Avvenire, 7 febbraio 2017
In Cina scoppia la mania della fuga dallo smog
Anche in queste settimane, l’azione congiunta dell’elevato consumo di carbone e del tumultuoso aumento degli autoveicoli sulle strade congiura con il clima invernale per creare condizioni di grave tossicità dell’aria. Le iniziative propagandate finora dal governo per contenere l’inquinamento atmosferico sono solo parzialmente efficaci e in parte vanificate dal crescente utilizzo di combustibili fossili – i cui effetti dovrebbero raggiungere un picco entro un quindicennio – e degli autoveicoli. L’impegno a ridurre di 100 milioni di tonnellate all’anno la quantità di diossido di carbonio diffusa nell’atmosfera entro il 2020 appare insignificante a fronte di 4,2 miliardi di tonnellate emesse nel 2012.
Un inquinamento che nella capitale Pechino è per il 30% dovuto alle auto, che hanno avuto una diffusione esponenziale. Basti pensare che il parco auto in Cina è salito da 27 milioni di auto nel 2004 a 147 milioni nel 2015. Questo contribuisce a spiegare perché nelle metropoli cinesi per lunghi periodi i livelli di inquinanti siano mediamente dell’80% superiori agli standard cinesi, peraltro già più tolleranti di quelli europei, con un rischio di patologie respiratorie e insorgenza di tumori per quel 60 per cento dei cinesi che per le statistiche ufficiali nel 2020 vivranno in centri urbani. L’opinione pubblica è cosciente dei rischi ed è ora il principale stimolo a una evoluzione verso emissioni più pulite. A loro volta, gli esperti sottolineano la gravità della situazione ma anche propongono attenzione e iniziative che fanno del Paese uno dei più avanzati nella ricerca di soluzioni sostenibili. Il fatto che però queste debbano essere sempre compatibili con le necessità di crescita è uno dei limiti alla ricerca di soluzioni permanenti.
Una situazione seria, quella cinese che ha però incentivato la nascita di una serie di business che spesso prendono più la forma del palliativo o del gadget che della soluzione. Dal tè ’anti-smog’ di produzione taiwanese che miscela succo di pera, miele, crisantemo disidratato e essenza di menta, a mascherine di ogni foggia e potenzialità, con gli ultimi modelli in grado di bloccare le polveri sottili fino a 2,5 micron. A ruba anche purificatori ambientali in grado, promettono, di eliminare il 99% delle particelle dannose con la britannica Dyson a guidare la marcia dei produttori cinesi e stranieri ma con il noto brand della telefonia e elettronica di consumo made in China Xiaomi a condurre le vendite con prodotti a partire da 900 yuan, circa 122 euro. Soluzioni tecnologiche stravaganti a cui si aggiungono i ’viaggi per sfuggire lo smog’, che hanno raddoppiato partecipanti e utili nel periodo delle festività di fine 2016, indirizzando migliaia di turisti verso le località subtropicali del Meridione cinese, come Sanya e Xiamen, ma anche nella confinante Thailandia.
Infine, a invadere gli scaffali soprattutto dei mega-outlet online sono le confezioni fantasiose di aria pulita. 169 yuan (23 euro) il costo di una bomboletta di aria made in New Zealand. Una rincorsa guidata da aziende come Breathe Ezy, Aethaer, Vitaly Air impegnate a fornire qualche decina di boccate di aria pura da luoghi esotici e a volte improbabili che vanno dall’Isola del Sud in Nuova Zelanda alla campagna inglese, dalle Montagne rocciose alle colline mitteleuropee.