Angelo Aquaro, la Repubblica 18/9/2011, 18 settembre 2011
IL PIU’ GRANDE PAPARAZZO DEL MONDO
Marlon Brando gli ha rotto il muso, Jackie Kennedy voleva spedirlo in galera e Frank Sinatra prima gli gridò «guappo!» e poi lo ringraziò con un biglietto: «Viva l´Italia!». Sotto il fuoco della sua Nikon F2 - obiettivo Ascor 1600 - è passata tutta la dolce vita d´America. Ma Ron Galella, il paparazzo più famoso del mondo, ha un rammarico solo: aver mancato il suo maestro. «Henri Cartier-Bresson: da lui ho imparato tutto. Lo inseguii all´uscita di un museo. Dovevo assolutamente conoscerlo. Certo, con la macchina fotografica in mano. Mi appostai all´ingresso: c´era una bella limousine. Invano. Uscì dall´altra parte. Eh Eh Eh».
A ottant´anni Galella non ha perso quella risatina che faceva indiavolare le sue prede: eh eh eh. Ma sotto l´intercalare nevrotico anche i paparazzi piangono. Per il suo compleanno la moglie Betty gli ha organizzato a luglio una festa a sorpresa: e come segnaposto i dolcetti a forma d´Italia con lo zucchero colorato di bianco rosso e verde. «Papà parlava broken English, l´inglese sporco degli immigrati. Era arrivato da un paese che si chiama Muro Lucano e in fondo tutta la mia vita ha avuto davvero un obiettivo solo: scavalcare quel muro. La povertà mi ha aiutato. Non avevo soldi per aprirmi uno studio. Mio padre faceva il falegname. Specialità: le bare. Abitavamo nel Bronx: 12 miglia da Manhattan. Così scendevo in città per trovare il lavoro dov´era: mostre, party, Broadway, cinema. Poi tornavo a casa a sviluppare. È stata la mia fortuna. Fossi stato ricco mi sarei fatto lo studio in città. Invece di cercare la verità per strada».
Oggi il Bronx è lontano due ore. Il fotografo celebrato da una caterva di mostre - due in Spagna questa primavera e quest´autunno un tour tra Londra, Parigi e Montecarlo - vive nascosto in questo angolo di campagna del New Jersey. Una villona a tre piani che ha disegnato lui stesso all´insegna di uno dei suoi idoli italiani, Palladio. «L´Italia mi ha dato tutto. Michelangelo, Raffaello. Eh eh eh». La casa per la verità è così gioiosamente pacchiana che i produttori de I Soprano volevano usarla nei telefilm. «Eh eh eh. Qui c´è tutta la mita». Alle pareti è appeso il secolo di celluloide. Tutti gli scatti di Galella. Liz Taylor. Madonna e Sean Penn. John e Yoko. Sinatra. Bruce Springsteen. «Lo impari dai grandi pittori: la composizione è tutto. Vedi quella? David Bowie e John Lennon. Bowie è la moglie e Lennon il marito». Scusi? «Non puoi avere due sguardi nell´obiettivo. È la tecnica delle foto di nozze: lo sposo che guarda la moglie che guarda in camera». E in questo caso la moglie sarebbe Bowie? «Eh eh eh».
La foto che vale di più naturalmente è quella di Jackie davanti a Central Park: cinquemila dollari la copia firmata. La seconda? Robert Redford alla fontanina del Village. La terza? «Boh: so benissimo qual è la mia preferita. Vedete Sophia Loren? Era l´una del mattino in quel locale di Hollywood. Aveva appena incrociato lo sguardo di Omar Sharif: "Dicono che gli italiani hanno gli occhi più belli del mondo: nessuno s´è mai soffermato su quelli degli egiziani"».
