Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 07 Martedì calendario

Le differenze con il 2011 e le tensioni sulla politica

È tutto così simile, eppure profondamente diverso. L’ultima volta che lo “spread” nei rendimenti fra titoli di Stato decennali italiani e tedeschi superò la linea simbolica dei 200 punti (2%), si era a metà 2011. L’Italia stava scivolando nella crisi dell’euro, per ragioni principalmente finanziarie: l’eccesso di debito rispetto a scarsa crescita, l’assenza di un’istituzione che garantisse il finanziamento dei governi quando il panico paralizzava i mercati. A Bruxelles, Francoforte, Berlino, Parigi e Roma servirono anni per trovare una diagnosi condivisa, ma poi arrivò una risposta efficace della Banca Centrale Europea.
Ieri lo spread ha di nuovo superato quota 200, e sarebbe più semplice se i problemi fossero gli stessi di allora. Sapremmo come fare. La differenza è però che la radice delle tensioni di mercato stavolta è politica in primo luogo, non finanziaria. Dunque assicurare la stabilità implica una risposta sullo stesso piano, quello della politica. La Bce non basta più. È politico senz’altro l’innesco specifico dello stress che colpisce in queste ore i titoli di Stato in Italia, perché tutti hanno sentito le parole di Marine Le Pen due giorni fa: una vittoria della leader del Front National può portare la secessione della Francia dal progetto europeo e la fine dell’euro. Di qui le vendite sui titoli di Stato di Parigi e, per contagio, su quelli dell’Italia priva di un orizzonte di governo.
In parte gli investitori sembrano in preda a un riflesso anacronistico, come generali che stiano ancora combattendo l’ultima guerra. Non questa. Stanno reagendo con violenza alla campagna elettorale francese perché sono marchiati a fuoco dal ricordo delle vittorie della Brexit e di Donald Trump, che non avevano previsto. Anche per questa ragione oggi giudicano la Francia come se la storia dovesse correre sugli stessi binari, senza riflettere che Le Pen nei sondaggi al ballottaggio delle presidenziali per ora è data per nettamente sconfitta contro entrambi i suoi grandi sfidanti. Perde 35% a 65% contro Emmanuel Macron, arriva a fatica al 40% anche contro un cavallo azzoppato come François Fillon.
C’è però poi un secondo strato di insicurezza, più profondo, che si avverte sempre di più: la Russia potrebbe interferire a favore di Le Pen, come ha già fatto contro Hillary Clinton negli Stati Uniti. I media sotto controllo del Cremlino hanno già iniziato a minacciare Macron.
Ma se una prospettiva del genere si affaccia lo si deve a un terzo livello di rischio politico, ancora più profondo. Mentre la Russia si immischia negli equilibri europei per spostarli, l’America si sottrae. Consuma la sua secessione dall’Europa. Appena poco più di un anno fa Henry Kissinger scriveva: «Gli Stati Uniti hanno tutte le ragioni storiche e geopolitiche di sostenere l’Unione Europea e impedire la sua deriva verso un vuoto geopolitico». Per 70 anni questo è stato il consenso bipartisan a Washington. Ora, a quanto pare, non più. Trump sembra vedere la Ue e l’euro con indifferenza o ostilità. Sono bastati pochi giorni senza più tutela americana, e riesplodono le tensioni militari fra Grecia e Turchia, si torna a combattere in Ucraina, mentre il ministero delle Finanze a Berlino cerca di nuovo di espellere Atene dall’euro. Lo “spread” a 200 è solo il sintomo del nuovo mondo, che ora noi europei dovremo navigare da soli.