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 2011  settembre 18 Domenica calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 190 - ATTACCARE IL PAPA?

Rimettiamo un momento i pezzi sulla scacchiera, eh? Prima che mi perda completamente.

Volentieri.

Dunque, siamo nell’autunno del 1859. Cavour non è più primo ministro e fa su e giù con Leri. Forse sta più a Leri che a Torino, dove viene solo se c’è qualcosa da fare.

Ci fu qualcosa da fare. Adesso che del regno faceva parte anche la Lombardia, bisognava aggiustare la legge elettorale, disegnare i nuovi collegi, eccetera. Lo misero a capo della commissione apposita.

Bene. Il re inseguiva l’idea di comprarsi il Veneto per un miliardo.

Non voglio fargliela troppo lunga. Vittorio mandò il generale Solaroli a Londra ed ebbe una risposta negativa. Il movimento prevedeva un ingrandimento francese. Impossibile. Poi, parliamoci chiaro: dove lo prendeva il miliardo il Piemonte? Anche gli austriaci, sondati, dissero di no. Cedere un pezzo di territorio per denaro era disonorevole. E sì che il miliardo avrebbe fatto comodo.

A Parigi c’era Napoleone III.

Gli mandarono Dabormida per sondarlo sulla storia del Veneto-miliardo. Avevano scelto la persona sbagliata. Dabormida era ministro degli Esteri, e tutto quello che avrebbe detto sarebbe risultato troppo impegnativo. Napoleone III lo fece accomodare, poi gli disse che in cambio della Savoia avrebbe condonato al Piemonte le spese di guerra.

Era comunque disonorevole.

E già. Dabormida fece comunque il duro, come quattro anni prima con la Crimea. Napoleone gli spiegò che non avrebbe mai acconsentito alle annessioni nell’Italia centrale, dove dovevano tornare i sovrani fuggiti. Il ministro rientrò a Torino convinto che non ci fosse niente da fare, e invece era tutta una finta. Napoleone voleva incamerare almeno Nizza e Savoia e gli accordi di Plombières dicevano che il Regno di Sardegna avrebbe dovuto cedere quei territori quando, combattuta e vinta la guerra contro l’Austria, si fosse formato un Regno dell’Alta Italia dalle Alpi all’Adriatico con undici milioni di abitanti. Era esattamente la situazione che si sarebbe verificata se l’Italia centrale fosse finita al Piemonte. C’era però la questione delle Romagne, che erano del papa e stavano evidentemente a cuore ai cattolici. Napoleone, l’11 ottobre, attaccò per la prima volta il potere temporale. Nel discorso indirizzato al cardinale Donnet, vescovo di Bordeaux, disse: «Ho la ferma convinzione che una nuova era di gloria s’innalzerà per la Chiesa quando tutti saranno d’accordo con me che il potere temporale del papa non è d’ostacolo alla libertà e all’indipendenza dell’Italia». Cavour commentò: «Questo discorso vale Villafranca». In dicembre, l’imperatore fece uscire un altro opuscoletto anonimo, Le Pape et le Congrès , di nuovo contro il potere temporale. E scrisse al papa.

A Firenze c’era Mazzini.

Ecco, questo è interessante. Come le ho già detto, Mazzini non s’era minimamente commosso per la guerra franco-sarda. Napoleone era un nemico, l’unità d’Italia realizzata per mano sua una vergogna. Però quell’interruzione improvvisa a Villafranca, il risultato modesto del conflitto, specie se confrontato con le aspettative iniziali... tutto questo apriva forse nuove prospettive. L’Apostolo, attraverso Brofferio e probabilmente anche Rattazzi, fece sapere al re che c’era spazio per una doppia manovra: Garibaldi invade le Marche, intanto lui solleva il Sud...

Garibaldi stava a Bologna.

A Bologna s’era formato un esercito della Lega italica. Lo comandava Fanti, a cui era stato concesso di dimettersi dall’esercito sardo. Il vice di Fanti era appunto Garibaldi.

Buffo Garibaldi che fa il numero 2.

Garibaldi poteva anche fare il numero 2, finché non gli saltava in testa qualche idea. Ma se gli saltava in testa qualche idea, il numero 1 si trovava nei guai. Garibaldi era convinto di questa invasione delle Marche. Mazzini diceva: « Puntare al Centro, per mirare al Sud ». Garibaldi spiegò a Medici che l’attacco alle Marche avrebbe fatto « avanzare immensamente la causa nostra ». Trovando poi Fanti piuttosto perplesso si disse pronto « a prendere tutta la responsabilità dell’impresa ». Fanti però, più politico del generale, metteva i bastoni tra le ruote. Garibaldi venne a Torino, fu ricevuto dal re e gli chiese aiuto per questa invasione delle Marche. Gli chiese anche di togliergli di mezzo Fanti. Il re - lei non ci crederà - disse di sì. Non solo lo avrebbe appoggiato per una guerra al papa, ma chiese a Fanti di lasciare il suo posto a Garibaldi, cosa da cui Fanti non potè evidentemente esimersi. Cavour era inorridito.

In questo modo re Vittorio Emanuele s’alleava con Mazzini.

Non se ne fece niente perché Solaroli da Londra spiegò che gli inglesi erano contrarissimi. Gli inglesi sapevano bene che dietro Garibaldi c’era Mazzini, che le Marche in definitiva sarebbero state invase da un esercito di mazziniani. Del resto, lo sapevano anche i francesi. Il prefetto di polizia Boittelle non solo aveva segnalato i movimenti dell’Apostolo, ma aveva anche insinuato, nel suo rapporto, che il governo di Torino, Rattazzi in testa, facesse il doppio gioco, come nel ‘57. A Bologna Garibaldi, Fanti e Farini non facevano che scontrarsi. Infine Vittorio fu costretto a richiamare il generale a Torino e a chiedergli di deporre le armi. Commento di Mazzini, in una lettera alla Stanfield: « Garibaldi, weak, influenced by me, by the King, by everybody ».