Giorgio Meletti, il Fatto Quotidiano 18/9/2011, 18 settembre 2011
TRADITI DALLA MAFIA
Cotto dal sole siciliano e dal fumo nero dei copertoni in fiamme, alla trentesima ora di blocco stradale il futuro disoccupato si sfila gli occhiali neri per segnalare che è giunto il momento di guardarsi negli occhi: “Stiamo pagando l’indebolimento della mafia. Sì, dall’arresto di Provenzano in poi. Se la mafia fosse ancora forte non avrebbero il coraggio di chiuderle in faccia la Fiat di Termini Imerese”. I colleghi futuri disoccupati annuiscono. La bestemmia dei disperati? Qualcuno sfodera un’espressione di sfida. Altri difendono la lucidità dell’analisi, ancora funzionante in questo lembo d’Italia dimenticata.
No, non è la solita Vandea assistenzialista. Se politici e sindacalisti ascoltassero con umana curiosità questi uomini abbandonati, troverebbero più cultura industriale moderna negli operai metalmeccanici di Termini Imerese che in chi dirige le loro aziende. L’operaio che collega le disgrazie isolane alla cattura di Provenzano è lo stesso che durante la notte, mentre guarda il fuoco che taglia la strada, improvvisa una visita guidata alla sua fabbrica, apparentemente senza motivo. La Bienne Sud ha un’unica attività: vernicia e assembla i paraurti di plastica della Lancia Ypsilon. All’improvviso l’operaio quasi nostalgico della potenza mafiosa aziona il suo interruttore culturale e si rivela appassionato industrialista : “Il mio maestro mi ha insegnato che la plastica è la cosa più difficile da verniciare , mica come la lamiera che sono buoni tutti”. Spiega che nei giorni di scirocco i paraurti neri tendono a venire male, “puntinati”, per un problema di circuiti d’areazione. Celebra la maestria operaia: “La qualità del risultato è determinata anche dalla mano di chi dà l’ultima pulita alla superficie prima di mandarla sotto i getti”. Questi operai, che vediamo solo quando fanno casino fuori dai cancelli, sono orgogliosi del loro mestiere. È quasi commovente vedere, a poche settimane dall’inesorabile e definitiva espulsione verso l’iperuranio della disoccupazione, la felicità di esibire la fabbrica, con la sua efficienza e pulizia, come fosse cosa propria. Operai fieri, imprenditori assenteisti. C’è anche questo dentro il dramma di Termini Imerese, e dovrebbe ricordarsene chi si interroga sul declino italiano.
Un futuro disoccupato si chiede che destino potrebbe mai avere la Bienne Sud che vernicia un solo prodotto e ha un solo cliente, la Fiat. “Ma un imprenditore con un solo cliente è un imprenditore?”. Buona domanda. La fabbrica è stata impiantata dodici anni fa, riciclando un vecchio macchinario Fiat tuttora in funzione. Fu artefice dell’operazione l’onorevole Antonino Battaglia, ex An, oggi Pdl. “Ci ha fatto assumere tutti lui”, dichiarano senza imbarazzo. Erano 120 posti di lavoro, valevano un sacco di voti. Oggi sono rimasti un’ottantina di operai. Non hanno prospettive. “Di Risio ci ha detto che continuerà a comprare i nostri paraurti se glieli venderemo allo stesso prezzo dei cinesi. Non ce la faremo mai”. Il paraurti della Ypsilon, verniciato e lucidato, viene venduto alla Fiat a 18 (diciotto) euro. Dalla Cina si può far arrivare per molto meno. Possibile? Solo contando il trasporto… Hanno già calcolato anche questo: “Costa meno portare pezzi a Termini dalla Cina via mare che da Melfi via camion”. Si chiedono perché i padroni della Bienne Sud, che non riescono a vedere dallo scorso marzo, non abbiano in questi anni pensato a qualche nuova iniziativa nella verniciatura industriale. La stessa domanda se la fanno i 160 futuri disoccupati della Lear Corporation (sedili della Ypsilon) e i 135 della Magneti Marelli (componentistica varia per la Ypsilon). È lungo l’elenco delle contraddizioni di un modello di industrializzazione un po’ strano. La Fiat, per esempio, non ha mai usato il porto di Termini – costruito apposta – per imbarcare le sue auto, che viaggiano su camion fino a Catania, perché solo laggiù è operativo l’armatore Grimaldi, trasportatore ufficiale della casa: dicono che così spendono meno.
