Marco Belpoliti, La Stampa 18/9/2011, pag. 42, 18 settembre 2011
CAMMINARE
Celati, il segreto di un camminatore delle pianure Lo scrittore: ’’Il metodo giusto per narrare è di stancarsi tanto: perché se fai così le parole vanno avanti a modo loro’’.
All’inizio degli Anni Ottanta Gianni Celati si è messo in cammino lungo le pianure del Po. Ha vagato a lungo, in cerca di luoghi e persone, di storie e racconti. Lo ha fatto, almeno per un tratto, in compagnia di fotografi, Luigi Ghirri e gli altri autori di un indimenticabile album e mostra: Viaggio in Italia. Il frutto di quelle camminate sono almeno tre libri, due dei quali diventati proverbiali nella letteratura italiana, tra i più bei libri degli ultimi trent’anni: Narratori delle pianure (1985) e Verso la foce (1989). Il primo, un novellino contemporaneo di storie quotidiane; il secondo, un diario di viaggio straordinario per semplicità e poesia, un ritratto dell’Italia dopo il passaggio della nube di Cernobil, delle foci del Po, vuote e disabitate. Poi, alla fine degli Anni Novanta, si è spostato sempre più lontano, iniziando una serie di viaggi e camminate altrove, nel Senegal, da cui sono nati altri quaderni e appunti di viaggio: Avventure in Africa, un libro, e anche piccoli reportage sul Sud dell’Italia apparsi in riviste; e ancora tanti taccuini, da cui lo scrittore ferrarese non ha mai tratto opere da dare alle stampe, motivo invece di racconti orali e discorsi pubblici, con amici, conoscenti, perfetti sconosciuti. Poi sono venuti i documentari, dedicati alla Pianura, a Ghirri, alle case che crollano, tre dei quali pubblicati da Fandango in un cofanetto, non a caso intitolato Cinema all’aperto, da poco in distribuzione; e uno che uscirà prossimamente da Feltrinelli, su un villaggio del Senegal.
Celati ha sempre camminato, come dice lui stesso, e ha fatto di quest’attività uno degli elementi importanti della sua persona. «Mi piace passare le giornate camminando, se non camminassi mi sarei già sparato. Ho bisogno di passare almeno due ore al giorno camminando. Per fortuna a Brighton, dove vivo, ci sono le colline che salgo e scendo. Camminare è un andare a vanvera, senza meta e senza scopo. In Africa mi piace stare con la gente perché cammina sempre, passo a passo, invece che passare la vita seduti, come si fa da noi». Che rapporto c’è tra la sua scrittura e il camminare? «Ho capito che il modo giusto per scrivere era di stancarsi tanto. Camminavo moltissimo, poi mi mettevo a scrivere per mezz’ora. Uscivo alle 9 del mattino, sui colli bolognesi, e rientravo alle 17. Mi davo mezz’ora di tempo, per scrivere le pagine del Lunario del paradiso senza riguardare quello che scrivevo. Quando poi ho scritto Narratori delle pianure, facevo lezione al Dams. Era inverno, lo ricordo, avevo il cappotto. Andavo di corsa verso casa, che era distante due chilometri, arrivavo e scrivevo. Se la novella non veniva bene in quel tempo, la buttavo». Cosa voleva ottenere con queste camminate? «Credo che sia un metodo come un altro per non essere consapevoli, per far sì che le parole vadano avanti a modo loro». Lei considera Robert Walser un maestro del camminare, oltre che dello scrivere. «Sì, è stato un camminatore, un nomade, sia quando era in città sia quando poi è entrato in manicomio. Purtroppo non so troppo bene il tedesco per seguirlo nei suoi estri di camminatore. Quando ero in Germania ho anche provato a tradurlo. Se c’è una cosa che mi attira verso di lui sono i suoi microgrammi: nello scrivere si perde, un camminare a vanvera. Seguire l’andare: la penna che cammina da sola. Scriveva tanto in piccolo che per molti anni questi testi sono stati considerati degli scarabocchi. Scrive, e va via con la testa; questo è il parallelo con il camminare. Lo invidio per questo». Anche da ragazzo era un camminatore, come il suo Guizzardi o Garibaldi della Banda dei sospiri? «Da ragazzo io ero considerato l’idiota della famiglia, un po’ lo stupido. Ermanno Cavazzoni ha fatto una sua teoria: nella crescita si arriva sino a una certa età e poi ci si ferma. Io, dice, mi sarei fermato a diciotto anni, lui a ventuno. Mi vede come un idiota fermo a diciotto. Probabilmente ha ragione lui. Non so bene cosa voglia dire questo. Ma per tornare alla questione del camminare, quando ero bambino, a sei o sette anni, e vivevo sul Piave coi miei genitori, tornavo a casa a mangiare a mezzogiorno, mangiavo in fretta, poi correvo fuori, e così di nuovo alla sera. La mia famiglia mi ha concesso questo privilegio: non mi sorvegliava, mi lasciava libero. Erano altre epoche». Era durante la guerra? «Sì, per andare a scuola dovevo fare cinque chilometri a piedi. E c’erano i tedeschi con le mitragliatrici puntate e io ci passavo davanti. Mi dicevo: mica mi sparano... Stavo fuori, in giro, tutto il giorno. Ho ritrovato questa bellezza del camminare quando ho cominciato a fare i documentari, a stare in giro con le persone della troupe: stare fuori dalla mattina alla sera con questi amici, con cui siamo diventati fratelli: Paolo Muran, Lamberto Borsetti, Luca Boelli». E camminano sempre in giro per una città mai nominata, ma che potrebbe essere la Ferrara della sua giovinezza, anche i protagonisti di Vite di pascolanti? «Sono come giovani animali che pascolano, vanno in giro senza meta, i protagonisti delle storie di Costumi degli italiani... ». Alla fine di questa conversazione, prima di congedarsi, Celati mi legge direttamente dal video del computer, che porta con sé come se fosse un astuccio con penne e matite, una sua vecchia poesia dell’inizio degli Anni Sessanta, ritrovata in una rivista diretta allora da un suo giovane compagno di università, Adriano Spatola. Non a caso s’intitola Una giornata di Vera Evans in viaggio turistico attraverso l’Italia, Ravenna e Ferrara. Contiene già la poesia malinconica, saggia e insieme rassegnata, ma anche rasserenata, dei racconti degli Anni Ottanta: un andare attraverso la bellezza del mondo visibile.