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 2017  febbraio 07 Martedì calendario

Euroffensiva: un asse tra la Banca centrale e Merkel per contrastare la deregulation Usa e l’avanzare dei populismi locali

BERLINO Mario Draghi ha già deciso ieri di rispondere con inusitata durezza agli Stati Uniti, dopo che nei giorni scorsi il consigliere al Commercio di Trump, Peter Navarro, aveva aggredito la Germania per attaccare l’Europa e l’euro. E il presidente della Bce non si è fermato qui: ha criticato anche l’amministrazione Trump per l’intenzione di voler smantellare il Dodd-Frank-Act, quel poco di regolamentazione finanziaria che Obama è riuscito a imporre dopo il disastro dei subprime. Ma se Draghi ha fatto scudo ad Angela Merkel alla vigilia di un faccia a faccia a Berlino previsto per giovedì, è per vari motivi.
Primo, perché il suo solido europeismo lo porta ad accettare l’identificazione tra la Germania e l’Europa che sta diventando sempre più scontata ovunque, da Pechino a Washington. Una sovrapposizione confermata proprio in questi giorni da una storiella apparentemente minima che rimbalza tra la capitale tedesca e Bruxelles e che sta provocando imbarazzo e irritazione. Il Canada vorrebbe mandare un solo ambasciatore per la Germania e per l’Unione europea: l’ex ministro degli Esteri, Stéphane Dion. E risiederà a Berlino, non nella capitale d’Europa.
Così, mentre un inferocito presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, sta riflettendo su come rispondere a Trudeau, Draghi ha già mandato un segnale chiaro a Trump. La Bce “non manipola” l’euro – l’ultimo intervento diretto sui mercati valutari risale al 2011 ed era frutto, come accaduto quasi sempre, di un’azione coordinata tra le banche centrali più importanti (altro elemento che Draghi non si stanca mai di sottolineare è l’importanza di azioni concordate tra i guardiani delle monete, proprio per evitare guerre). Soprattutto, l’italiano ha ricordato a Washington che «la Germania ha un surplus commerciale significativo con gli Usa», ma che «non è mai intervenuta unilateralmente sui mercati valutari».
Allo stesso tempo, il presidente della Bce ha replicato con fermezza alla stessa Germania che attraverso il suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, sta aumentando le pressioni su di lui per tirare su i tassi di interesse e uscire dalla fase emergenziale. Attenzione a non reagire «a singoli dati e a picchi temporanei dell’inflazione», ha sottolineato ieri, aggiungendo che «c’è ancora bisogno delle nostre politiche monetarie». Al “primo della classe” Germania, il banchiere centrale ha ricordato che la moneta unica deve tenere conto di diciannove economie e non solo di quella più forte.
Ma osservando la triangolazione Draghi- Merkel-Schaeuble con attenzione, è chiaro che stia riemergendo un vecchio gioco delle parti. D’un lato Schaeuble come testa di ponte – tanto più in una delle campagne elettorali più difficili di sempre – dell’ortodossia tedesca anti-Bce. E con il miglioramento della situazione economica (confermata ieri anche dagli strabilianti ultimi dati che arrivano dall’industria), gli elettori conservatori non faranno che alzare sempre più la voce per ottenere un rialzo dei tassi di interesse e un’uscita dalla fase emergenziale e del quantitative easing. Tanto più che ieri è uscito il primo sondaggio che dà il rivale di Schaeuble e Merkel, il capo della Spd Martin Schulz, persino davanti alla Cdu.
Dall’altro, Merkel è sempre stata un’alleata fidata di Draghi, nelle fasi più drammatiche dell’euro e dell’Europa. E negli ultimi tempi è di nuovo evidente una certa sintonia nei loro discorsi. Ieri il presidente della Bce non ha voluto rispondere alle domande sul merkeliano rilancio dell’”Europa a più velocità” – mancano ancora troppi dettagli – ma nei suoi interventi più recenti, se letti in filigrana, c’è già la risposta a qualche interrogativo emerso di recente. Il presidente della Bce ha cominciato ad esortare i governi ad ascoltare maggiormente i cittadini e li ha invitati ad una maggiore convergenza sulla difesa e sulla sicurezza – esattamente i temi che la cancelliera ha in mente, quando parla di Europa a più velocità.
Ma nell’attesa che si capiscano meglio le vere intenzioni di Merkel, Draghi ha voluto affrontare di petto un terzo fronte insidioso, dopo Trump e Schaeuble: quello dei populisti. Per farlo, ha dovuto recuperare un’espressione che sperava di aver seppellito dopo la crisi più acuta dell’euro. La moneta unica è “irreversibile”, ha precisato. Appena una settimana fa, in uno dei discorsi più politici degli ultimi anni, a Lubiana, l’ex governatore della Banca d’Italia aveva ricordato anche ai pifferai magici dei ritorni ai sistemi monetari, quanto era costata cara all’Italia l’uscita dallo Sme, dal sistema di cambi pre-euro, nel 1993. Ma a volte la storia è dura da accettare, soprattutto nel magico mondo delle post- e mezze verità e della propaganda bugiarda.