Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
La trattativa sulle pensioni è attraversata dai giudizi severi del Fondo Monetario Internazionale e della Ue. Le due istituzioni si riferiscono in particolare al Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, il testo approvato dal consiglio dei ministri giovedì scorso che traccia le linee guida della politica economica dei prossimi mesi e definisce la cornice entro cui dovrà essere iscritta la prossima finanziaria. In pratica, a Fmi e Ue non è piaciuto che nelle previsioni sia stato leggermente peggorato, almeno in una prima fase, rapporto tra debito e pil e che si sia destinato il tesoretto, invece che a una prima demolizione del nostro enorme debito, all’aumento delle pensioni minime. Fmi e Ue non lo dicono esplicitamente, ma i loro avvertimenti sono di fatto un fuoco di sbarramento proprio sulla trattativa relativa alle pensioni: secondo gli osservatori internazionali, se le richieste di sindacati e sinistra della coalizione dovessero essere accettate, i conti pubblici italiani andrebbero fuori controllo.
• Oggi argomento difficile, vedo. Da un sacco di giorni sento la parola scalone, e aspettavo il momento di chiedergliene conto.
E’ molto semplice. La legge prevede che si possa andare in pensione già a 57 anni se si sono versati 35 anni di contributi. Beh, dal prossimo 1° gennaio per andare in pensione bisognerà avere 60 anni. Tre anni di salto in un solo colpo. Quindi, scalone.
• Mi sta dicendo che questa legge è già in vigore?
Esattamente. La varò nel 2004 il governo Berlusconi. Il progetto era del ministro del Lavoro Maroni e si accompagnava a una serie di incentivi per quelli che, avendo i requisiti per ritirarsi, avessero deciso di restare al lavoro. A quanto pare gli incentivi, che allora parvero notevolissimi, hanno invece funzionato poco. La gente non si fida e quando arriva il momento prende la palla al balzo e si ritira. A 57 anni, e con una bella competenza accumulata, i soldi per integrare la pensione lavorando, magari in nero, si trovano. Perciò, gli incentivi sono finiti e lo scalone è rimasto.
• Che bisogno c’era di mettere questo scalone?
I conti pubblici non reggono, i denari non ci sono. Lo scalone della legge Maroni è concepito così: 35 anni di contributi e minimo 60 anni a partire dal 1° gennaio 2008, minimo 61 anni a partire dal 1° gennaio 2010, minimo 62 anni dal 1° gennaio 2014. Con questo sistema l’anno prossimo si risparmierebbero 400 milioni, che possono sembrare poca cosa, ma non lo sono perché il risparmio risulta sempre più consistente man mano che passano gli anni: 7 miliardi nel 2012, 9 nel 2014, 200 nel 2035.
• Perché i sindacati non si sono opposti quando Maroni ha varato questa legge dello scalone?
Si sono opposti, infatti, perché Maroni voleva mettere lo scalone subito. Hanno ottenuto gli incentivi e il rinvio dello scalone al 2008. Adesso che il 2008 è arrivato, ricominciano. Oltre tutto, la sinistra radicale impose l’abolizione dello scalone anche nel programma di governo. E dice che adesso lo scalone va eliminato.
• Ma se non ci sono i soldi, eliminare lo scalone non vorrà dire aumentare le tasse?
Infatti, il governo è diviso e, a dir la verità, è diviso anche lo schieramento che non vuole lo scalone. Nel governo vogliono assolutamente portare a casa una abolizione o una revisione dello scalone i partiti della sinistra radicale, cioè Rifondazione, Verdi, Partito dei Comunisti Italiani e Sinistra Indipendente. I quattro ministri di questi partiti hanno scritto alla fine della scorsa settimana una lettera aut-aut a Prodi. Tommaso Padoa-Schioppa, cioè il ministro dell’Economia, non vuole invece che la legge Maroni sia toccata. E D’Alema gli ha dato ragione: pochi giorni fa ha detto che i soldi per abolire lo scalone non ci sono e che anche se ci fossero non andrebbero adoperati in questo modo. I sindacati Cisl e Uil e parte della Cgil sono poi favorevoli a una via di mezz non l’abolizione secca dello scalone, ma l’introduzione di uno scalino, anzi di una serie di scalini che mandi in pensione i lavoratori a 62 anni nel 2012, ma un po’ per volta. Così, il prossimo 1° gennaio basterebbe avere 58 anni, poi si potrebbe aspettare fino al 2010 per vedere se è il caso alzare di nuovo l’eta pensionabile. Eccetera. Il ministro del Lavoro, Damiano, ha proposto di procedere così e mezzo sindacato sarebbe d’accordo. Ma la sinistra della Cgil e quelli di Rifondazione non ne vogliono sentir parlare e dicon abolizione dello scalone o sciopero generale. A questo punto sono arrivati gli avvertimenti di Ue e Fondo Monetario. La partita riprende da oggi. Staremo a vedere. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 3/7/2007]
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