Vari, 14 agosto 2007
TERZO GRUPPO DI ARTICOLI SUL CROLLO IN BORSA COMINCIATO IL NOVE AGOSTO 2007 (GRUPPO AAAJCW)
LA REPUBBLICA 14/8/2007
SARA BENNEWITZ
MILANO - La nuova ondata di liquidità che le banche centrali hanno riversato sul mercato ha restituito fiducia agli investitori. E così se la scorsa settimana era finita con un venerdì nero per tutte le Borse mondiali, questa è cominciata all´insegna del rialzo con guadagni finali compresi tra uno e tre punti percentuali in Europa. Wall Street invece ha chiuso con un leggero ribasso: il Dow Jones registra un meno 0,02%, a 13.236,53 punti; il Nasdaq cede lo 0,10% (a quota 2.542,24); lo Standard & Poor´s 500 si attesta a 1.452,92 punti (-0,05%).
A Piazza Affari il Mibtel ha guadagnato l´1,24% e lo S&P/Mib l´1,48% proprio grazie al rimbalzo di quei titoli bancari e assicurativi che nei giorni scorsi avevano sofferto maggiormente. Intanto ieri il presidente della Consob Cardia ha fornito maggiori dettagli sulla questione dei mutui americani al Tesoro.
Le buone notizie sui mercati sono arrivate già in mattina quando la Banca Centrale del Giappone ha immesso 600 milioni di yen (4 miliardi di euro) sul mercato, per tutta risposta la Bce ha provveduto a iniettare altri 47,6 miliardi nel sistema, mentre la Fed si è limitata a un´emissione da 2 miliardi di dollari. Con la manovra approvata ieri, l´istituto di Francoforte in tre aste consecutive ha già riversato sul mercato oltre 200 miliardi di liquidità. Uno sforzo considerevole che è stato accompagnato anche da commenti rassicuranti per il futuro. «Le condizioni del mercato monetario - ha commentato la Bce - si stanno normalizzando». Ma anche da Bruxelles sono arrivate parole confortanti. «Sembra che i mercati si siano calmati - hanno detto dalla Commissione Europea - segno che le azioni intraprese hanno avuto successo».
Dall´alta parte dell´Oceano, invece la Fed si è fatta sentire non tanto per la nuova manovra finanziaria - che porta a 45 miliardi di dollari la liquidità immessa finora nel sistema - ma piuttosto per limitare i prossimi rischi. L´istituto guidato da Ben Bernanke dichiara che ora «una parte significativa» delle banche Usa ha rafforzato «gli standard di erogazione dei mutui subprime e di quelli non tradizionali». Ciò nonostante ieri Accredited Home, società specializzata nei mutui per la casa, è crollata del 30% in Borsa perché i fondi di private equity, Lone Star, hanno ritirato la loro offerta d´acquisto sul gruppo colpito dalla crisi dei subprime.
In Europa, invece, alcune delle banche coinvolte hanno provveduto a fare chiarezza quantificando i rischi legati ai prestiti di cattiva qualità. Bnp Paribas ha stimato in 38 milioni l´esposizione nei confronti di Home Banc, società Usa che lo scorso 9 agosto è stata ammessa all´amministrazione controllata. L´istituto francese che aveva sospeso la quotazione di tre dei suoi fonti, conta di rimetterli sul mercato entro fine agosto. In Germania invece, Commerzbank ha quantificato in 850 milioni il rischio della controllata Eurohypo, che nel trimestre che va tra luglio e settembre si prepara a fare una maxi pulizia di bilancio da 40 milioni. Infine in Inghilterra, le voci di un´esposizione a rischio hanno riguardato anche uno dei fondi hedge di Barclays. Ma se da una parte il colosso inglese ha accusato il colpo per i subprime, dall´altra ha ottenuto dalle autorità olandesi il via libera all´Opa su Abn Amro.
