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 2017  febbraio 07 Martedì calendario

È certo: Roma sta affondando. Intervista a Sabino Cassese

Lo studio di Sabino Cassese non è lontano dalla Grande Moschea di Roma e dal blasonato Circolo Canottieri Aniene. Questo grande giurista – amministrativista di vaglia e giudice emerito della Consulta – già ministro della Funzione pubblica nel governo Ciampi, viene ad aprire la porta e prende in consegna il paltò dell’ospite.
In una sala foderata di libri, il computer acceso in un angolo, ci ritroviamo seduti a un grande tavolo di legno chiaro a parlare della «sua» Roma. Cassese è un irpino, essendo nato ad Atripalda nel 1935, ma è nella Capitale da sessant’anni tondi.
Domanda. Professore da dove cominciamo?
Risposta. Comincerei dal dato essenziale: Roma sta affondando; è in uno stato di abbandono. Lo notano coloro che vivono a Roma e questa valutazione è condivisa anche dalla stampa internazionale e dal Vaticano.
D. Una situazione che viene da lontano.
R. Certo, una situazione pregressa, ma che si sta aggravando, di giorno in giorno, con i problemi della leadership del M5s che assorbono continuamente le energie di chi dovrebbe governare.
D. Certo. E che cosa le suggerisce questo stato di abbandono?
R. Mi ricorda un testo di Agenor de Gramont, l’ambasciatore francese presso la Santa Sede ai tempi di Pio IX.
D. Che diceva?
R. Scriveva, e badi bene siamo nel 1860, c’est-ici que l’Orient commence (la pronuncia di Cassese è perfetta, come quella dell’inglese, che userà più avanti, ndr).
D. «L’oriente comincia qui». Ricorda un po’ la «linea della palma» di cui parlava Leonardo Sciascia, collocandola però più a Sud.
R. Già. E l’ambasciatore continuava con un parallelismo fra Roma e il Levante, spiegando i punti di contatto. Ecco, siamo tornati al passato. Pensavamo, con l’Unità d’Italia, di aver superato questa situazione drammatica, ma ci siamo di nuovo.
D. Da che cosa si vede, professore?
R. Dalle evidenze empiriche, come dicono gli economisti. Parla il cittadino Cassese. Il M5s non ascolta la voce del popolo?
D. Facciamo sentire la sua.
R. Bene, io cammino molto, vado spesso di qui al centro. Le posso dire che ci sono strade di Roma che strade non sono più, sono buche. Ci sono marciapiedi dove gli arbusti, di quelli che bucano l’asfalto, sono ormai alberelli, perché lì, la mano dell’uomo non si posa da molti anni. Nessuna manutenzione, nessun riordino. E guardi che io sono qui dal 1957.
D. Perché accade?
R. Si ha l’impressione che per il Comune di Roma l’attività di gestione non esista.
D. La Giunta capitolina non se ne accorge?
R. Qui finisce il Cassese cittadino ed comincia l’analista. Sono stato il primo, due anni fa, in un editoriale del Corriere, a usare quell’espressione, su Roma «in uno stato di abbandono». E ricordo che i primi lettori della bozza ebbero qualche dubbio.
D. Ossia?
R. Che il tema fosse troppo locale. E invece, mi creda, questo è un problema nazionale. Tanto che, nel settembre scorso, quella stessa espressione è stata usata dal cardinal Angelo Bagnasco.
D. Vero. Parliamo delle responsabilità?
R. Molti problemi si sono aggravati col sindaco Ignazio Marino, che non ha fatto il sindaco, ma il gran ciambellano, invece di porre rimedi ai disastri combinati da Gianni Alemanno, che era stato forse un buon ministro, ma è stato un pessimo sindaco. Ma c’erano carenze anche precedenti, dovute a disattenzione per i problemi amministrativi, che dovrebbero essere al centro dell’attenzione di un sindaco.
D. Soluzioni, professore, ne vede all’orizzonte?
R. Cominciamo dalla Costituzione. Roma è l’unica città ivi menzionata. L’articolo 141 dispone che «è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento». Spetta al Parlamento nazionale dare un ordinamento a Roma, anche facendo fare un passo indietro ai partiti, scegliendo persone competenti.
