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 2007  agosto 14 Martedì calendario

MILANO

Per i gagè che si fermano al semaforo, sono poco più che macchie grigie. Si avvicinano a volte zoppicando, con bimbi minuscoli aggrappati al collo, e tendono la mano, bussano al finestrino. Il primo istinto è chiudere la sicura, poi magari qualcuno abbassa il vetro quel poco che basta, lascia cadere una monetina e scappa via. Carità e ripulsa si confondono quando si ha a che fare con gli «zingari», un nome che è già un’offesa, dal greco athinganos,
intoccabili, come venivano chiamati gli eretici di un’oscura e antica setta.
I gagè siamo invece noi, i «non-rom», come veniamo chiamati nella babelica lingua romanès. Gente strana, ai loro occhi, gente di cui avere paura. «Sembrerà strano – racconta Paolo Cioni, coordinatore della Comunità di Sant’Egidio per i campi nomadi – ma quando le mamme vogliono farsi ubbidire dai propri figli dicono: se non fai il bravo ti faccio rapire dai gagè
».
IL MONDO ROM ”In Italia sono oltre 160 mila, suddivisi in rom e sinti. Una buona parte di loro è perfettamente calata nella realtà sociale. Anzi, quasi la metà, 70 mila, sono a tutti gli effetti italiani, discendenti delle prime comunità stabilitesi a partire dal 1400 in Abruzzo, Molise, Campania e Puglia. Invece i gruppi di recente immigrazione provengono soprattutto dall’ex Jugoslavia e dalla Romania. E anche tra questi ci sono molte differenze. I più fortunati hanno una casa e un lavoro, gli altri per lo più si stabiliscono nei 240 campi ufficiali (almeno altri cento quelli non censiti) dove, tra incomprensioni, frequenti sgomberi e scontri con le forze dell’ordine, si fanno strada anche tentativi di confronto e integrazione. Qui vivono anche molti dei romeni che fin dal 2001 sono entrati in Europa dalla porta principale, dal momento che fin d’allora non c’era bisogno di visto. Gli altri, quelli che non trovano posto nelle roulotte e nei prefabbricati di gesso, si rifugiano in baracche di lamiera e sotto i ponti, condannati ad ogni tipo di stenti. «Partono dalla Romania – spiegano i volontari – perché lì muoiono di fame. Arrivano in Italia senza un soldo in tasca, e non trovano spazio nei campi nomadi. Si costruiscono allora baracche con lamiere e pezzi di plastica, e vivono così, come possono». In queste condizioni sopravvivere diventa un gioco d’azzardo, non a caso l’aspettativa di vita è da Terzo mondo, 55 anni, un dato angosciante che cozza con il tasso di crescita, dal 3 al 5 per cento. Ogni nucleo familiare ha cinque, sei figli almeno. «I figli sono il nostro orgoglio », spiega Alessio Santino Spinelli, rom italiano musicista e studioso della cultura romanì. «Ogni nuova nascita è un momento di grande felicità, festeggiato in modo solenne».
RELIGIONI E USANZE – In ossequio ad un’atavica tradizione legata soprattutto a motivi religiosi (il sesso al di fuori del matrimonio è condannato severamente), si sposano giovanissimi, a partire dai 15 anni. Anche se generalmente vanno scomparendo i matrimoni combinati, resiste ancora in alcune comunità l’usanza della dote che il marito è tenuto a pagare e che la moglie deve «risarcire» nel corso degli anni col lavoro o nella peggiore delle ipotesi chiedendo l’elemosina.
Circa il 75% è di religione cattolica, il 20% di religione musulmana e il 5% raggruppa ortodossi, testimoni di Geova e pentecostali. Il Natale è occasione per gli zingari di mezza Europa di grande convivialità: si fa il pane in casa e si preparano dolci da consumare tutti insieme. Una delle consuetudini che resiste ancora consiste nel cuocere allo spiedo una pecora intera, dopo averla riempita di patate al rosmarino, spennellata di birra durante la cottura, che generalmente avviene su un grande letto di braci ardenti. Qualcuno, seguendo una tradizione che altrove va scomparendo, uccide un agnello in segno di gratitudine e di buon augurio, ad esempio quando un bambino guarisce da una malattia. Genitori e parenti stretti del piccolo si toccano la fronte con le dita intinte nel sangue dell’animale e distribuiscono a tutti la carne cruda a pezzi, che ognuno provvederà a cuocere e consumare, in segno di ringraziamento per il felice evento. La tradizione è di origine musulmana, ma è diventata pratica comune a molti gruppi.
LAVORO SOTTO FALSA ETNIA – In un rapporto del Consiglio d’Europa del 2005, si legge che «anche in Italia gli zingari sono largamente discriminati ». Anzi, si può dire che sia proprio la discriminazione a causare povertà ed emarginazione. «Gli zingari rubano, sfruttano donne e figli, rapiscono e vendono bambini». Quanto false siano queste arcaiche leggende, e quanto siano allo stesso tempo radicate nell’immaginario comune, lo si è scoperto sulla spiaggia di Palermo, due settimane fa, quando una donna romena venne arrestata solo perché la sua gonna variopinta aveva attratto l’attenzione di un ragazzino. Ma come si lega il razzismo alle difficoltà economiche? « difficile che qualcuno assuma un muratore o un operaio che si qualifichi come rom». Daniela Pompei lavora nei campi assistiti dalla Comunità di Sant’Egidio. «Negano di essere zingari, ed è l’unico modo per ottenere il lavoro. Molti di loro trovano impiego come badanti o giardinieri, a contatto con persone che se conoscessero la loro origine li terrebbero ben lontani dai propri beni o i propri figli».