Claudio Colombo, Corriere della Sera 18/9/2011, 18 settembre 2011
Arrivano a decine, soprattutto dall’estero. Francia, Germania, Spagna, ma anche Stati Uniti. Guardano, soppesano, provano
Arrivano a decine, soprattutto dall’estero. Francia, Germania, Spagna, ma anche Stati Uniti. Guardano, soppesano, provano. A volte vanno sul sicuro: hanno già scelto il modello sui cataloghi o attraverso internet. Il resto lo fanno l’esperienza, il livello di preparazione, il grado di feeling che vuoi (puoi) raggiungere con quell’oggetto. «Perché la fisarmonica — dice Saro Calandi, giovane maestro, diplomato al Conservatorio, esperienze da solista e con band di tutto il mondo — non si suona soltanto: si deve sentire, deve creare un tutt’uno con chi la muove, deve essere un prolungamento dell’anima». Calandi, seduto su una sedia, prova e riprova il suo strumento, in cerca di una particolare sonorità, e manca poco che Nello Mengascini, che gli sta davanti, lo mandi a quel paese. È una specie di gioco-duello che si protrae da decine di minuti: il maestro prova e scuote la testa; Mengascini, l’artigiano-costruttore, prende lo strumento, si infila nel suo studio-bunker e ritocca, impercettibilmente, una delle ance vibranti. Non ci siamo, non ancora. E si ricomincia. La prova di uno strumento è il momento più intenso e ricco di tensione: è lì che si capiscono la forza, il valore, il futuro di una fisarmonica. Ma chi viene qui, a Castelfidardo, sa che cosa trovare: i migliori strumenti del mondo. La rocca del paese antico sovrasta questo piccolo capannone uguale a tanti altri. Ancona è a pochi chilometri, Loreto a un tiro di schioppo. Questo fazzoletto di territorio segnò una tappa fondamentale dell’unificazione dell’Italia, con la sconfitta delle truppe pontificie da parte dell’esercito piemontese nel 1860 e la conseguente annessione delle Marche e di Castelfidardo al Regno italico. La leggenda narra che uno dei soldati austriaci che fiancheggiavano i «papalini», nei momenti di riposo trascorsi in un casolare della campagna, si dilettasse a suonare uno strano e sconosciuto strumento musicale. E narra, la leggenda, che un contadino approfittasse del sonno del militare per carpire i segreti dello strumento. Il contadino è esistito davvero: si chiamava Paolo Soprani, la storia vera è che vide la fisarmonica a Loreto, portata da un pellegrino francese. La copiò, aprì una bottega, la produsse in serie. Era il 1863, l’anno in cui Castelfidardo cominciò a diventare la capitale mondiale della fisarmonica. «Nei momenti di massimo splendore — racconta Beniamino Bugiolacchi, direttore del Museo della Fisarmonica, presieduto da Vincenzo Canali —, diecimila operai producevano 220 mila "pezzi" all’anno: i laboratori erano 70 e tutta la popolazione, in qualche modo, era coinvolta in questo settore. Erano gli anni del dopoguerra e del boom economico. Poi arrivarono la chitarra, il rock’n’roll, Elvis Presley e i Beatles...». Il Museo si trova sotto il palazzo del Comune, sei stanze con i soffitti a volta in cui sono raccolti ricordi e tesori che raccontano la favola di un’industria particolare: 150 fisarmoniche antiche e moderne (22 regalate da Giovanni Panini, il re delle figurine, appassionato collezionista), la ricostruzione dello sheng cinese che fu il primo antenato della «fisa» (4.500 anni fa), quella del modello che progettò Leonardo da Vinci. Un banco da falegname simula la bottega antica: scalpelli, bulini, chiodi e viti, carte e colle: ogni anno, 13 mila visitatori fanno tappa qui. Maurizio Pomposini, il custode, dispensa notizie e curiosità. «Lavoravo all’Excelsior — ricorda —: nell’85 in 300 costruivamo 330 strumenti al mese». Altri tempi. La fisarmonica sta completando un delicato passaggio storico-culturale. Quanti, confondendo