D. La seconda?
R. La seconda è analoga a quella di molti Paesi, che assegnano alla capitale un ministro senza portafoglio. Per la stessa Londra, con diversi rimaneggiamenti, era stato creato il Greater London Council. Per Roma si potrebbe pensare a un alto commissario di rango ministeriale.
D. Perché?
R. Roma è capitale nella quale vi sono i vertici di due Stati, ha cinque università, e chi è a capo del Comune di Roma ha enormi compiti compresi quelli di rappresentanza che, se vuole, sono superiori a quelli del capo dello Stato italiano. Per molto tempo, a causa di questo, i sindaci hanno concepito il loro ruolo in modo un po’ «ciambellanesco»: accompagnare il Papa quando partiva, riceverlo quando tornava, accogliere i capi di Stato stranieri.
D. Invece?
R. Invece il problema è interessarsi della gestione, dare gli indirizzi, controllare i risultati, amministrare il personale, guidare le società dipendenti (che sono troppe). Sono stato uno dei tre autori dello statuto del comune di Roma, ai tempi di Franco Carraro sindaco, e ho avuto modo di conoscerne l’amministrazione dall’interno: ebbene, ci sono persone di buona professionalità ma lavorano in una marasma.
D. Migliaia di dipendenti. E la politica?
R. Oggi siamo di fronte a un corpo politico senza esperienza, e in più distratto dalla vicende del corpo politico stesso. Quindi, una carenza storica che è andata accentuandosi negli ultimi anni. Su queste due debolezze grava una funzione di capitale con due diversi Stati, un unicum nel mondo. Aspetti...
Si alza, guarda uno scaffale, rimugina un minuto, cerca («i libri sono ventimila»), ma poi estrae La fonction administrative dans la ville di Bertrand.
D. Una problematica non nuova, dunque.
R. Certo, in questo libro si parla de «l’impatto del potere esecutivo nella capitali nazionali». Insomma, che le città capitali debbano avere regole particolari. Noi siamo al paradosso: da un lato, una città come Roma ha esigenze molto eterogenee e complesse, dall’altro, dovrebbe servirsi di un’amministrazione molto peggiore di altre. Sa cosa dicono molti?
D. Mi dica.
R. Che ormai, per Roma, non bastano più i prefetti, ci vogliono i generali. Oramai il disfacimento amministrativo e la totale incuria...
D. Ce la potrebbe fare un prefetto?
R. Torno empirico. Prendo a prestito le parole del Galileo di Brecht, che parlava ai cardinali suoi giudici, dico: «Guardate coi vostri occhi». Vada alle 8, alle 9 del mattino, in un ufficio dei vigili urbani. Non penserà mica che stiano per strada, vero? Son tutti là che dialogano. Qui vicino – se non fosse tardi, ce la condurrei- c’è una scala pedonale su cui si è abbattuto un albero. Le potrei dire da quanti decenni il tronco sta là.
D. Decenni?
R. Sì, un giorno cadde. E sta ancora lì: l’hanno tirato di lato. Il marmo della scala è ancora rotto.
D. L’oriente, diceva l’ambasciatore ottocentesco...
R. Oppure vada in Piazza Venezia, diventata un ottovolante.
D. Dice per il traffico?
R. Dico per i sampietrini, tutti avvallati. Lo sa perché? Perché li mettono male. Ora lei mi dirà: Cassese pensa d’intendersi di cubetti di porfido (ride)?
D. Confesso d’averlo pensato.
R. Ma glielo dico con cognizione, perché l’altro giorno, andando a piedi al Consiglio di Stato, ho visto collocare dei nuovi sampietrini. Il problema è che mettono sotto solo un po’ di sabbia, mentre in Germania si posa materiale diverso su più strati, e poi i sampietrini.
