La Stampa, 7 febbraio 2017
Sanremo, l’immigrato che scompiglia i pronostici
E se il Festivalone lo vincesse l’immigrato albanese? L’italiano di prima generazione che non è nato in Italia, ha un nome esotico ma parla la nostra lingua non solo meglio dei suoi colleghi, e forse non ci vuole poi molto, ma anche della maggior parte dei suoi coetanei?
A Sanremo, il tamtam degli addetti ai lavori è categorico. Accanto ai grandi classici, qui felici e cantanti dai tempi del primo centrosinistra, insomma tutti i soliti noti del Sanremone dalla A di Al Bano alla Z di Zarrillo, con l’aggiunta della Mannoia che si degna di tornarci, lei così autoriale e chic e di sinistra, uno dei favoriti è Ermal Meta, 35 anni, nato a Fier, nel Sud dell’Albania, immigrato in Italia «da quasi 23 anni», nel ‘94. «Ma niente di drammatico, la stagione dei barconi era già finita. Semplicemente, ho preso il traghetto da Valona a Bari».
Meta porta una canzone forte e anche bella, titolo «Vietato morire», storia di un padre violento, «Ricordo il primo giorno di scuola / Ventinove bambini e la maestra Margherita / Tutti mi chiedevano in coro / Come mai avessi un occhio nero», insomma non proprio il solito format cuore-amore e la consueta spremuta di melassa sanremese. Oddio, affrontare temi seri all’Ariston è un po’ come disquisire di Kant in curva Sud, però, come dice Meta, «la musica ha un’arroganza incredibile», insomma basta un poco di zucchero canoro e il messaggio va giù. E poi, sempre lui, «soltanto qualcosa di effimero è davvero importante», quindi proprio perché il contenitore è leggero può valorizzare contenuti pesanti e pensati. Ma sono legati, la brutta storia della canzone e il trasferimento in Italia? «Mi interessa il messaggio, non l’autobiografia. Diciamo che non sono scappato soltanto da un Paese, ma anche da una situazione personale».
A parte questo, resta la curiosità di vedere fra i papabili un italiano (ha il doppio passaporto) con un nome che italiano è così poco. Ermal, per inciso, significa «vento di montagna». In un momento storico, oltretutto, dove fra Trump e Orban e gli altri i muri si tende più ad alzarli che ad abbatterli, come pure è successo in Europa non troppi anni fa. E, a conferma che oggi l’atmosfera è cambiata, sembra già un’eternità. «A me un muro fa venire voglia di aprirci una finestra», dice Meta, e del resto nella cupa Albania comunista dov’è cresciuto l’Italia poteva sembrare l’America. «Ma è normale, no? Per chi abita al primo piano il secondo sembra sempre meglio».
Sarà. Però in questo Sanremo che si annuncia così consensuale e plebiscitario, una specie di compromesso storico Rai-Mediaset a maggior gloria degli ascolti, e dove l’unica polemica annunciata e probabilmente già ammosciata è quella delle «sentinelle in piedi» che sentinelleranno venerdì contro il superospite Ricky Martin, colpevole di essere allo stesso tempo gay e papà, l’idea che in pole position per la vittoria ci sia uno dei nuovi italiani che ce l’hanno fatta è, questa sì, un segno dei tempi. E una storia. Per una volta, anche bella.