Paparazzo è la parola che Galella rubò a Fellini per descrivere il suo stile: «Ma di quel film meraviglioso non mi piaceva proprio quel personaggio: troppo cinico. Io non sono così. Mi riempirono di soldi per volare nel Principato di Monaco al funerale di Grace Kelly. No grazie. Preferivo ricordarla bellissima. Non che mi vergognassi di saltar fuori ai funerali. A quello di Jimmy Durante beccai Marlon Brando fuori dalla chiesa. Con lui c´era stato quel contenzioso...». Contenzioso? La celebrità di Galella è bollata da due cause: quella persa con Jackie e quella vinta con Marlon. «Mi fece saltare due denti. Per carità: "boxing con le star" in questo mestiere è normale e ci ho fatto anche uno dei miei dieci libri. Ma quella volta non so che gli prese. Spesso tra noi la lite è una finzione: un gioco per farsi pubblicità. Vedi lì Mick Jagger che in auto mi fa il dito medio? Lo scatto successivo sarebbe stato: ciao Ron! Ma quella volta Marlon...». Un anno dopo Ron lo inseguì provocatoriamente col casco. «Ebbi questa idea e chiamai dietro un mio amico. Mi presentai con un casco da football e cominciai a scattare. Della serie: e adesso colpiscimi. È la foto di me che ha fatto il giro del mondo».
Il paparazzo col casco? «Oggi è diverso. Anche perché non ci sono più i divi di una volta. Soprattutto le dive. Guarda questa foto: Nicole Kidman è una delle mie ultime. Alta, snella. Ma le altre? Madonna è piccolina. Mariah Carey è piccolina. Anche Liz Taylor era piccolina: ma due tettone... Eh eh eh». Lady Gaga? «Mai incontrata, ma sì che mi piacerebbe. E poi è italiana: e si vede. Una che ha fegato, il coraggio dell´esibizionismo. Del trucco. Del travestimento. Quello è il divismo vero. Così si fa». Che cos´è il divismo gliel´ha insegnato il suo amico più grande: Andy Warhol. «Avevamo la stessa malattia: io la chiamo "malattia sociale". Se c´era un party, una festa, un evento noi c´eravamo».
Ma la storia di Ron Galella è la storia della donna che gli ha cambiato la vita: Jackie. «Smash his camera!»: rompigli la macchina! L´ordine dell´ex first lady agli uomini del servizio segreto è diventato perfino il titolo di un film di Stuart Schlesinger. E la foto di Jackie capelli al vento è un´icona indimenticabile. «Io la chiamo la mia Monna Lisa. In studio non avresti mai ottenuto un sorriso simile. Quanto tempo ho passato sotto casa? 1400 Fifth Avenue. Angolo 85esima. Praticamente lavoravo lì. Ricordo ancora quel giorno: 7 ottobre 1971. Arrivo e lei esce dalla porta di servizio. La seguo? Non l´avrei mai beccata. Prendo un taxi al volo. Quello le arriva sotto sotto e quasi non ci crede che è Jackie. Fa tutto lui: strombazza pow pow! Jackie si gira e... zac!». La sventurata sorrise.
La storia di quel tormento finisce a processo un anno dopo. «Ma non per colpa di quello scatto. Lei non tollerava che l´avessi beccata con John John. Capisco. Ma allora erano altri tempi». La causa diventa una copertina di Life: «Jackie contro il cacciatore di Jackie». 31 marzo 1972. Per Ron è il trionfo. Ma anche la condanna: «Mai più un suo scatto. Mi fossi avvicinato ancora a lei o John o Caroline rischiavo ventimila dollari. E sette anni di carcere». L´ultima volta che si avventura sotto quell´indirizzo mitico è proprio l´ultima. «19 maggio 1994. Il giorno della morte. Fu quasi un pellegrinaggio, un dovere. E senza macchina fotografica, ci mancherebbe. Hanno detto che era il mio amore segreto, ma va´. Un´ossessione sì: di bellezza. Ricordo ancora quella sera all´uscita di un ristorante. Mi inchiodò con lo sguardo, la sigaretta in mano: "Sono tre anni che mi tormenti". Però in casa aveva il libro che realizzai con i suoi ritratti. E le foto ora sono alla Kennedy Library di Boston».
Altri tempi. «Oggi i paparazzi sono tutti uguali: soldi soldi soldi. La morte di Lady Diana ha cambiato tutto? Forse. Ma la colpa non è loro: quell´autista era ubriaco. A Lady D i paparazzi piacevano. L´ho vista farlo anche con me: ragazzi non ora. E dopo era lei stessa a presentarsi. Magari quella sera se glielo avessero chiesto lei avrebbe risposto come al solito: ragazzi non ora. Certo che l´avrebbero inseguita comunque, ma non a duecento all´ora in quel tunnel della morte». La principessa sembra annuire con un sorriso, incorniciata sul muro di fronte. Poi Ron Galella spegne la luce anche su di lei.