Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2017
La «prova generale» in vista della fine del sostegno Bce
«Il sostegno delle nostre misure di politica monetaria è ancora necessario». In un passato non certo lontano una frase come quella pronunciata da Mario Draghi di fronte al Parlamento europeo e rafforzata poi dal richiamo a un euro «irrevocabile» sarebbe stata sufficiente ad arrestare le vendite sui titoli di Stato della periferia d’Europa. Ieri niente è invece riuscito a impedire allo spread italiano di tornare a rivedere «quota 200» per la prima volta dopo tre anni, e pure al differenziale francese nei confronti della Germania di allargarsi in misura altrettanto significativa.
La mancata reazione alle rassicuranti indicazioni del presidente della Bce rappresenta, se vogliamo, un po’ il segno dei tempi e si spiega non con uno, ma con una serie di fattori concomitanti. Esiste infatti un lato puramente macroeconomico della vicenda, costituito da un’accelerazione della crescita e soprattutto dell’inflazione su scala globale, che condiziona l’andamento dei tassi obbligazionari e rende più ripida la curva: la tendenza si è vista chiaramente dalla fine della scorsa estate sui Treasury Usa e poi a cascata sui Bund e sul resto dell’Eurozona. Il tutto nonostante la crescita dei prezzi sia, parola di Draghi, ancora «sottotono» quando si guarda al medio-lungo periodo e si escluda l’effetto delle componenti più volatili.
Ieri per la verità ad aumentare erano soltanto i rendimenti della «periferia» insieme a quelli della Francia, mentre la Germania veniva «comprata» dagli investitori in una di quelle tipiche fasi di avversione per il rischio. Qui è piuttosto il fattore politico a innescare i movimenti: quell’incertezza in più che si sta creando sulla corsa per l’Eliseo, sul voto (certo) tedesco d’autunno e su quello (possibile) italiano, con l’incognita dei movimenti «populisti» (o «antieuropeisti» che dir si voglia) in costante ascesa ovunque e il fresco ricordo delle sorprese dell’anno passato a creare ulteriore tensione.
Su questo aspetto Draghi e la Bce possono in effetti fare ben poco, ma quando si guarda alle Banche centrali (e segnatamente a quella europea) c’è sicuramente un ulteriore elemento che fa riflettere e impatta sugli investitori. Per quanto lo stesso numero uno dell’Eurotower continui a rassicurare sul proseguimento delle azioni espansive e la maggior parte degli economisti sia convinta che il tapering, cioè la loro graduale rimozione, inizierà soltanto il prossimo anno con buona pace dei «falchi» tedeschi, il mercato sta già facendo i conti con uno scenario differente rispetto all’ultimo decennio e nel quale la presa della politica monetaria su listini e rendimenti è destinata ad affievolirsi.
Sotto questo aspetto si potrebbe sostenere che nella «periferia» d’Europa (con l’aggiunta momentanea della Francia) si stia adesso già facendo una sorta di prova generale per un futuro in cui il sostegno Bce verrà inevitabilmente a mancare e si dovrà stare in piedi con forze proprie. Per chi teme, osservando le tensioni di queste settimane, che si possa tornare ad avvicinare i picchi della crisi suona tuttavia rassicurante l’analisi di Morgan Stanley.
I meccanismi di protezione (Omt) progettati nel frattempo nell’Eurozona, i saldi delle partite correnti ora in surplus e non più in deficit, il consolidamento fiscale che ha riportato in positivo l’avanzo primario sono i fattori fondamentali che contribuiscono – secondo la banca d’affari Usa – a rendere meno vulnerabile la maggior parte dei Paesi periferici. Se a tutto ciò si aggiunge che la quota del loro debito in mano agli investitori esteri si è ridotta rispetto a qualche anno fa – l’Italia, con il 37%, è sotto questo aspetto in posizione addirittura più favorevole rispetto a Spagna (45%) Portogallo (47%) e Irlanda (56%)- il quadro è ancora più completo. Quei 500 punti e oltre di spread del novembre 2011 sembrerebbero quindi fuori dalla portata, ma sottovalutare i segnali che il mercato ci invia sarebbe un errore imperdonabile.