LaVerità, 7 febbraio 2017
L’Aci ha inventato la gabella online per poterci spillare più quattrini
Pagare una gabella da 4 milioni di euro e non saperlo. Succede in Italia. Forse perché «c’è un solo modo di distruggere il capitalismo: tasse, tasse e sempre tasse». Non lo ha detto Adam Smith, l’economista liberale per eccellenza né Ronald Reagan o Margaret Thatcher ma Karl Marx. L’autore del Manifesto del partito comunista in questo caso ci ha visto giusto. Nel Medioevo si chiamavano gabelle le tasse ingiuste per spillare denaro al popolo. E la storia che andiamo a raccontarvi sembra proprio una di queste.
Nel nostro Paese tutto o quasi riguardi la proprietà delle automobili si fa all’Aci, l’Automobile Club d’Italia, l’ente pubblico affidatario del registro automobilistico, che prima in regime di monopolio ed oggi come affidatario delle Regioni, esercita il ruolo di agente di riscossione delle tasse specifiche. L’Aci ha di fatto il monopolio del settore e nell’ente, per metà associazione e per l’altra carrozzone di Stato, è pesante la mano pubblica e l’onnipotente politica. Ma andiamo per gradi. Dal 1927 lo Stato affida all’Aci (106 sedi, 2850 dipendenti, un attivo di bilancio 2015 di 21 milioni di euro) il Pubblico registro automobilistico, detto anche Pra, croce e delizia degli italiani. Secondo un report pubblicato nel 2016 dalla Corte dei Conti il Pra per «formalità, certificati e visure», è costato agli italiani solo nel 2013 «193 milioni di euro»; il 65 per cento delle entrate dell’Aci che infatti incassa denaro principalmente se ci sono le attività del Pra.
IL DOPPIONE
Per alcuni una tassa occulta visto che solo in Italia esistono due diversi e quasi omologhi registri automobilistici. Uno per la carta di circolazione rilasciata dalla Motorizzazione civile, sotto il ministero dei Trasporti e l’altro appunto per il certificato di proprietà, rilasciato dal Pra, cioè l’Aci, sotto il ministero del Turismo. Risultato? Doppio pagamento e tutto raddoppiato e confuso.
REFERENDUM FALLITO
È dal referendum del Partito Radicale degli anni Novanta che si è parla di abolire il Pra. Ci hanno provato ministri di ogni schieramento, Giulio Tremonti, Antonio Di Pietro, Pier Luigi Bersani, fino al commissario per la spending review Carlo Cottarelli, ma niente. Ogni tentativo di cancellazione, accorpamento alla Motorizzazione o di avere un unico documento per l’identificazione del veicolo è finito nel nulla. Bene!
Si fa un visura al Pra se si vuole conoscere la storia di ogni autovettura immatricolata, eliminare incertezze, conflitti sulla proprietà, capire le posizioni giuridiche di chi vanta diritti reali sul mezzo, cambi di proprietà, ipoteche eventuali, incidenti, vincoli che ne limitino la disponibilità, sequestri, pignoramenti, fallimenti, fermi amministrativi, cancellazioni. Non si può prescindere dalle visure relative alla proprietà. E se ne fanno milioni in un anno.
LA DIGITALIZZAZIONE
Nel 2015, dopo l’ennesima polemica, per evitare il tentativo di eliminazione del Pra, l’Aci lo ha digitalizzato, promettendo un risparmio per gli italiani, l’uso della carta. Tutto on line! Infatti se fai la visura recandoti allo sportello Aci paghi 6 euro, (il costo è esente l’Iva aggiuntiva). Ci sono gli impiegati da pagare, la struttura Aci, l’inchiostro per stampare, la famosa carta, i diritti di proprietà dell’archivio, ecc... Tutto comprensibile. Allora per risparmiare sui 6 euro si può tentare la visura on line. Siamo nel 2016, è tutto digitalizzato! Il contributo da versare al monopolio dello Stato sarà 0 o minore, forse 4 euro, 3 euro!
E invece no. Per la visura on line ai 6 euro si aggiungono 2,32 euro e anche l’Iva, al 22 percento. Costo complessivo per una visura on line: 8,83 euro. Si paga ben 2,83 euro in più. E quale sarebbe il costo aggiuntivo dell’Aci? Dato che semplicemente si accede tramite un servizio on line? C’è forse da pagare un sovrappiù per gli alieni che girano gli ingranaggi dei server dell’ente?
LA MULTA DELL’ANTITRUST
Nel 2016 l’Antitrust ha inflitto all’Aci 3 milioni di euro di multa per un fatto simile: chiedeva una commissione aggiuntiva a chi pagava il bollo con carta di credito o bancomat, infrangendo il Codice del Consumo che vieta in modo tassativo spese aggiuntive ai consumatori che usano strumenti di pagamento elettronici. Multa poi sospesa dal Tar del Lazio che dovrà decidere nel merito il da farsi a fine 2017. L’Aci sostiene che il sovrappiù copra i costi vivi del servizio. «Le visure Pra rese in via telematica», scrive l’Aci nel suo ultimo bilancio «hanno fatto registrare ricavi per 12.606.000 di euro nel 2015 con un incremento del 10,34 per cento rispetto al 2014». Più di 12 milioni di euro di entrate arrivano solo con le visure on line! Semplificando, se tutti quelli che hanno usato internet si fossero recati fisicamente all’ente, pagando i classici 6 euro, (ed escludessimo le visure storiche on line che hanno un costo più alto ma subiscono la medesima gabella) l’Aci avrebbe incassato solo 8 milioni e mezzo di euro. Meno 4 milioni di euro. Una bella gabella, no!?
Lo Stato ci dice che se paghiamo per via digitale, con carte, bancomat, on line, eliminando il contante, staniamo gli evasori, poi noi lo facciamo e ci fa pagare, con i suoi monopolisti, una gabella da 4 milioni di euro! Strano. Aveva proprio ragione Karl Marx: «tasse, tasse e sempre tasse, c’è un solo modo di distruggere il capitalismo».
Abbiamo interpellato l’ufficio stampa dell’Aci ma non hanno trovato un possibile interlocutore che potesse rispondere alle nostre domande.