LA REPUBBLICA, MARTEDì 14/8/2007
ANDREA GRECO
MILANO - Errare è umano. Ma quando sbaglia uno dei Masters of the universe – così Wall Street chiama gli operatori un gradino sotto la divinità – non solo gli altri sogghignano. anche un segno che la turbolenza seguita all´implosione dei cattivi mutui tocca proprio tutti. Goldman Sachs, forse la più potente banca d´affari al mondo che affilia (o ha affiliato) il meglio di tecnici, ambasciatori, strateghi, ieri ha reso noto che tre suoi fondi hanno inciampato nella crisi dei crediti subprime.
Il fondo azionario Geo, la cui dotazione di 5 miliardi di dollari è calata di 1,4 miliardi (quasi il 30% del valore) da due settimane, ha bisogno di risorse fresche per 3 miliardi. Colpa, per l´istituto, delle condizioni del mercato, degli scambi e dell´alta volatilità, che ha fatto "saltare" gli algoritmi di analisi strategica quantitativa con cui la gestione del fondo si orienta. Saranno tre nuovi partner a ripianare le perdite: Cv Starr&Co, il gestore di fondi hedge Perry Capital e il miliardario Eli Broad. Un buon affare, secondo l´istituto: «L´attuale valore assegnato dal mercato al fondo presenta uno sconto non motivato dai fondamentali – riporta una nota – l´investimento darà a Geo maggiore flessibilità per beneficiare delle opportunità che riteniamo esistano nelle attuali condizioni».
Già che c´era, la banca d´affari ha ammesso che «è deludente» l´andamento dei suoi due fondi Naeo e Global Alpha, un hedge multistrategia da 8 miliardi di dollari gestiti ancora con criteri quantitativi (statistiche e indicatori per leggere le fasi di mercato e le inversioni di tendenza). Qui si parla di ribassi del 40% in un anno, oltre metà negli ultimi sei mesi. Ma non giungeranno nuovi quattrini, c´è solo il convincimento che «allo stato i due fondi hanno l´occasione di cogliere attivamente le opportunità di mercato». Pare fede incrollabile, ma la parola di Goldman Sachs presso gli investitori pesa. Così l´operazione trasparenza è stata ripagata con acquisti sul titolo bancario, che nel finale ha ripiegato, con perdite frazionali.
Il gruppo fondato nel 1869 da due immigrati tedeschi è leader mondiale in tutte le attività di banca d´affari, e ha come caratteristica l´arruolamento di personaggi con un passato di prim´ordine nelle istituzioni. A volte il percorso avviene all´inverso, come in Italia, dove Goldman Sachs ha avuto tra le sue teste d´uovo Mario Draghi e Massimo Tononi (oggi in Bankitalia e al Tesoro). E oggi ha per consulenti Mario Monti e Gianni Letta. Il massimo dell´interscambio tra alte sfere – sempre nel rispetto formale di ruoli e funzioni – è in patria: l´ex presidente Robert Rubin guidò il Tesoro Usa nei due mandati di Bill Clinton, il penultimo leader Henry Paulson ricopre lo stesso ruolo pubblico nell´amministrazione Bush, da un anno. Ed è stato accusato di avere sottovalutato la portata della crisi dei mutui facili negli States. «L´impatto sarà contenuto, anche nelle perdite – aveva detto Paulson il 1° agosto – Le economie godono di ottima salute. Nei fatti, si sta solo riprezzando il rischio».
CORRIERE DELLA SERA, MARTEDì 14/8/2007
MILANO – Alberto Giovannini è già passato di qua. Oggi amministratore delegato del fondo Unifortune asset management e consigliere della Commissione europea, a lungo docente della Columbia University, Giovannini conosce in prima persona la psicologia degli operatori quando il panico si diffonde: nel ’98 lavorava con LTCM, il grande fondo speculativo che venne ricapitalizzato da una cordata di 14 banche organizzata dalla Federal Reserve di New York.
Allora il superfondo fu piegato anche dalle scommesse del mercato sulla sua crisi, ma alla fine in pochi ci persero. Oggi vede differenze e analogie?
