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 2007  luglio 04 Mercoledì calendario

La globalizzazione del casualwear. Il Sole 24 Ore 4 luglio 2007. L’Eni lo ha fatto per risparmiare sui costi di condizionamento: senza cravatta e magari senza giacca si soffre meno il caldo e la temperatura in ufficio può essere alzata di uno, due gradi

La globalizzazione del casualwear. Il Sole 24 Ore 4 luglio 2007. L’Eni lo ha fatto per risparmiare sui costi di condizionamento: senza cravatta e magari senza giacca si soffre meno il caldo e la temperatura in ufficio può essere alzata di uno, due gradi. Nel caso della sede Eni di San Donato Milanese, alla fine dell’estate il risparmio potrebbe raggiungere 217mila chilowattora, pari al consumo annuo di elettricità di un centinaio di famiglie italiane. Ma il primo a bandire l’abbigliamento formale in nome del risparmio energetico era stato, nella primavera del 2005, il primo ministro giapponese Junichiro Koizumi, che aveva lanciato la campagna "Cool Biz". Il Governo non aveva indicato un modo particolare di vestirsi, limitandosi a suggerire agli uomini, proprio come ha fatto l’Eni, di non mettere né cravatta né giacca, e si era raccomandato di mantenere la temperatura dell’aria condizionata a 28 gradi centigradi, meta considerata accettabile usando abiti più leggeri. Il 28 ottobre 2005, il ministero dell’Ambiente giapponese annunciò i risultati della campagna Cool Biz: la riduzione stimata delle emissioni di biossido di carbonio fu di circa 460mila tonnellate, che equivale più o meno alla quantità di CO2 prodotta da un milione di camini in un mese. Cool Biz è stata riproposta nel 2006 e nel 2007. Mentre il suo contrario ha avuto meno successo: durante l’inverno del 2005, in Giappone si parlò di una campagna Warm Biz, che avrebbe dovuto consigliare di indossare camicie pesanti e maglioni a collo alto al posto di giacca e cravatta. Ma il Warm Biz non fu promosso dal Governo giapponese e l’idea cadde nel vuoto. Il risparmio energetico però è solo la più recente delle ragioni per bandire giacca e cravatta dall’ufficio. L’idea di vestire in modo informale sul lavoro è nata negli Stati Uniti negli anni Ottanta e ha raggiunto la massima popolarità alla fine degli anni Novanta, durante il boom della New economy. Lasciare a casa giacca e cravatta aveva poco a che fare con la temperatura dei condizionatori e molto con l’avvicinarsi del fine settimana. L’espressione "casual Friday" (o "dress down Friday") nacque per indicare il particolare abbigliamento che si poteva adottare nella giornata di venerdì, quando anche a manager, avvocati e professionisti era concesso togliersi completi gessati o calzoni perfettamente stirati per indossare i "chinos" (pantaloni in tela beige che hanno fatto la fortuna di aziende come Avirex e Ralph Lauren). Le camicie inamidate potevano essere sostituite dalle polo o addirittura da T-shirt a maniche lunghe. E qualcuno osava persino portare sneaker o mocassini morbidi invece delle scarpe stringate, come spiega Kim Johnson Gross nel suo libro Work Clothes: Casual Dress for Serious Work. Ci furono aziende che cercarono di approfittare del trend: la Levi’s commissionò uno studio alla Society for Human Resources da cui emerse che nell’85% dei casi vestire in modo informale migliorava l’umore dei dipendenti. Ma non tutti sono d’accordo: John Molloy, autore di un altro best seller sul tema, New Women’s Dress for Success, sottolinea che, tanto per cambiare, per gli uomini è tutto più facile. «Vestire in modo informale per le donne può essere una trappola, perché il confine tra informale e inappropriato è molto più labile che per i colleghi maschi». Negli Stati Uniti, in realtà, il vento sembra cambiato già da un po’ e persino Al Gore, che da qualche mese si presenta come paladino della difesa del pianeta, non ha mai proposto di vestire informale per ridurre le emissioni di CO2. Ci sono aziende che hanno introdotto il "dress up Thursday", il "giovedì elegante" e Tom Ford, forse il più noto stilista americano, è convinto che l’uomo moderno non debba indossare giacche e camicie qualsiasi, ma abiti sartoriali che non ammettono sostituzioni. Il caso più originale di "dressing down" resta quello del Ghana, dove nel 2004 il Governo si inventò il "National Friday Wear" e raccomandò a tutti i dipendenti statali di dare il buon esempio, liberandosi dal look occidentale fatto di giacca e cravatta e optando per abiti tradizionali africani, rigorosamente made in Ghana. Lo scopo non era né preparare l’umore per i piaceri del week end né abbassare i consumi elettrici. Si trattava invece di sostenere l’industria tessile nazionale, che in pochi anni era passata da 25mila a 3mila addetti. Paese che vai, casual wear che trovi. Giulia Crivelli