Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Siccome Marine Le Pen può benissimo diventare presidente della Repubblica francese - e all’appuntamento mancano poche settimane - e siccome la stessa Le Pen, in un comizio di domenica scorsa, ha pronunciato un duro discorso contro l’Unione europea annunciando che se vince indirà il referendum per l’uscita, ieri le Borse sono andate giù e la moneta unica vale ormai appena sette centesimi più del dollaro. Le dichiarazioni della Le Pen si saldano con l’improvvisa uscita, la settimana scorsa, della Merkel, secondo la quale bisogna ormai ridefinire l’Europa trasformandola, dal blocco unico attuale, in un arcipelago, dove a ogni isola, cioè a ogni membro o gruppo di membri, sia consentita una certa flessibilità, fermo restando il rigore assoluto con quel che segue al solo gruppo di testa, formato da quattro, cinque o magari sei paesi. L’insieme di questi eventi ha avuto effetti preoccupanti sullo spread che ieri ha riconquistato quota 201 punti, un livello che non si vedeva dal 2014. Dunque, in generale, guai.
• Lo spread? È parecchio tempo che non ne parliamo.
Si prendono il tasso di interesse pagato dai titoli tedeschi a dieci anni (Bund) e il tasso italiano sugli stessi titoli. Si fa la differenza, partendo dall’ovvietà che i tedeschi pagano sempre tassi più bassi. Se il differenziale oscilla tra cento e duecento, stiamo relativamente tranquilli. Se supera quota duecento, è bene preoccuparsi. Berlusconi fu buttato fuori da Palazzo Chigi nel 2011 perché accusato di aver portato lo spread oltre quota 500. Dicevano tedeschi, francesi e nemici dell’allora Cav: quello fu il risultato di una politica economica dissennata. Dicono Berlusconi e Brunetta: fu un complotto organizzato dai poteri forti internazionali col sistema (schematizziamo) di vendere masse di titoli di stato italiani e di comprare in dosi massicce l’equivalente tedesco. Chi abbia ragione lo dirà la storia. Intanto si capisce che lo spread è un ago della bilancia reale. E ha ricominciato a salire da parecchi giorni.
• Perché
Gli scossoni contro l’Europa arrivano anche da Trump, che non manifesta interesse per il continente e la sua unità. Anzi, ha già detto che punta a fare accordi bilaterali con i singoli paesi europei, evitando per quanto possibile di stringere intese con l’Unione nel suo insieme. I terremoti colpiscono i punti deboli di una struttura, e noi siamo un punto debolissimo perché siamo molto grandi, con una popolazione sempre più vecchia, abbiamo un debito enorme, non cresciamo, non si capisce in che modo potremmo riprenderci, siamo entrati in una fase politica di estrema incertezza. Quindi i contraccolpi, mettiamo di un’uscita della Francia, si riverbererebbero prima di tutto su di noi.
• Che cosa ha detto la Le Pen?
«Il Paese non funziona perché non è libero, la sovranità è stata ceduta a organismi internazionali corrotti e anti-patriottici, la divisione non è più tra destra e sinistra ma tra patrioti e globalisti». Ovazioni. Secondo Marine i difensori della globalizzazione, cioè prima di tutto i banchieri, sono pericolosi come i jihadisti.
• Qual è invece il ragionamento della Merkel?
Lo si capirà meglio nel vertice di Roma del 25 marzo. Dovrebbe mettersi nero su bianco la creazione di gruppi su questioni specifiche, alle quali i singoli paesi potranno aderire o no. Più in là di questo la Kanzlerin, che ha le elezioni a settembre e intanto il suo avversario Martin Schulz cresce nei sondaggi, non è andata.
• Ma è davvero possibile dare un seguito alla Brexit e per esempio lasciar andar via la Francia o magari l’Italia?
La Le Pen ha già detto di sapere che prima di indire un referendum per l’uscita ci vorrà una dura trattativa con Bruxelles. Almeno sei mesi di tempo dal momento in cui sarà insediata, seguiti, in caso di vittoria del Sì al referendum, da un negoziato tortuoso come quello che sta affrontando la May per lasciare l’Europa. I costi di questa operazione sono al momento ignoti. Un gruppo di analisti ritiene che, riadottato il franco, i debiti pubblici e privati saranno espressi nella nuova valuta, dunque di fatto svalutati di un 40%, con gran vantaggio della Francia. Mario Draghi, però, rispondendo qualche giorno fa all’interrogazione di due deputati (il grillino Marco Valli e l’ex grillino Marco Zanni), ha aggiunto un tassello importante ai ragionamenti di queste anime belle: in ogni caso chi se ne va deve saldare immediatamente le proprie passività verso la Banca centrale europea e queste passività vanno regolate in euro, pena l’esclusione dai mercati mondiali. La Francia potrebbe farcela? Chi lo sa. L’Italia sicuramente no: per noi il conto sarebbe di 358 miliardi e 600 milioni. Draghi ha aggiunto una lode a Cavour, concepita per chi vuole intendere: «A Cavour fu sempre chiaro che il rapporto con l’Europa sarebbe stato fertile se il Paese avesse appreso a progredire e a crescere anche da solo. Altrimenti, la sua stessa indipendenza sarebbe stata compromessa».
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