Il Messaggero, 7 febbraio 2017
«Massacro di Varani, 30 anni a Foffo»
ROMA Ha evitato l’ergastolo, grazie alla scelta del rito abbreviato. Ma per la procura dovrebbe restare in carcere trent’anni. A meno di un anno dall’omicidio di Luca Varani, il massacro del Collatino fa i conti con la giustizia. Così ieri il pm Francesco Scavo ha deciso di concludere la sua requisitoria senza ipotizzare sconti per uno degli autori dell’omicidio. Nessuna attenuante, se non la riduzione del terzo della pena per la scelta del rito alternativo. Quindi, trent’anni la richiesta di condanna per Manuel Foffo, mentre il complice nel delitto, Marco Prato, andrà in aula per un processo che seguirà il rito ordinario.
LA REQUISITORIA
«L’imputato avrebbe meritato – ha affermato il pm – un riconoscimento per la confessione piena e per il pentimento mostrato, ma in caso di concessione di attenuanti generiche, vista la scelta del rito abbreviato, si sarebbe arrivati alla richiesta di una pena di 16 anni, troppo mite per l’orrore compiuto». L’ultima parola ora spetterà al gup Nicola Di Grazia. E se per Prato che ha scelto l’ordinario, il rinvio a giudizio appare scontato, sulla sentenza per Foffo, prevista per il 21 febbraio, il calcolo della pena resta aperto. Tanto che la stessa accusa, in un passaggio del discorso, ha ammesso: «Meriterebbe venticinque, ventisei anni».
Ma c’è la violenza fine a se stessa, c’è il disprezzo per la vita umana, c’è forse anche la follia. Tanto che ora i due imputati sembrano aver perso tutto quel coraggio conquistato con droga e alcol. E Foffo come Prato non si sono presentati in aula. Sono rimasti in carcere, aspettando di sapere quale sarà la loro sorte. Ad ascoltare la ricostruzione della procura – quei momenti di crudeltà senza limiti – ci sono, invece, i genitori della vittima. Senza pace, a testa bassa, non hanno voluto rilasciare dichiarazioni. «Oggi è stata una giornata terribile», si è limitato a dire il padre del ragazzo ucciso. Poi Alessandro Cassiani, l’avvocato che assiste la madre di Luca, ha chiarito: «Non cercano sangue, ma giustizia. Anche se per me questo è un caso da ergastolo. Varani è stato torturato e ucciso come Giulio Regeni». E per descrivere la ferocia degli assassini ha sottolineato: «Non c’è profilo più calzante per la premeditazione. C’è Foffo che confessa che volevano uccidere, Prato che volevano stuprare. Di fatto escono per cercare una lucciola, non la trovano, e chiamano Luca, che narcotizzano e torturano. Per godersi l’obiettivo raggiunto lo massacrano per tre ore».
La parte civile ha avanzato una richiesta di risarcimento di quattro milioni di euro e una provvisionale, immediatamente esecutiva, di un milione. L’accusa non ha mosso nuove contestazioni: omicidio premeditato aggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà, dai motivi futili e abietti, dalla minorata capacità della vittima. «La pena base non poteva non partire dal calcolo dell’ergastolo – ha evidenziato il pm – Vista la scelta dell’abbreviato si è scesi a trent’anni di carcere. Riconoscere anche le attenuanti, che in parte l’imputato meritava, significava concedere una pena di 16 anni. Inaccettabile».
LA DIFESA
L’avvocato Michele Andreano, che assiste Foffo e ha consegnato al giudice una super perizia per provare la malattia irreversibile del suo assistito provocata dall’abuso di alcol e cocaina, discuterà in aula il 21 febbraio. «Il messaggio della procura mi è sembrato un po’ pericoloso – ha commentato – La legge è quella, e va applicata nel bene e nel male». Sul punto è intervenuto anche il padre di Manuel, il quale, forse, sperava in un trattamento migliore. «Mio figlio è devastato dai sensi di colpa, per un omicidio in cui è rimasto coinvolto, trascinato in una follia – ha dichiarato – Il pubblico ministero aveva sempre ribadito in tutti gli interrogatori che avrebbe riconosciuto il suo atteggiamento collaborativo. Manuel si è costituito e ha fatto arrestare anche il complice, ha detto sempre la verità». L’uomo ha ricordato anche una intercettazione, dalla quale – a suo dire – si comprende bene che il figlio ha la coscienza di quanto commesso, e parlando in carcere con il fratello, si dispera: «Ho fatto una cosa peggio dell’Isis, ma come ho potuto?».