«La somiglianza è che in questi momenti in tanti si mettono a predicare dal pulpito che l’apocalisse è in arrivo o a distribuire altra saggezza, ma quasi mai sanno di cosa parlano. La differenza è che allora i numeri erano più drammatici, c’era meno liquidità ».
Di recente lei ha messo in guardia sui rischi di turbolenza. Cosa la preoccupava?
«Erano in campo i due ingredienti fondamentali del panico: gli operatori avevano attivi difficilmente trasformabili in denaro liquido in poco tempo e, al contrario, un’esposizione molto tangibile. E c’era molta leva finanziaria in giro, ossia operazioni condotte indebitandosi».
Questi sono fattori tradizionali. Intravede novità nella situazione di queste settimane, con le paure sui mutui americani a rischio?
«Il punto chiave è che una volta la contraddizione fra attivi poco liquidi e debiti liquidi si poteva verificare in una banca, ma le banche erano strettamente vigilate e i regolatori sapevano tutto della loro situazione: chi aveva debiti, quanti soldi doveva e a chi. Oggi non si sa: si studia, si fanno ipotesi».
Perché le banche centrali e le autorità di Borsa sono così all’oscuro?
«Perché la rete fra gli attori del mercato e molto più vasta e complessa, il debito viaggia nelle forme più diverse fra banche, fondi speculativi, fondi istituzionali, una miriade di entità diverse. I regolatori non sanno più dove si trovino i punti nevralgici del sistema. Prima potevano intervenire in maniera chirurgica, oggi non più».
Per questo la Banca centrale europea e la Federal Reserve lanciano enormi iniezioni di liquidità aperte a tutti?
«In parte sì. Ma non significa che il vecchio mondo fosse bello e questo nuovo orrendo: oggi c’è maggiore capacità di disperdere i titoli più rischiosi su molti investitori diversi e le banche centrali sono diventate attori di mercato quasi sullo stesso piano di tutti gli altri. Nella nebbia percepiscono i segni del malessere, ma non possono vedere chiaramente dove si trovino le vere sofferenze».
l’ignoranza che produce il panico?
«Non c’è dubbio. La distribuzione del rischio riduce la volatilità finché i mercati sono liquidi, ma in caso contrario l’ignoranza su chi ha le posizioni più difficili spinge tutti a comportamenti difensivi. Le vendite diventano generalizzate, così si genera un acceleratore delle perdite».
Allora non appena emergerà chi ha perso e quanto, il mercato si riprenderà?
«Probabile, a meno che non ci siano inversioni di tendenza negli indicatori di fondo dell’economia, che per ora non vedo. I fondamentali sono buoni ovunque, anche se l’Europa è più forte degli Stati Uniti. I Paesi emergenti tengono bene. Ma c’è un’incognita: dobbiamo capire se il sistema finanziario europeo sia davvero contagiato dai mutui a rischio. Un’ipotesi è che alle banche siano stati venduti i titoli più vulnerabili o ne detengano ancora di quelli emessi da loro stesse».
La Bce e la Fed manterranno una linea di rigore sui tassi d’interesse?
«Credo di sì. In passato un livello dei tassi troppo basso della Fed di Alan Greenspan può aver causato un’inflazione di certi valori finanziari e immobiliari».
LA STAMPA, MARTEDì 14/8/2007
SANDRA RICCIO
Comprare, comprare, comprare. Era il consiglio d’oro che arrivava dagli studi delle migliori banche d’affari prima che sui mercati si abbattesse la crisi dei «subprime» americani. Il richiamo era irresistibile: un rialzo dei listini tra il 10 e il 20% entro la fine di quest’anno, vale a dire che chi aveva puntato 10 mila euro sui titoli o sui fondi azionari, in poco tempo si sarebbe portato a casa 2 mila euro di guadagni.
Non è andata così. Le previsioni delle fini menti delle case di analisi sono state clamorosamente smentite dai fatti degli ultimi giorni con le Borse che si sono inabissate rimangiandosi in pochi giorni tutto quello che avevano guadagnato negli ultimi dieci mesi: miliardi bruciati e tanto terreno da recuperare per quei risparmiatori che avevano dato retta ai consigli dei guru della finanza.
