessa Nba ogni estate organizza un tour europeo che fa tappa anche a Roma e Milano. L’evento più scenografico di tutti ha però come cornice l’isola di Alcatraz, nella baia di San Francisco. È il «King of the Rock»: nel cortile del carcere si sfidano uno contro uno i migliori giocatori della West Coast. A fare da contorno, musica hip-hop ed esibizioni di freestyler (vi ricordate gli Harlem Globetrotters? Li abbiamo anche in Italia e si chiamano Da Move). Sport e show, come nella migliore tradizione americana. L’ultima curiosità è Fubles, una «app» per iPhone pensata per organizzare partite di basket, volley o calcetto nel proprio quartiere. Che sia Quarto Oggiaro oppure il Bronx.