Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Le indagini mostrano che i genitori dei quattro bambini zingari, morti nell’incendio della baracca sotto quel cavalcavia di Livorno, hanno tenuto un comportamento al quale è difficile credere: sono scappati mentre la baracca era in fiamme, portando via solo uno dei piccoli, si sono precipitati alla stazione di Livorno da dove a quanto pare speravano di prendere il largo. Uno di loro, Victor Lacatar, ha negato di essere il padre della piccola morta di nome. Dei quattro bambini bruciati due erano sordomuti, cioè non avrebbero potuto andare in giro a chiedere la carità. Questo ha avuto un peso sul fatto che alla fine hanno perso la vita?
• Come si fa a pensare una cosa simile?
Non si dovrebbe pensare. Ma qualunque analisi della comunità rom fa emergere un quadro disperante di delinquenza, sottosviluppo, analfabetismo, tossicità, alcolismo. Sto citando documenti dell’Opera nomadi, l’organizzazione che si occupa del problema ufficialmente e che non è certo razzista. So che a scrivere brutalmente che gli zingari sono sporchi, ignoranti, ladri si rischia di essere accusati di razzismo. D’altra parte sarà ora di cominciare a prendere atto della realtà: sono civilmente dei sottosviluppati che arrivano con difficoltà a superare i 50 anni. Si rifiutano di mandare i bambini a scuola e la percentuale dei piccoli integrati - su una popolazione stimata di 160 mila persone - non supera il 10 per cento ed è probabilmente del 3. Il 90 per cento dei piccoli è destinato fin dall’inizio a delinquere. La struttura sociale è fortissimamente patriarcale, con una figura di maschio dominante e una sottomissione totale delle donne: 300 aborti ogni cento parti, quando la media è di 130 (per esempio). Mi sono fatto l’idea che questa resistenza all’integrazione – sconosciuta a qualunque altra comunità – abbia origine proprio nella struttura maschiocentrica, dove il maschio, nella sua funzione di marito, amante e padre, deve essere forte, orgoglioso, vincente eccetera eccetera. L’integrazione richiede invece che ci si umili, che si ammetta di non saper nulla e di voler imparare, dalla lingua al resto. Il maschio zingaro preferisce invece mandare le sue donne e i suoi figli a chiedere l’elemosina per strada o a rubare. Non vuole correre mai il rischio di rendersi inferiore nella comunità ai cui margini vive. Quando andiamo in un campo nomadi, in mezzo al fango, alla sporcizia, alle baracche vediamo sempre parcheggiata qualche macchinona nuova e lucidissima. l’auto del capo, spesso una Mercedes, il suo trofeo di guerra conquistato a spese delle sue donne e dei suoi bambini.
• E io che avevo ancora in testa una qualche immagine di violini tzigani, di balli intorno al fuoco e di passioni ardenti e colorate.
Questo sopravvive qualche volta nel piccolo gruppo di zingari che si sono inseriti e fanno, magari, i giostrai. Questi zingari esistono, mandano i figli a scuola, lavorano. Ma sono una minoranza insignificante, i cui membri oltre tutto spesso nascondono di essere zingari.
• Ma da dove viene questa gente?
Dall’India e dal Pakistan, da cui partirono intorno all’anno Mille. Da noi la comunità più antica è quella dei rom abruzzesi e molisani, arrivati dopo la battaglia del Kosovo del 1392. Chiusissimi: parlano ancora l’antico romanì. Sono quelli che ti vengono a leggere la mano.
• Ma perché li facciamo entrare? Non potremmo costringerli a tornarsene a casa oppure bloccarli in qualche modo alle frontiere? Oltre tutto si riconoscono benissimo!
Non sarebbe la soluzione, perché gli zingari riescono sempre a entrare dappertutto – c’è anche un proverbio che dice: «Kaj yas, Roma rakhes» cioè «Ovunque vai, zingari trovi» – e soprattutto non sarebbe la soluzione adesso perché in Romania ci sono due milioni o forse due milioni e mezzo di zingari che hanno la cittadinanza romena e, dopo l’ingresso di quel paese nella Comunità europea, hanno il diritto di venire qui quando vogliono. Sono, cioè, cittadini europei.
• E allora che cosa si deve fare?
Prima di tutto censirli e censirli per comunità (le comunità che stanno in Italia sono una decina). Superare quella barriera psicosociologica che ci fa qualificare una serie di atti come “razzismo”. Gli zingari, quando non delinquono, vanno inseriti e i campi non possono essere che un momento di passaggio. I malviventi (e sono tali anche i padri che non mandano i figli a scuola) devono essere espulsi per sempre: Sarkozy ha fatto un accordo con la Romania in cui Bucarest si dichiara pronta a riprendersi i cattivi soggetti. Costituiamo un ufficio centrale che abbia in mano tutta la materia e la segua. Facciamoci aiutare dagli stessi zingari, i migliori di loro, quelli che hanno accettato il nostro mondo. Sono loro i primi a voler fare piazza pulita. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 13/8/2007]
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