Cosa fare di fronte allo scenario uscito dall’ultima settimana di Borsa? La risposta ha fatto litigare due delle maggiori case di analisi che ieri si sono espresse sul da farsi: agli investitori Morgan Stanley ha impartito il consiglio di acquistare mentre dall’altra parte la rivale JP Morgan si è detta convinta che le azioni sono da evitare.
Perchè comprare? Dai maxi-computer della prestigiosa banca d’investimenti è uscita una spiegazione semplice: per il calcolatore, che mette in correlazione milioni di variabili, è di nuovo venuto il momento di buttarsi sui titoli perché il rapporto tra rischio e ricompensa di un investimento in azioni è migliore oggi rispetto a due-tre mesi fa.
Non solo. L’orso e l’incertezza potrebbero già aver raggiunto il punto massimo che per definizione rappresentano l’occasione d’acquisto. «E poi con le società in ottima salute, le economie emergenti in piena forma, un’ampia disponibilità di propellente per fusioni ed acquisizioni, nonché le principali banche centrali disponibili ad intervenire per evitare scivoloni, non si può non aumentare la quantità di azioni in portafoglio», hanno tagliato corto dalla banca newyorkese.
Al commento Morgan Stanley ha fatto seguire i fatti incrementando del 3% il proprio investimento in titoli azionari e alleggerendo le quote che deteneva in bond. La banca ha consigliato poi di girare al largo dalle piccole società e ha invitato a puntare sui settori dei tecnologici e dei finanziari. Nei giorni scorsi anche i professionisti di Dresdner Kleinwort avevano inserito i titoli finanziari tra quelli da preferire in questo momento prevedendo per il comparto un rialzo del 17% nel corso dei prossimi mesi. Tra i titoli che saliranno di più ci sarebbe anche l’italiana Unicredit insieme alla britannica Hbos.
Proprio le azioni delle società finanziare, e in particolare le banche d’investimento, sono invece quelle da cui si deve stare il più lontano possibile secondo JP Morgan, l’altra importante campana di Wall Street: «noi crediamo che i mercati mondiali potrebbero soffrire ancora e che potrebbero arrivare a perdere tra il 10 ed il 20%. Aumentare la propria esposizione sui listini pensando di approfittare della recente correzione è un errore», avverte il team degli strateghi che vede ancora guadi all’orizzonte.
Quasi tutte le società finanziarie europee sono estranee o marginalmente esposte al problema del collasso dei derivati sui mutui ipotecari, ma per JP Morgan, la lontananza dall’epicentro del sisma non le mette al sicuro, al contrario, è probabile che possano essere zavorrate e trascinate al ribasso dal flusso di brutte notizie che continuerà ad arrivare dal fronte dei famigerati «subprime».
Per gli esperti della banca Usa, il mercato non ha ancora compreso la reale gravità della situazione e si sta sollazzando con l’idea che qualche decine di migliaia di famiglia in difficoltà con il pagamento della rata del mutuo non siano un problema serio per il sistema. Di sicuro il mercato non è nelle condizioni di perdonare altri errori dalle banche e dalle società finanziarie.
