Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 07 Martedì calendario

Le armi e la chat: quei kamikaze teleguidati dall’Isis

HYDERABAD (INDIA) Una volta individuata la recluta disponibile a compiere un attentato contro uno dei massimi poli tecnologici indiani, l’Isis ha pensato a tutto, anche a quanti proiettili sarebbero serviti al giovane per uccidere. Per 17 mesi i terroristi hanno teleguidato i passi di Mohammed Ibrahim Yazdani verso quello che doveva essere il primo attacco dell’Isis in territorio indiano.
ANCHE la consegna in luoghi segreti delle armi e dei precursori chimici utilizzati per fabbricare esplosivi è stata organizzata a distanza, dalla Siria secondo gli investigatori. I cybercospiratori dello Stato Islamico si sono tenuti in contatto costante con i componenti della cellula indiana fino a pochi minuti prima dell’arresto di questi ultimi, qui a Hyderabad, nel giugno scorso. È quanto risulta dai verbali degli interrogatori di tre degli otto sospetti, in possesso del New York Times.
Casi come questo sono un esempio inquietante di attacchi cosiddetti enabled, ossia “abilitati” o meglio “telecomandati”, pensati e guidati da terroristi che si trovano nelle aree controllate dallo Stato Islamico e che sono in contatto con gli aspiranti attentatori solo ed esclusivamente via Internet. In genere i terroristi dell’Isis agiscono da confidenti e addestratori, con lo scopo di convertire le reclute alla violenza. Nel caso di Hyderabad sono andati oltre, riuscendo ad aggirare le severe restrizioni vigenti in India e a far trovare armi e munizioni alle reclute in una borsa appesa ai rami di un albero.
Per lo più i terroristi che ideano e guidano questo genere di attacchi restano nascosti dietro un rigido anonimato. I componenti della cellula di Hyderabad arrestati la scorsa estate non sono stati in grado neppure di confermare la nazionalità dei loro interlocutori nello Stato Islamico, né tantomeno di darne una descrizione. Le reclute imparano a usare applicazioni di messaggistica criptata e il rapporto con l’Isis spesso resta occulto. Così gli attacchi organizzati negli ultimi anni in Europa, Asia e Stati Uniti, incluso l’attentato a un centro culturale di Garland, in Texas, inizialmente attribuiti a cosiddetti “lupi solitari”, ossia a individui privi di contatti operativi con lo Stato Islamico, si sono rivelati invece frutto di una comunicazione diretta con il gruppo terroristico.
In molti casi gli inquirenti sono risaliti a elementi residenti in Siria, ma che si nascondano in quel paese o in Iraq poco importa nell’ambito del sistema di cospirazione remota, come ininfluenti sono le restrizioni imposte sui visti di ingresso e le misure di sicurezza attivate negli aeroporti se gli attentatori colpiscono nel paese in cui vivono e non devono più recarsi all’estero per ricevere addestramento. L’analisi degli attentati realizzati e sventati negli ultimi tre anni e rivendicati dall’Isis indica che gli attacchi “teleguidati” sono in aumento.
Il caso di Yazdani è emblematico delle modalità con cui l’Isis esporta terrorismo con mezzi virtuali. Questa modalità ha consentito al gruppo di raggiungere un ampio ventaglio di paesi, dalla Francia alla Malesia, alla Germania, all’Indonesia, al Bangladesh e all’Australia. Sono stati sventati attacchi in molte località degli Usa, tra cui Columbus, Ohio, la periferia di Washington e la porzione settentrionale dello stato di New York.
Uno dei più influenti reclutatori e cospiratori virtuali si celava dietro il nome di battaglia di Abu Issa al-Amriki, e dal suo profilo Twitter consigliava ai nuovi contatti di usare l’applicazione di messaggistica criptata Telegram. Già nel 2015, stando alle indagini compiute in nord America, Europa e Asia, Amriki faceva parte di una dozzina di cyberorganizzatori con base in Siria o Iraq, attivi nel reclutamento di volontari all’estero. Inizialmente, senza preoccuparsi più di tanto di nascondersi, postavano minacce altisonanti contro l’Occidente sui social media ed erano spesso snobbati come espressioni folkloristiche del gruppo terroristico. Ma alla fine della primavera del 2015 l’intelligence americana e britannica ha cominciato a seguirne i movimenti, considerandoli pericolosi, e li ha fatti oggetto di attacchi aerei, uccidendone alcuni, tra cui lo stesso Amriki, noto anche col nome di Abu Sa’ad al-Sudani, morto assieme alla moglie il 22 aprile 2016 nell’appartamento della coppia a Al Bab, Siria, colpito da una bomba.
