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 2011  settembre 18 Domenica calendario

In questi giorni esce da Feltrinelli l’ultimo libro dello scrittore Ala alAswani, «La rivoluzione egiziana»

In questi giorni esce da Feltrinelli l’ultimo libro dello scrittore Ala alAswani, «La rivoluzione egiziana». È una raccolta di articoli o di racconti? «Un po’ entrambe le cose. Scrivo un articolo a settimana, ma di fatto sono racconti. Vengono pubblicati anche su Internet, poi sono tradotti in inglese e ripresi anche in Italia. Abbiamo messo insieme quelli scritti prima e dopo la rivoluzione». Si aspettava quello che è accaduto? «Da tempo sostenevo che una sollevazione era nell’aria, ero uno dei pochi a crederci. Poi è successo davvero ed è stato persino troppo bello, a tratti mi sembrava di sognare a occhi aperti. Penso che sia una grande vittoria: ha obbligato Mubarak a dimettersi e a farsi processare». Qual è il suo giudizio sulla transizione? «Molte delle decisioni prese dal Consiglio militare non mi sono piaciute. Penso che serva più pressione popolare, ora è fondamentale proteggere la rivoluzione». E i Fratelli musulmani? «Hanno partecipato alla rivoluzione solo in parte e tardivamente. Sono politici esperti e più tolleranti di quanto pensa parte degli osservatori occidentali. Mi preoccupano di più altri due gruppi islamici: i Salafiti, sponsorizzati dai sauditi, e il gruppo dell’Assemblea islamica, veri e propri terroristi che hanno già ucciso stranieri ed egiziani e adesso invece si dicono pronti a deporre le armi. In ogni caso l’Egitto è per così dire immune all’estremismo, non fa parte della nostra cultura». La rottura con Israele è sanabile? «Gli israeliani hanno violato i confini e ucciso sei militari, però l’attacco all’ambasciata israeliana non è accettabile. C’è qualcosa da rivedere per quanto riguarda il Sinai, ma penso che qualunque coalizione guiderà l’Egitto sarà in favore del Trattato. Meglio non avere problemi con i nostri vicini. Per gli israeliani sarà l’opportunità di dialogare finalmente con i rappresentanti del popolo egiziano e non con un dittatore». Le elezioni saranno davvero libere? «Ne sono certo. Gli egiziani non accetteranno voti falsi né manipolazioni delle schede elettorali. Credo nel nostro popolo. Difficile dire oggi chi prevarrà, la società egiziana è cambiata molto. Nell’ultimo voto il Sindacato degli studenti aveva vinto con il 65 per cento, mentre i Fratelli musulmani erano minoritari: potrebbe essere indicativo». Cosa pensa del fatto che Mubarak si sia presentato al processo in barella? «Ha l’avvocato più intelligente d’Egitto e usa ogni mezzo per commuovere l’opinione pubblica e i giudici. Io sono un medico e mi chiedo: se è così malato, com’è possibile che nella pausa dell’udienza si sia alzato e poi sia tornato sulla barella?». Che influenza ha avuto piazza Tahrir sugli altri Paesi del Medio Oriente? «Per due secoli l’Egitto è stato un modello per i Paesi arabi. Basti pensare alla Siria, dove sono convinto che Assad sia al capolinea. Ero in strada il 28 gennaio quando i cecchini di Mubarak iniziarono a sparare sulla folla. Il regime è finito in quel momento». Crede in un Medio Oriente veramente democratico? «La democrazia si può applicare ovunque. Pensare che valga solo per certi Paesi è assurdo. Nel mondo arabo non c’è più spazio per la dittatura, la democrazia è destinata ad affermarsi». Anche in Iran? «C’è una grande differenza tra la visione dello Stato dei sunniti e l’interpretazione teocratica che ne danno i radicali sciiti, al potere in Iran. Gli sciiti radicali seguono lo jihad, che mescola continuamente politica e religione, in modo molto rigido. I sunniti sono diversi, in Egitto religione e Stato erano separati già nell’Ottocento». Oggi si sente più libero anche come scrittore? «Senza dubbio. Ho cercato di aiutare la rivoluzione, perché penso che sia parte del mio lavoro. Uno scrittore deve stare con la gente perché scrive della gente e per la gente». Sta scrivendo un nuovo romanzo? «Dovevo finirlo in estate, ma nei mesi scorsi ho passato più tempo per strada che in studio. Comunque dovrebbe essere pronto per l’inizio del 2012». Di cosa tratta? «S’intitola «Automobile Club» e prende spunto dall’invenzione della prima macchina, fatta in Germania da Karl Benz. La prima auto a motore giunse in Egitto molto presto, nel 1896, portata da un principe egiziano. Poi nel 1924 nacque l’Automobile Club: i suoi membri erano principalmente europei, mentre i servi venivano dal Sud. Racconto come i due gruppi si sono mescolati, ma anche come ai servi veniva insegnato ad essere servi. E questo riguarda anche l’Egitto di oggi». Fa ancora il dentista? «Quando non sono in viaggio, vedo i miei pazienti due volte a settimana». In futuro continuerà a vivere stabilmente in Egitto? «È il mio Paese e non intendo lasciarlo. Non si può scrivere della propria gente se si è lontani. Solo in Egitto mi sento me stesso, all’estero mi sento solamente simile a me stesso».