la tradizione con la realtà, limitano il territorio d’uso dello strumento alle aie di cascine nebbiose o alle piazze di paese in festa? Francesca Pigini, che con il fratello Massimo guida la fabbrica più grande, fondata dal nonno nel 1946, oggi con 50 dipendenti e 1.500 prodotti all’anno, sbuffa: «Il concetto è vero ma è ritrito, e appartiene al passato. Oggi a Castelfidardo produciamo eccellenza e innovazione: la fisarmonica è, a tutti gli effetti, uno strumento del nostro tempo, che si insegna nei Conservatori e sa suonare ogni tipo di partitura: classica e contemporanea. Siamo un distretto piccolo ma vitale, ci teniamo strette competenze e passione, le molle che ci fanno andare avanti nonostante le difficoltà». È qui — più che a Vercelli o a Stradella, gli altri «poli» storici della produzione italiana — che si concentra la parte migliore di quest’arte particolare, che ha dovuto confrontarsi con una pesante crisi negli anni 80, ma che è riemersa, sia pur ridotta nei numeri, con un vigore nuovo e inaspettato: dagli oltre duecentomila pezzi di 50-60 anni fa si è passati ai 18 mila di oggi, le aziende si sono ridotte a 27 (alcune sono davvero piccole, con due-tre dipendenti), ma sono cresciute tipicità e qualità, come viene riconosciuto dal mercato estero che si porta via il 90 per cento della produzione (Francia, Spagna e Germania soprattutto) e non ha paura di spendere molti quattrini per un oggetto speciale anche nel prezzo: una fisarmonica di produzione artigianale costa intorno ai 6.000 euro, con punte fino a 25-30 mila per i modelli più completi e complessi. È un mondo inaspettato: non esiste «la» fisarmonica, ma decine di varianti che si adattano a gusti diversi, partendo dalla fondamentale differenza tra modelli con la tastiera a pianoforte e quelli con i bottoni. «Ogni fisarmonica — spiega Stefano Mengascini, che insieme al fratello Fabio gestisce l’azienda di famiglia, fondata dal padre Nello nel ’75, 20 dipendenti, 800 "pezzi" all’anno — è una piccola opera d’arte, e ognuna è diversa dall’altra. Sono strumenti su misura, modellati sulle esigenze del cliente che può scegliere soluzioni diverse, a seconda della tipologia musicale desiderata: tradizionale, moderna, classica. Le facciamo su ordinazione: trovarle nei negozi è impossibile». Ogni strumento è composto da 8.000 pezzi, e questo spiega l’alto costo del prodotto finito: nella qualità dei legni, delle ance, dei dettagli e nell’assemblaggio preciso di mani esperte sta la differenza con i modelli industriali cinesi, «cloni» che sono in commercio per 800-1.000 euro, ma nulla hanno a che vedere con gli originali. «Paradossalmente — sottolinea Stefano Mengascini — la Cina ci può aiutare: quando i fisarmonicisti punteranno a uno strumento di qualità, si rivolgeranno a noi, qui a Castelfidardo». Ora la sfida si sposta in avanti, guardando al futuro perché questo piccolo miracolo economico non si afflosci nel tempo. Servirebbe, intanto, bloccare l’emorragia di manodopera qualificata: le vocazioni tra i giovani, in assenza di incentivi economici e di carriera, sono scese a livelli preoccupanti. Oggi, nei laboratori, si incontrano soprattutto artigiani con trenta, anche quarant’anni di esperienza alle spalle. Operai, si direbbe, «di famiglia». La svolta potrebbe arrivare dal consorzio tra aziende, dall’unione dei piccoli per costruire una strategia comune sul piano della ricerca e della formazione professionale, ma è un concetto che per ora fatica a passare. «Viviamo in un regime di gioiosa concorrenza — dice ancora Francesca Pigini — nel quale ognuno di noi ha un ruolo preciso, caratteristiche proprie e una clientela fedele. Ma la strada è tracciata, prima o poi dovremo imboccarla. Forse nella prossima generazione».