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 2017  febbraio 07 Martedì calendario

La sindrome politica e la fragilità italiana

«Non è successo nulla di così grave, in fin dei conti, non trovo a cercarlo un fatto tragico, una notizia negativa forte e scatenante tale da giustificare in pieno questa scarica di vendite». Così ieri un trader, costernato, travolto dai mercati in fuga. È invece proprio questo, il fatto grave successo ieri: la mancanza del cosiddetto “trigger” eclatante, il fattore scatenante. Tutto sarebbe oggi più rassicurante, se vi fosse stata una motivazione pesante alla radice di movimenti così violenti.Lo spread tra BTp e Bund è tornato con uno scatto oltre quota 200, livello dell’era pre-Qe, che non si vedeva da oltre tre anni. Il gap tra i francesi OaT e i Bund si è allargato fino a 78 punti, tornando indietro nel tempo di quasi quattro anni: come se la Bce non stesse comprando 80 miliardi di bond al mese e non stesse promettendo di acquistarne altri 700 entro fine anno. E oltre, se dovesse servire.
Quel che l’Italia e l’Europa devono augurarsi è che ieri i mercati, con una scusa qualsiasi – il discorso di Marine Le Pen del fine settimana, per esempio – non abbiano iniziato un ripensamento più ampio, mettendo assieme tante negatività, piccole e grandi, vecchie e nuove, politiche ed economiche in un mondo occidentale superindebitato. L’Italia in affanno, smarrita la stabilità politica e il programma di riforme strutturali che rassicuravano traders e investitori su crescita, debito, aste e banche. L’Europa scossa dai populismi anti-euro in un’annata di appuntamenti elettorali senza precedenti. Gli Usa appesi, in attesa di conferme sulle promesse fondamentali di Donald Trump, i tagli alle tasse e gli investimenti in infrastrutture. I rendimenti dei Treasuries Usa stanno calando, e così i Bund: brutto segno per tutti.
Continua pagina 6 Isabella Bufacchi Continua da pagina 1 Solo perché il Qe attutisce i rumori e mette il silenziatore allo spread, non significa che i mercati non abbiano gridato ieri alzando i toni sull’Italia e sull’Europa per una crescente preoccupazione, che parte dal rischio politico, passa per l’andamento dell’economia e finisce nella sostenibilità degli elevati debiti pubblici che gravano ancora un po’ ovunque sulla mappa dell’Eurozona. Contro la Germania, in una fuga verso la qualità che non si vedeva da tempo, hanno perso terreno tutti, ieri, oltre a Italia e Francia, anche Portogallo Olanda, Irlanda, Spagna. E quando hanno aperto i mercati Usa, le vendite si sono rafforzate. Male le Borse. Molti conti americani hanno riacquistato Bund, trader si sono ricoperti. Posizioni short sono state chiuse. Ripensamenti, per l’appunto.
Nel mondo alla rovescia del Qe, lo spread tra BTp e Bund a quota 200 sembra innocuo, quando messo a confronto con i 575 punti del novembre 2011. E le aste dei BoT ancora a tassi negativi fanno stare tranquilli, al ricordo di quell’8% sull’orlo del baratro e con la richiesta di aiuti esterni alle porte. La curva dei rendimenti dei titoli di Stato italiani ( ieri -0,25% a sei e dodici mesi, 0,07% a due anni, 0,98% a cinque anni, 2,36% a dieci anni, 3,5% a trent’anni) continua a mantenere sotto controllo la spesa del rifinanziamento del debito pubblico, anche in un anno come questo scandito da un programma di aste lorde da 450 miliardi, il primo nella classifica degli Stati debitori europei. Ma questi numeri non sono infiniti. È sempre al dopo che guardano i mercati. Si interrogano su chi acquisterà i BTp al posto della Bce quando inizierà il tapering, (nel 2018?) e cosa accadrà quando le banche italiane dovranno accantonare capitale sul rischio sovrano ora risk free. Si domandano se il governo post-elezioni (nel 2018?) sarà stabile e duraturo, se farà le riforme strutturali, se la montagna dei Npl sarà smaltita in tempi utili prima della prossima recessione (la “bad bank” europea servirebbe anche a questo).
I mercati ieri hanno dimostrato quanto la tensione resti sottotraccia in giornate di euforia, pronta a scatenarsi anche sul pretesto. L’Italia resta per ora un’aggravante in un contesto dominato da altre gravi incertezze : c’è chi vede i Treasuries al 3,5% a fine anno, chi al 2%. Chi si aspetta tre rialzi della Federal Reserve quest’anno, chi solo uno. Chi prevede una crescita Usa forte, chi molto debole. Chi parla dell’arrivo di una guerra delle valute, di scontri commerciali senza esclusione di colpi dalla Cina. Chi sta già calcolando l’impatto economico, politico, finanziario e sociale di un’Europa unita a due velocità, chi non si rassegna a vedere il Regno Unito in recessione per colpa di Brexit.
L’Italia non è un “trigger” ora. Ieri lo era la Francia. Domani potrebbe essere Trump. O l’Olanda. O la Cina. L’importante è non essere vulnerabili, non farsi trovare impreparati ai fattori scatenanti degli altri.
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