IL FOGLIO, MARTEDì 14 AGOSTO
Milano. Dopo la débâcle delle prime due settimane di agosto dei mercati finanziari internazionali e il ritorno precipitoso dalle vacanze dei top manager allarmati di fondi e banche, la tripla iniezione di liquidità della Banca centrale europea, l’ultima da 47 miliardi di euro proprio ieri, e della Federal Reserve statunitense ha avuto come effetto principale quello di spostare l’attenzione di banchieri ed economisti europei e americani sui fondamentali dell’economia e la possibilità che a settembre, al rientro dalle ferie estive, le banche centrali mondiali decidano di tagliare i tassi di interesse per contenere le sempre più probabili spinte inflazionistiche legate all’immissione dei circa 400 miliardi di dollari di liquidità. Questo anche a costo di danneggiare, seppure temporaneamente, investitori, hedge fund e banche. Le Borse europee, come era facilmente prevedibile, dopo la chiusura positiva di Wall Street venerdì scorso, ieri hanno messo a segno un’altra seduta in progresso rintracciando parte delle perdite accumulate nei giorni scorsi. In realtà alcuni esperti newyorchesi temono che un taglio dei tassi da parte della Fed, nel mese di settembre, possa alimentare nuove speculazioni borsistiche, rischiando di mettere nuovamente in difficoltà grave i mercati. Anche perché nessuno è ancora in grado di quantificare il danno subito dai grandi fondi speculativi né di capire chi potrebbe aver guadagnato dal tonfo delle Borse internazionali. In luglio l’ex presidente della Federal Reserve Bank di Atlanta, William Ford, aveva previsto ”una crescita delle possibilità che l’economia americana entrasse in recessione”. Una premonizione annunciata nonostante il numero uno della Fed, Ben Bernanke, e del Tesoro, Henry Paulson, avessero dichiarato svariate volte nei mesi precedenti che i danni legati ai subprime sarebbero stati ”contenuti”.
Adesso il mercato si divide in due correnti di pensiero: una parte degli analisti, come per esempio quelli della Bank Of America, ritiene che la recente crisi dei mercati, e la disfatta dei subprime, ”sia solo la punta dell’iceberg” e che nei prossimi mesi ”le dimensioni del problema diventeranno globali”. Altri ancora, soprattutto negli Stati Uniti, prevedono la messa in liquidazione di svariati hedge fund, com’era già successo nel 1998 con LTCM, e mercati estremamente volatili per almeno altri due mesi. Ovviamente il consiglio degli operatori più navigati di Wall Street è quello di mantenere la calma, visto che l’economia statunitense e quelle del Vecchio continente non mostrano segni particolari di rallentamento. Un’altra scuola di pensiero invece consiglia di investire ora che i prezzi dei titoli di alcuni settori hanno raggiunto livelli giudicati ”interessanti”. Non a caso, quando la crisi ha toccato il suo apice, il 7 agosto, gli analisti della banca d’affari tedesca Dresdner Kleinwort hanno consigliato ai propri clienti di acquistare azioni del settore bancario in Europa, citando l’italiana Unicredit e l’inglese HBOS.
Le banche internazionali, secondo quanto riportato da Bloomberg, hanno bruciato oltre 600 miliardi di dollari in poco più di due settimane, diventando di fatto molto interessanti per qualsiasi tipo di investitore. E le prime a beneficiare della ripresa degli indici internazionali sono state proprio le grandi istituzioni statunitensi capeggiate da Goldman Sachs e Bear Stearns, tra le prime ad aver ammesso di avere problemi di liquidità in alcuni fondi. Lo spettacolo deve comunque andare avanti e già si inizia a vociferare della possibilità che Bear Stearns diventi preda, non appena i mercati si rimetteranno in carreggiata. La Bce ieri ha fatto sapere che ”le condizioni del mercato monetario sono in via di normalizzazione e che la liquidità è ampia. Con operazioni di aggiustamento, la Bce sta ulteriormente accompagnando la normalizzazione delle condizioni del mercato monetario”.
IL FOGLIO, MARTEDì 14/8/2007
La Bce, la Banca centrale europea, è a Francoforte, nel cuore del sistema della finanza tedesca. Il suo presidente Jean-Claude Trichet ha un passato di grand commis francese (nell’amministrazione finanziaria e come capo di una grande banca statale, il Crédit Lyonnais, che subì gravi traversie finanziarie dovute alla sua sovraespansione). Di fronte al cattivo investimento nei subprime loans immobiliari statunitensi di un fondo di una banca tedesca semistatale, la Ikb, e di tre fondi di Bnp Paribas, la seconda banca francese per importanza dopo Crédit agricole, la Bce ha erogato sul mercato finanziario europeo, fra giovedì e venerdì, circa 160 miliardi di euro. E poi altri 47 miliardi e passa ieri. Per una strana coincidenza, alla fine della settimana scorsa si era appreso che anche la banca statale tedesca WestLB, che aveva investito in subprime loans statunitensi, si trovava alle prese con un problema di sofferenze in un suo fondo.
