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 2007  luglio 04 Mercoledì calendario

Tra il ministro dell’Economia e il comandante generale della Guardia di finanza credo sia indispensabile e doveroso un rapporto fiduciario

Tra il ministro dell’Economia e il comandante generale della Guardia di finanza credo sia indispensabile e doveroso un rapporto fiduciario. Non sarebbe allora più onesto e trasparente nominare il Comandante in concomitanza o poco dopo la formazione del governo, senza sollevare polveroni a mio avviso poco utili? Luca Treotti Gavardo (Bs) Caro Treotti, per molto tempo il modello prevalente nell’organizzazione amministrativa delle maggiori democrazie parlamentari fu quello britannico del «civil service». I funzionari dello Stato erano «amministratori », scelti spesso attraverso concorsi sulla base delle loro specifiche competenze, e destinati a restare in servizio sino alla fine della loro carriera, indipendentemente dal colore del governo in carica. In Italia il sistema sopravvisse, con qualche eccezione, anche dopo l’avvento del fascismo. Quasi tutti i prefetti del ventennio erano entrati in carriera prima del 1922 e i più anziani avevano cominciato a esercitare le loro funzioni nell’era giolittiana. Mussolini se ne servì perché diffidava dei federali del partito e preferiva appoggiarsi su funzionari di cui conosceva le qualità e le competenze. Erano fedeli al regime, ma avevano, come usava dire, il «senso dello Stato». questa la ragione per cui la stagione delle epurazioni, dopo la fine della guerra, fu breve e colpì solo un limitato numero di persone. Nei quadri della pubblica amministrazione, dell’ordine giudiziario e dei corpi di polizia vi erano persone di cui la Repubblica, nel momento della ricostruzione, aveva urgente bisogno. La situazione accennò a cambiare, non soltanto in Italia, quando la politica, soprattutto dopo l’avvento del centro- sinistra all’inizio degli anni Ottanta, cominciò a infiltrarsi nei ranghi dell’amministrazione. Attenzione. Non intendo sostenere che i funzionari dello Stato, sino ad allora, fossero stati tutti modelli di imparzialità e indipendenza. Non conosco sistema politico in cui il burocrate, soprattutto al vertice della scala gerarchica, possa restare indifferente ai venti della politica. Ma tra fedeltà alla linea del governo e contiguità ai partiti esiste una importante differenza. I partiti chiedevano favori ed erano disposti, in cambio, ad accordare protezione. E i funzionari, dal canto loro, accettavano di lasciarsi etichettare come democristiani, socialisti, repubblicani, social-democratici, più tardi persino comunisti: un distintivo che si sarebbe rivelato utile al momento delle promozioni e dei trasferimenti. Molti funzionari cercarono di conservare gelosamente la loro indipendenza, ma temo che parecchi abbiano ceduto alle lusinghe dei partiti e si siano lasciati «lottizzare». Il governo di Silvio Berlusconi giunse alla conclusione che era meglio rendere questo sistema trasparente e introdusse per gli alti gradi della funzione pubblica norme e consuetudini ispirate dal metodo americano della «divisione delle spoglie». Ma negli Stati Uniti il principio del ricambio, a ogni mutamento di presidenza, è universalmente accettato e funziona senza troppi inconvenienti. In Italia, invece, sarebbe preferibile ripristinare per quanto possibile il sistema della funzione pubblica indipendente e adottare i criteri proposti da Nicola Rossi per valutare i meriti della produttività dei dipendenti dello Stato. Esistono poi cariche molto delicate per le quali dovrebbe esservi, prima di ogni nomina, una consultazione tra governo e opposizione: capo della Polizia, comandante dei Carabinieri, comandante della Guardia di finanza, capi dei Servizi, governatore della Banca d’Italia, segretari generali di alcuni ministeri. Occorre che questi funzionari abbiano il sentimento di non dipendere soltanto dal governo. Ed è bene, quindi, che restino in carica per periodi più lunghi di una sola legislatura.