il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2017
«I veri dossier li tengo in un caveau, come mi insegnò Andreotti». Intervista a Francesca Chaouqui
Il mio errore è stato peccare di ingenuità, sono stata un po’ troppo Giovanna d’Arco”. Francesca Immacolata Chaouqui esce oggi in libreria con il dettagliato In nome di Pietro (Sperling & Kupfer), dove racconta gli ultimi anni di vicende vaticane dal suo punto di vista (contestato e parziale, dicono i suoi nemici): la nomina imprevista nella Cosea, una commissione di laici incaricata dal Papa di analizzare i conti e l’economia del Vaticano, gli scontri, le accuse di essere il “corvo” che aveva passato i documenti ai giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, l’arresto e il processo in Vaticano.
Signora Chaouqui, continua a esserci una fronda anti-Francesco, l’abbiamo visto anche con i manifesti apparsi a Roma. Il Papa deve temere qualcosa?
Francesco ha avviato da tempo una operazione di rinnovamento importante, non si ferma certo di fronte a qualche bambinata come questa.
Dietro i manifesti c’è la Curia?
La Curia si muove con logiche più sottili, macchinose. Ma di sicuro c’è la volontà di compiacere qualcuno nella Curia.
Non ha mai chiarito in dettaglio chi l’ha davvero sponsorizzata per la nomina in Cosea.
Rimane in me il dubbio di chi ha preso la decisione effettiva. Di sicuro mi ha proposto monsignor Balda, ma non so chi ha poi ha detto di sì.
Nei primi giorni del suo mandato, ha denunciato che i suoi vecchi tweet rivelati dai giornali sul cardinal Bertone e la leucemia di Benedetto XVI erano falsi.
Mio marito è uno dei maggiori esperti di cyber security in Italia, se ci fosse stata una violazione dell’account ce ne saremmo accorti. È peggio: hanno modificato con photoshop lo screenshot del mio account Twitter. Su consiglio dell’avvocato, ho deciso di non querelare i giornalisti.
Lei racconta che a un certo punto monsignor Balda diventa ingestibile. Perché?
Aspettative professionali tradite, il crescendo di pressioni, la necessità del cardinale George Pell di lasciare l’Australia il prima possibile, per gli scandali di pedofilia, e quindi chiudere in fretta la Cosea.
Anche nel libro si parla di un’amicizia con l’ex premier Matteo Renzi e i suoi genitori. Come nasce questo rapporto?
Questa è una cosa che rimane riservata, ognuno ha le sue relazioni. Posso solo dire che non volevano incontrare il Papa. Abbiamo partecipato a un’udienza e siamo andati a mangiare nel refettorio di Santa Marta, come fanno decine di persone ogni giorno. Mi hanno chiesto: andiamo in udienza e così abbiamo fatto.
Tra le sue relazioni c’è anche Luigi Bisignani, ex giornalista oggi indagato per corruzione internazionale. Che ruolo ha in Vaticano?
Gigi Bisignani è l’uomo che maggiormente mi ha chiesto come stavo, come stava mio figlio, durante il processo. Dal punto di vista umano per me è un gigante. Ha contatti di primissimo piano in Vaticano, è uno dei comunicatori più quotati, ha relazioni straordinarie con istituzioni italiane ed estere. E le sa gestire.
Nel libro lei sembra alludere al Segretario di Stato Pietro Parolin e a monsignor Angelo Becciu come registi del processo.
Parolin no, anzi, credo che non abbia affatto gradito il rumore mediatico che si è generato. Quanto a Becciu, il suo problema è che non ha mai fatto pace col fatto che è alto un metro e sessanta. Quando succederà staremo tutti meglio, nella Curia e fuori.
È vero che lei ha una cassaforte in camera da letto con dossier scottanti?
In realtà è un caveau in un’azienda specializzata. E ho un notaio. Io ho iniziato la mia carriera grazie a Giulio Andreotti, da lui ho imparato l’importanza degli archivi. Ho messo nel libro quello che era importante per smontare certe ricostruzioni. Il resto lo userò solo se sarà necessario per il bene della Chiesa. Ho già iniziato un secondo libro.
In un capitolo rivela di aver scoperto falle nella sicurezza del Papa. Cosa è cambiato?
Mi limito a dire che quando sono arrivata in Vaticano la Gendarmeria era in un momento di particolare difficoltà, con tensioni con il comandante Giani. Sono quelli che mi hanno arrestato, ma il Corpo della Gendarmeria è quello che funziona meglio.
Balda, nel suo memoriale, ha detto che lei gli confessò di far parte dei servizi segreti. Ha avuto contatti con l’intelligence durante la sua permanenza in Vaticano?
Se anche fosse, ve lo direi?
Oggi qual è il suo lavoro?
Non ho perso un cliente nonostante il processo, ho fondato da poco la mia società, con sede a Roma e Milano, stiamo aprendo a Trieste, New York, un mio partner sta avviando la sede a Tele Aviv, facciamo consulenze per governi e capi di Stato, strategia politica e comunicativa.
Qualche nome?
Non posso svelarli. Ma spesso sono in giro per Roma con loro, se mi seguite lo vedrete.