La Federal Reserve, che dovrebbe essere la più preoccupata per i subprime, giovedì aveva immesso sul mercato statunitense solo 59 miliardi di dollari, contro i 95 di euro immessi in tale giorno nell’area euro dalla Bce. Appaiono decisamente insolite, quindi, tutte queste iniezioni di liquidità a favore di banche tedesche e francesi da parte di Trichet – tanto più che lo stesso Trichet riteneva, così almeno aveva detto, che il rischio di inflazione fosse ancora elevato e che ciò comportasse un aumento dei tassi. Anche la drammatizzazione da parte delle grandi banche francesi e tedesche dei problemi dei loro fondi di investimento desta sorpresa. Si tratta infatti di colossi finanziari per i quali le perdite subite dai fondi sono marginali, rispetto agli utili che continuano a conseguire con il resto delle loro attività. Se queste banche avessero dichiarato: ”Ci assumiamo la responsabilità degli investimenti sbagliati dei nostri fondi”, probabilmente il mercato borsistico europeo non avrebbe registrato i tonfi che hanno dato alla Bce il ”la” per derogare al suo rigore. Si tratta di un brutto precedente, per la valutazione dei rischi di impresa, che ricorda il principio della privatizzazione del profitto e della statalizzazione delle perdite.
CORRIERE DELLA SERA, MERCOLEDì 15 AGOSTO
GIANCARLO RADICE
MILANO – Alla crisi finanziaria innescata dai mutui subprime
americani s’aggiunge adesso la minaccia di un calo dei consumi Usa in grado di gelare l’economia.
Ieri la Bce è tornata per il quarto giorno consecutivo a immettere sui mercati liquidità per soddisfare le esigenze del sistema bancario europeo, limitandosi però a un’iniezione di 7,7 miliardi di euro (dopo i 250 distribuiti fra giovedì e lunedì). Un segno di «normalizzazione » del mercato monetario (confermato dallo stesso presidente Jean Claude Trichet, secondo cui bisogna «mantenere i nervi saldi»), che è però andato a inserirsi in un clima di rinnovata paura. In tutta Europa le Borse hanno aperto in discesa sulla scia della deludente chiusura di lunedì a Wall Street e delle (nuove) brutte notizie provenienti dai mercati americani. A fine giornata, dovunque ha dominato il segno rosso: meno 1,21% Londra, meno 1,63% Parigi, meno 0,82% Milano, meno 0,66% Francoforte. E a Wall Street, dove la Fed è rimasta alla finestra senza intervenire sul mercato monetario, è andata anche peggio: l’indice Dow Jones Industrial Average ha infatti perso l’1,57% e il Nasdaq l’1,70%.
Del resto, le notizie diffuse nel corso delle ore da banche e società finanziarie internazionali giustificano pienamente l’allarme per gli effetti che potrebbe provocare l’onda lunga dei subprime. Sotto i riflettori è finita subito Sentinel Management, grossa società Usa di gestione di fondi specializzati in future sulle materie prime, che ha annunciato di voler bloccare i riscatti da parte della clientela. Una richiesta negata dalla Cfic, l’Authority di settore. Poi s’è aggiunto il rapporto di Sanford C. Bernstein, secondo cui il colosso Citigroup potrebbe perdere un miliardo di dollari nel terzo trimestre proprio per la crisi dei mutui ad alto rischio. Come non bastasse, ecco che Male Countrywide Financial, il maggior erogatore di mutui americano, ha reso noto che pignoramenti e insolvenze sono saliti a luglio a livelli record.
