Laura Anello, La Stampa 18/9/2011, 18 settembre 2011
Chissà che cosa direbbe, l’analfabeta Vincenzo Rabito dalla vita «maletratata e molto travagliata e molto desprezata», a vedere l’occhio della telecamera che si aggira intorno alla casetta dov’è vissuto nel paesino di Chiaramonte Gulfi, che intervista figli e parenti, che si addentra nelle sue 1
Chissà che cosa direbbe, l’analfabeta Vincenzo Rabito dalla vita «maletratata e molto travagliata e molto desprezata», a vedere l’occhio della telecamera che si aggira intorno alla casetta dov’è vissuto nel paesino di Chiaramonte Gulfi, che intervista figli e parenti, che si addentra nelle sue 1.072 «pacene» scritte a interlinea zero su una vecchia Olivetti, senza un centimetro di margine inferiore né superiore né laterale, con il punto e virgola a dividere ogni parola. Chissà che cosa direbbe quell’ultimo degli ultimi nato nel 1899 nel cuore della Sicilia contadina e affamata - orfano di padre, sei fratelli, mai andato a scuola, a sette anni al lavoro per aiutare la madre «che non voleva antare arrobare» e neanche «fare la butana» - diventato protagonista del caso letterario diaristico più clamoroso d’Italia grazie al malloppo scritto in una lingua inventata e svelato solo alla sua morte, nel 1981. «Un’opera monumentale, forse la più straordinaria tra le scritture popolari mai apparse in Italia», scrisse Einaudi nel 2007 quando lo diede alle stampe con il titolo di Terramatta , sfidando il tabù dell’impubblicabilità. Persino la giuria del premio diaristico nazionale di Pieve di Santo Stefano, che nel 2000 diede il massimo riconoscimento all’opera, l’aveva definita «il capolavoro che non leggerete». E invece Terramatta , dopo il successo in libreria, sta per diventare un film-documentario. Che ha la testa a Torino e il cuore in Sicilia. Produzione della Cliomedia Officina di Chiara Ottaviano - ragusana di nascita, da trent’anni trapiantata sotto la Mole - insieme con Cinecittà Luce; produttore associato la Stefilm, contributo della Sicilia Film Commission. Un’opera al femminile, perché donne sono anche la regista, la palermitana Costanza Quatriglio, e il direttore della fotografia, Sabrina Varani. Protagonista Roberto Nobile, attore di teatro, cinema, tv. Un’impresa titanica portare sullo schermo un racconto che è straordinario non solo per la materia, ma soprattutto per la lingua. «Con lui - dice la regista - solchiamo quel mare di parole per approdare sulle coste di terre vicine e lontane: Chiaramonte Gulfi, Regalbuto, Ragusa, ma anche l’Etiopia, la Germania, le terre d’Istria». Così, ecco che la vita di Rabito si intreccia con preziose, rare immagini dell’Istituto Luce. Ecco che scorre nella voce dei tre figli: Turi, l’ingegnere, il capolavoro di riscatto sociale; Tano, il geometra; Giovanni, l’intellettuale, il poeta, quello che tira fuori il manoscritto dai cassetti. Ecco che si compone attraverso frammenti di memoria degli anziani, tutti protagonisti del grande set che è diventato questo paesone di ottomila abitanti arroccato su una collina a quindici chilometri da Ragusa, tutti ignari del tesoro di parole che don Vincenzo costruì giorno per giorno in segreto, ormai vecchio, dal 1968 al 1971. Il film insegue Rabito ventenne nella trincea della Grande Guerra dove, come zappatore, seppellisce i corpi dei nemici, «queste povere soldate austriace che erano più descraziate di noi italiani, percé, prova ne sia che, quanto cera un morto austriaco e ci volemmo guardare cosa ci avevino nelle tasche, non ci trovammo mai cose per manciare, solo ci trovammo fomare, cartucce e bombe ammano». E poi in Libia dietro il sogno fascista dell’impero coloniale, e ancora nel mattatoio del Secondo conflitto mondiale, poi minatore in Germania, prima di ritrovarsi in un Dopoguerra confuso e ancora una volta affamato. Ne viene fuori l’epopea di un Malavoglia non vinto ma vincitore, se vittoria è riuscire a sopravvivere diventando campione dell’arte di arrangiarsi, affrancarsi dalla miseria guadagnandosi un posto da cantoniere, fare studiare i figli e traghettarli nella «bella ebbica» - per dire epoca - quella del benessere. «Rabito simpatizza con i comunisti nel biennio rosso - dice Chiara Ottaviano - è fascista durante il ventennio, milita fra i socialdemocratici nel Dopoguerra. In cuor suo si sente sempre un socialista, ma negli anni Sessanta si trova a fare campagna elettorale, contemporaneamente, per la Dc e l’Msi. La coerenza dei comportamenti con la fede politica è un lusso che pensa di non potersi permettere». Il «coverno» è sempre qualunquisticamente «desonesto». Non eroe né antieroe, ma uomo a tutto tondo, vitalissimo, debordante, sincero. Narratore come i vecchi cantastorie. «È stato sempre un gran raccontatore orale - dice il figlio Giovanni - era sempre pronto a parlarmi delle scimmie africane che saltavano negli alberi della boscaglia. L’inseparabile amico Giovanni Strano, il tenente Sparpaglia o il sultano di Mustail si collocano tra i personaggi più mitici e autorevoli nel Pantheon delle mie memorie infantili». Ecco, infine, la telecamera raccontare la composizione della prima parola scritta, Vivera - il cognome di un compagno di lavoro - con le lettere rubate alla sorella che andava a scuola, con la libertà, la fantasia, lo stupore gioioso dei bambini, con l’emozione di Prometeo che diventa padrone del fuoco. Lui non voleva cambiare il mondo, ma raccontarlo sì.