D. Pensavo si riferisse al traffico, perché poco fa mi sono fermato in un bar in Piazza Euclide e, dalla sala thè, che è in alto, ho visto un lato della piazza riempirsi di auto parcheggiato in mezzo alla sede stradale: tre, quattro, dici, alla fine hanno superato la ventina, tanto che dopo è arrivato un mezzo più grande che non passava. Alla fine, sono arrivati i vigili.
R. Vede? Basta andare in giro per rendersi conto dell’incuria, o, meglio, dell’assenza di amministrazione.
D. Va bene professore, ma ora veniamo a questa giunta grillina.
R. Il M5s ha scelto persone senza esperienza, con due o tre eccezioni. Non basta la volontà popolare. Bisogna anche saper gestire. Anche il popolo può sbagliare. Ricorda quando fu la prima volta?
D. Immagino quando scelsero Barabba.
R. Esatto. Siamo figli di quello sbaglio. Ma la dirigenza politica capitolina non solo manca di esperienza, è anche presa giorno e notte dalle difficoltà che derivano dalle prime scelte sbagliate, nel selezionare i collaboratori. Si trova nella situazione di Clinton quando scoppiò l’affaire Monica Lewinsky: quell’uomo, che si doveva occupare dei problemi del mondo, come poteva farlo, se gli chiedevano conto dei suoi rapporti sessuali?
D. Ma ora, oltre a essere eventualmente distratta delle vicende nazionali, Virginia Raggi sarà presa anche dalle indagini che la riguardano.
R. La situazione peggiora. Vorrei sapere quanto tempo la giunta riesce a dedicare ai propri compiti essenziali, se ogni giorno viene fuori una magagna diversa, che necessariamente prende tutta l’attenzione di coloro che dovrebbero amministrare.
D. Tuttavia questa crisi comincia prima della Raggi.
R. Con Marino – lo accennavo prima – c’è stato un tracollo. E Marino è stato un buon parlamentare, non dimentichiamolo. Anche lui è stato preso dai compiti di rappresentanza, era più interessato ad apparire che ad amministrare.
D. Ricordo che andò anche a vedere il Papa a Philadelphia e Francesco non la prese bene.
R. Ci sono due modi diversi di fare il sindaco.
D. Quali?
R. Ricordo un colloquio fra due sindaci famosi: Maurizio Valenzi, primo cittadino di Napoli e, Diego Novelli, sindaco a Torino. Valenzi: «La mia porta è sempre aperta a tutti i cittadini».
D. E Novelli?
R. Novelli: «Devo lavorare per far funzionare il comune, se stessi ad ascoltare i cittadini, non risolverei i loro problemi».
D. Concezioni diverse. Roma ha avuto anche sindaci importanti, penso a Carlo Argan.
R. Anche Walter Veltroni fu un buon sindaco. Francesco Rutelli, fu sindaco nel l’anno giubilare. Esser sindaco a Roma, vizia, perché i riflettori sono sempre accesi. Invece...
D. Invece?
R. Invece non c’è solo l’input, ossia la domanda dei cittadini, c’è – ed è essenziale – l’output, il risultato. La popolarità vera si acquisisce gestendo bene, non promettendo, dialogando, presenziando. Occorre, come diceva Walter Rathenau (giurista tedesco, vissuto a cavallo del secolo scorso ndr), «far andare i battelli sul Reno».
D. C’è però un tema che non abbiamo toccato, la responsabilità dei partiti in questa situazione: l’enorme numero di addetti del comune, la proliferazione delle municipalizzate vengono da ere politiche successive.
R. Lo so, lo so bene. La politica a Roma è stata a lungo una fogna. Non dimentichi quello che disse Marianna Madia, qualche tempo fa.
D. Quel riferimento ai «troppi delinquenti nel Pd capitolino»? Anche prima c’era stato qualche altro problema.
R. La gestione di Gianni Alemanno è stata disastrosa. Un assessore mi confessò allora come si faceva il bilancio.
D. Vale a dire?
R. Gli stanziamenti erano due. Uno era quello del Campidoglio, il secondo era il bilancio di ogni assessore, con l’indicazione di quello che chiedeva: l’apertura di un circolo, l’intervento su un’area, il potenziamento di una municipalizzata. Talora per fini collettivi, spesso per fini politici personali.