DAVANTI ai cancelli della Bienne Sud si manifesta la perdita di dignità al quarto stadio. Il primo stadio è l’operaio Fiat, che se la vede brutta; il secondo stadio è l’operaio Fiat di Termini Imerese, che il 31 dicembre sarà disoccupato; il terzo stadio è l’operaio dell’indotto di Termini Imerese, che ha ancor meno speranze; il quarto stadio è l’interinale dell’indotto. Alla Bienne Sud c’è un operaio di 44 anni, un figlio di otto anni e moglie casalinga, che lavora come interinale da dieci anni, con contratti mai superiori ai tre mesi, spesso di una sola settimana. Da cinque anni lavora senza un giorno d’interruzione, ma sempre con i contratti rinnovati settimanalmente o mensilmente. Non si trova nessuno disposto a chiamare modernità una simile abiezione.
Allo stesso modo non si trova nessuno disposto a definire una sciocchezza assoluta il collegamento tra la chiusura della Fiat in Sicilia e la ritirata della mafia. Il sindaco di Termini Imerese, Salvatore Burrafato, che conosce bene la mafia perché fu il boss Leoluca Bagarella a ordinare l’uccisione di suo padre Antonino, nella sua critica non va oltre un “mi sembra una semplificazione”. Spiega che effettivamente Cosa Nostra ha subito colpi duri negli ultimi anni, ma si sta riorganizzando. “Sta cambiando pelle, preferisce incidere piuttosto che apparire”. Appare meno, dunque.
PARLANDO con chi per mestiere studia le mosse quotidiane dei nuovi boss si capisce un po’ meglio: “Fino a ieri la mafia era radicata nel territorio e si fondava sul consenso della comunità. Oggi non insegue più il consenso, che nel frattempo ha perso, e si sta riorganizzando secondo un modello extraterritoriale”.
Dunque è vero: un tempo la decisione di chiudere una grande fabbrica in Sicilia avrebbe generato quantomeno un sussulto a Roma. “A giugno 2009 la Fiat doveva chiudere Pomigliano d’Arco, sei mesi dopo hanno annunciato che tagliavano Termini”, ricorda Burrafato. “La camorra è più forte della mafia”, sintetizza brutalmente un operaio. Certo è che chiudono la Fiat di Termini Imerese e la notizia non interessa ai vertici delle cosche, quelli che hanno seguito ora per ora la nascita di queste fabbriche, la loro localizzazione, il finanziamento, le assunzioni, l’organizzazione dell’indotto. La cosa non li riguarda più, e non interessa più a nessuno, a quanto pare. “Mafia o non mafia, il fatto è che oggi la Sicilia è politicamente molto più debole di ieri”, ammette Burrafato , “e i nostri problemi non fanno più notizia come un tempo”. Curioso. È di Palermo il presidente del Senato Renato Schifani, seconda carica dello Stato, è di Agrigento Angelino Alfano, segretario del maggior partito di governo. Eppure qualcosa si è rotto, e i siciliani si sentono dimenticati. “Ma ce lo ricordiamo il 61 a zero del 2001?”, chiede un elettore berlusconiano futuro disoccupato. “La Sicilia è stata il motore del trionfo di Forza Italia, ma adesso da quanto tempo quello là non si fa più vedere?”.
Quello là. No, la rabbia degli operai di Termini non è una Vandea premoderna. Bisogna seguire il dipanarsi dei loro pensieri. “Prima c’era un equilibrio tra mafia e politica”, chiosa un altro futuro disoccupato, “adesso siamo in mano alla politica”, e si capisce che non c’è senso di liberazione in quelle parole. Ma non rimpiangono la mafia, se ne sentono vittime. Come non rimpiangono la Fiat che li ha rovinati. La mafia ha bloccato la modernizzazione della Sicilia. La Fiat ha impedito nei 42 anni di permanenza in Sicilia la nascita di un tessuto industriale vero attorno al suo stabilimento, perché ammette solo il fornitore asservito che ha solo lei come cliente. La politica ha assecondato tutto questo. E gli operai di Termini Imerese pagano il conto al triangolo perfetto. Sergio Marchionne ha spiegato loro che purtroppo con questo sistema hanno perso la loro competitività internazionale. E adesso sono affari loro.