A fine 2015 i viaggi in Siria erano ormai pericolosi. I servizi di intelligence di entrambe le sponde dell’Atlantico avevano fatto progressi nell’identificazione degli aspiranti jihadisti, arrestandoli a decine mentre si apprestavano ad imbarcarsi sui voli per Istanbul nella speranza di riuscire a entrare in Siria. Inizialmente i terroristi dell’Isis suggerivano alle reclute di scegliere itinerari meno diretti per sfuggire ai controlli, e a dirigersi verso altre colonie dello Stato Islamico, tra cui la Libia. Lo scorso anno l’Isis ha smesso di attribuire al viaggio in Siria valore di obbligo spirituale invitando chi non potesse raggiungere il Califfato a colpire in patria. «Se i tiranni vi chiudono in faccia le porte della egira (il pellegrinaggio compiuto dal profeta Maometto, ndr) apritegli in faccia le porte della jihad», diceva in maggio in un messaggio il portavoce del gruppo terroristico, Abu Muhammad al-Adnani.
Hyderabad è esempio eclatante di come referenti con base in Siria facilitino gli attacchi terroristici all’estero, ma non è né il primo né l’unico caso. Gli atti delle indagini condotte in Europa mostrano che si rinvengono sempre più di frequente tracce di contatto con la roccaforte dello Stato Islamico, anche nei casi in cui l’azione inizialmente viene attribuita a un attentatore isolato.
Gli inquirenti parlarono per la prima volta di attacco “telecomandato” quando uno studente di informatica di nome Sid Ahmed Ghlam cercò di aprire il fuoco su una chiesa del sobborgo parigino di Villejuif, spa-teleguidati randosi invece a una gamba. La polizia perquisì la sua auto e trovò sul suo computer una serie di messaggi che dimostravano come anche lui fosse stato guidato da un paio di referenti che gli avevano procurato sia le armi che un’auto per la fuga. «Ok, fratello, ora fai attenzione», dice uno dei messaggi che istruisce il ventitreenne a recarsi nel sobborgo di Aulnay-sous-Bois, dove avrebbe trovato le armi automatiche in una borsa lasciata in un’auto parcheggiata vicino a una panineria. «Cerca tra le auto parcheggiate vicino alla via principale una Renault Mégane», recita il messaggio. «Troverai le chiavi poggiate sul pneumatico anteriore destro». Poi il referente lo guida a lasciare le armi all’interno di un’altra auto, parcheggiata in un garage a 10 miglia di distanza, per precauzione in caso il suo appartamento venisse perquisito. In seguito si è scoperto che i referenti di Ghlam erano cittadini francesi trasferitisi in Siria per aderire allo Stato Islamico, che hanno sfruttato i loro contatti criminali in Francia per organizzare la logistica dell’attentato.
In Germania, l’uomo che ha messo una bomba all’uscita di un concerto e l’adolescente che ha assalito a colpi di ascia i passeggeri di un treno erano in contatto in chat con dei referenti fino a pochi minuti prima di entrare in azione. Il referente dell’adolescente aveva insistito perché il ragazzo usasse un’auto invece dell’ascia. «Faresti molto più danno», diceva, ma il diciassettenne obiettava che non aveva la patente. «Voglio andare in paradiso stanotte», diceva, secondo la trascrizione della chat ottenuta da un giornale tedesco.
Nel nord della Francia due attentatori guidati da un cyberaddestratore dello Stato Islamico hanno tagliato la gola a un sacerdote di 85 anni. Secondo il rapporto degli inquirenti i due non si conoscevano, è stato il referente a presentarli, organizzando un incontro pochi giorni prima dell’attacco. I rapporti di intelligence in possesso del New York TImes rivelano che lo stesso referente in Siria era alla guida del gruppo di ragazze che ha tentato di far saltare in aria un’auto di fronte alla cattedrale di Notre-Dame a Parigi.
Se è vero che potendo contare su degli adepti in loco lo Stato Islamico ha potuto dichiararsi in grado di colpire in tutto il mondo, è anche vero che il dilettantismo degli attentatori è stato causa di molti fallimenti. Invece di aprire il fuoco su una chiesa, Ghlam si è sparato a una gamba. Invece di fare una strage a un festival musicale l’estate scorsa, la recluta dell’Isis in Germania ha fatto detonare la bomba in anticipo uccidendo solo se stesso.
La stessa cosa è successa il giorno prima del Ramadan, il due luglio, in Indonesia, dove un altro attentatore telecomandato ha fallito per via di un giubbotto esplosivo costruito in maniera rudimentale. «Non è riuscito neppure a far cadere il vaso di fiori sul davanzale della finestra accanto al luogo in cui si è fatto saltare in aria», dice Sidney Jones, direttore dell’Istituto per l’analisi politica dei conflitti. Le autorità indonesiane sostengono che l’attentatore suicida sia stato fomentato da Bahrun Naim, un indonesiano trentatreenne oggi tra i cyberorganizzatori più attivi, che opera dalla capitale del gruppo, Raqqa, in Siria.