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 2007  luglio 04 Mercoledì calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

PECHINO – I giochi avvengono dietro le quinte. Nel marzo scorso, a un convegno sull’ambiente, la Banca mondiale e le autorità cinesi si prolungarono in una trattativa che aveva per oggetto uno studio con una denuncia choc: ogni anno, nell’ex Celeste impero, 750 mila persone a causa dei veleni scaricati nell’aria e altre 60 mila a causa dell’acqua contaminata dai residui industriali muoiono prematuramente. Mentre si alternavano i relatori – compresi i ricercatori della Repubblica Popolare, per altro sinceri nell’ammettere l’emergenza – nei corridoi i rappresentanti politici di Pechino si affannavano a sbarrare la strada al documento. Intuivano che sarebbe stato una bomba, difficile da gestire a poco più di un anno dall’appuntamento olimpico, un evento che ha ormai una forte connotazione «verde». Tutti gli esperti, a cominciare da quelli che lavorano con il comitato organizzatore dei Cinque cerchi, il Bocog, sanno che le percentuali di biossidi e Pm10, le polveri sottili, sono nella capitale e nelle maggiori metropoli della Cina ben oltre i limiti del pericolo. E sanno pure che le tecniche di rilevamento, fino a non molto tempo fa, non erano standardizzate sui parametri internazionali: in pratica il diametro delle Pm10 era superiore di quel tanto che consentiva di modificare e migliorare i limiti di sopportabilità. Secondo le statistiche ufficiali (già rese note prima dell’ultima relazione censurata) ben sedici delle venti città che nel pianeta hanno il primato del cielo più «annebbiato » sono nei confini del Dragone.
Un quadro per niente allegro, complicato dalla notizia, partita dall’Olanda, che nel 2007 la Cina ha superato gli Stati Uniti nelle emissioni di gas serra.
Dunque, Pechino è ben consapevole di quale enorme questione vi sia nella sua agenda nazionale e internazionale. Il governo, che in componenti sempre più larghe ha maturato una sensibilità apprezzabile, ha calcolato di recente che il degrado ambientale costa al Paese 64 miliardi di dollari, il 3 per cento del suo prodotto interno lordo. Una stima che qualcuno rivede al rialzo portandola fino al 10 per cento del Pil. Si tratta di risorse che sottratte dal circuito economico bloccano la crescita nelle zone rurali più misere e vanificano i tentativi di equa distribuzione del benessere.
Ma, pur riconoscendo che il problema c’è, pur dedicando campagne sui giornali, pur confessando (come è avvenuto di recente) che l’obiettivo di ottenere a Pechino almeno 245 giorni di cielo pulito è sull’orlo del fallimento, la Cina preferisce tacere i dettagli più sensibili della sua precarietà ambientale. La vecchia ossessione per cui qualsiasi atto pubblico deve tenere conto delle possibili ripercussioni a livello sociale prevale su ogni considerazione e su ogni diritto. In questo caso il diritto di informare, di sapere e il diritto alla salute.
Nel marzo scorso, il tira e molla proseg uì per un po’. Fino a che Pechino l’ebbe vinta. La ricerca era stata commissionata dalla Cina e alla Cina spettava l’ultima parola. Che poi fu questa: è pericoloso raccontare la verità, le reazioni popolari possono superare i recinti del nostro controllo. Occorreva perciò metterci una pezza. Il documento, rivela adesso il Financial Times, bravo a trovare una fonte interna alla Banca mondiale in grado di confermare la vicenda, subì un ritocco, un taglio del trenta per cento. Lo ripulirono di quei numeri meno digeribili. Su Internet fu resa consultabile una versione «distillata» ma pur sempre di grave preoccupazione. Uno sguardo veloce. Assumendo a base di raffronto il valore di 40 microgrammi di polveri per metro cubo d’aria la mappa dell’inquinamento in Cina risultava così distribuita: solo l’uno per cento della popolazione vive in città stabilmente sotto tale limite, il 58% è invece esposto a concentrazioni di Pm10 superiori ai cento microgrammi, il doppio della media statunitense e ben sopra gli sforamenti italiani.
Le autorità cinesi dell’ente per la Protezione dell’ambiente alla fine dell’inverno passato hanno ammesso che «l’obiettivo di controllare l’inquinamento non è stato raggiunto » e che, addirittura, il piano di riduzione del 2 per cento annuo del biossido di zolfo, l’anidride solforosa, di cui sono causa le centrali a carbone e i vecchi impianti di riscaldamento, si è risolto nel 2006 in un incremento delle emissioni di 463 mila tonnellate, ovvero dell’1,8 per cento rispetto al 2005. Più che un campanello d’allarme. Il McKinsey global Institute valuta che entro il 2020 l’80% della crescita globale di energia dipenderà dai Paesi in via di sviluppo e quasi la metà, il 32 per cento dalla Cina. I rischi sono enormi.
Ha ragione Pechino a temere le paure e le reazioni di fronte a dati sconvolgenti (750 mila morti per asfissia da inquinamento energetico).
La censura è un rimedio debole, inutile, senza prospettiva. Eppure è l’unica arma a cui la Cina sembra ricorrere quando esplodono le emergenze sanitarie. Il caso Sars del 2003. Una storia diversa. Ma i comportamenti, all’inizio, furono gli stessi. Poi, rimosso l’obbligo del silenzio la situazione ritornò nella normalità.