D. Qual è la regola per amministrare bene?
R. Ricorda Annamaria Cancellieri?
D. Certo, intende quando faceva il commissario prefettizio a Bologna?
R. Esatto. La prima cosa che fece fu girare a piedi le strade della città, per controllare le buche. Se va a Parigi, vede tanti di quei netturbini in giro, con gli scopettoni verdi. Difficile vederne a Roma, eppure ci sono e ci costano. Per non parlare dei trasporti milanesi, a paragone coi nostri. I fondamentali di un’amministrazione, sono strade e trasporto urbano.
D. Che fanno gli attuali assessori romani?
R. Ho sentito un assessore capitolino dichiarare d’essersi interessato di non so quale torneo di tennis, mentre manca l’essenziale. Come se uno che stesse morendo dissanguato si preoccupasse della ricrescita dei capelli.
D. Ma i romani non hanno colpe?
R. I romani, alla fine, non sono troppo diversi dai milanesi. Invece, Milano è gestita bene, Roma pessimamente. C’è anche un problema di classe dirigente nazionale. Quando Roma divenne capitale, Quintino Sella pensò di far costruire i ministeri lungo la direttrice di via XX Settembre, perché vicina alla stazione ferroviaria, perché la capitale doveva servire la nazione e quindi essere facilmente raggiungibile anche per chi non abitasse a Roma.
D. Oggi invece?
R. Oggi la politica nazionale non si rende conto che la capitale serve alla nazione, la politica locale è più interessata alla «rappresentazione» che alla «rappresentanza».
D. Oggi conta chiedere il consenso alla Rete. Gli input di prima.
R. Ho studiato i documenti politici dei Cinque stelle.
D. Che ne ha ricavato?
R. Il loro è un finto populismo. Innanzitutto perché, al massimo, han fatto consultazioni con 40mila persone: che cosa sono rispetto alla popolazione di Roma? Poi perché, in ogni documento, prima o poi, spunta il «Garante» o il «Capo Politico», con le maiuscole. Ossia Beppe Grillo.
D. Non è populismo? E cos’è?
R. Lo potremmo chiamare cesarismo, bonapartismo, leaderismo, veda lei. Ma han costruito una democrazia di facciata. La colpa, comunque, non è solo loro.
D. Di chi è, professore?
R. Dei partiti tradizionali. Non hanno mai voluto una legge che li regolasse, come aveva invece suggerito Costantino Mortati, uno dei padri della Costituzione. Decine di disegni di legge rimasti al palo.
D. Ce n’è uno in discussione, proposto dal deputato democratico Matteo Richetti. Ma una legge che cosa avrebbe comportato?
R. Se ci fosse stata una norma, questa avrebbe previsto che i partiti sono associazioni, che debbono avere uno statuto, che lo statuto deve prescrivere metodi democratici, che i partiti vanno in qualche modo registrati. Il M5s rifiuta di essere un’associazione, ma si definisce una rete, ha un «non-statuto», non ha una organizzazione interna democratica e rifiuta ogni tipo di riconoscimento.
D. Professore, chiudiamo su Roma, con una nota biografica. C’è un’immagine, di questi suoi sessant’anni da romano adottivo, che rappresenti una fase positiva di una città che non c’è più? Un’immagine che sia l’opposto di quella del tronco crollato e lasciato là per decenni.
R. Nel 1960, Roma ospitò le Olimpiadi. Furono fatti i sottopassi che da Corso Italia portano giù al Muro torto. La terra di quel grande sbancamento fu portata qua vicino, dove c’erano zone acquitrinose, delle «marrane», dei riaffioramenti del Tevere. Riempirono per una profondità di circa dieci metri un’area vasta. Soffrimmo l’andirivieni dei camion per un anno, ma ora Corso d’Italia consente di andare da una parte all’altra di Roma molto velocemente.
D. Solo un anno, per quei lavori? Oggi chissà quanti ne occorrerebbero.
R. Fa impressione, vero? Un po’ come l’Autostrada del Sole, in pochi anni arrivarono da Roma a Milano, bucando l’Appennino.