E un bollettino nero è anche quello proveniente da alcune blasonate banche europee: Deutsche Bank ha rivelato di far parte di un consorzio che ha garantito crediti per 6,5 miliardi di euro a un fondo di Ikb, la finanziaria tedesca esposta con i subprime per 17,5 miliardi di euro, mentre il colosso elvetico Ubs ha ammesso che i suoi conti nella seconda parte dell’anno saranno condizionati dalla crisi del mercato immobiliare Usa. E in Spagna, il Banco Santander risulta esposto ai «cattivi crediti» per 2,2 miliardi attraverso una sua finanziaria Usa. Ma ad alimentare la paura per gli effetti che i mutui a rischio potranno avere sui consumi, e dunque sulla stessa crescita economica, hanno contribuito soprattutto i due giganti assoluti della distribuzione «Made in Usa»: Wal Mart e Home Depot. Il primo ha rivisto al ribasso le stime di vendita da qui a fine anno, mentre Home Depot, leader del «fai da te» per la casa, già registra utili in flessione nel trimestre maggio- giugno: da 1,86 miliardi di dollari dello stesso periodo 2006 a 1,59 miliardi di dollari.
Intanto, appare già in frenata l’economia europea. Le stime di di Eurostat dicono che il pil di Eurolandia è cresciuto nel secondo trimestre solo dello 0,3% (e dello 0,5 per l’Ue a 27), contro lo 0,7% dei primi tre mesi. E l’Italia viaggia in coda, con un incremento di appena lo 0,1%.
CORRIERE DELLA SERA, MERCOLEDì 15 AGOSTO
MILANO – la domanda che si stanno ponendo un po’ tutti i sottoscrittori di fondi: che rischi corre il mio investimento?
Una prima risposta la danno le analisi di Morningstar, società specializzata nella valutazione dei fondi comuni, che ha passato al setaccio gli investimenti dei fondi venduti agli italiani per individuare quelli esposti in Abs ( asset-backed securities), vale a dire le cartolarizzazioni all’origine, per la parte che riguarda i subprime, della crisi finanziaria di queste settimane.
Ne emerge che un centinaio di fondi sono esposti genericamente in titoli Abs. Non si tratta però di prodotti gestiti in Italia. Dei circa 1.100 fondi domestici solo una decina conta esposizioni in Abs, e tutte inferiori al 3% del patrimonio. Ad aver investito massicciamente in cartolarizzazioni sono i fondi cosiddetti
round trip, quelli di diritto estero ma promossi da intermediari italiani, banche, reti di promotori, siti on line. Un settore, quello dei fondi round trip, che negli ultimi anni è andato crescendo vertiginosamente, tanto da contare alcune migliaia di prodotti e avere in gestione quasi 200 miliardi di euro affidatigli da risparmiatori italiani, contro i 340 miliardi di euro gestiti dai prodotti made in Italy. Molti di questi fondi sono peraltro poco conosciuti dai sottoscrittori perché acquistati attraverso gestioni patrimoniali in fondi o attraverso i cosiddetti «fondi di fondi ».
Chi ha puntato di più sulla formula «abs», secondo la composizione del patrimonio al 31 luglio scorso rilevata da Morningstar, sono i fondi Franklin U.S. Ultra Short Bond (gruppo Franklin Fidelity) con il 32,8% del patrimonio investito in asset-backed securities.
Sono fondi distribuiti in Italia da una sessantina di soggetti, dalle piccole banche locali alle reti di promotori, ai colossi del credito. Segue West Lb Mellon Compass Fund (ha sospeso i rimborsi la settimana scorsa), con il 26,2% del patrimonio in cartolarizzazioni, e poi lo svizzero Julius Baer Dollar Medium Term (23,6% del patrimonio), l’MS Sicav Us Bond (23,3%), l’Ab Short Maturity Dollar (20,9%), il Parvest Dynamic Abs (20,7%), l’MLIIF Us Dollar Short Duration (20,4%), il Fortis L Money Market Usd Account (20,4%) e il Lehman Bros Us Bond (18%). La maggior parte dei fondi più investiti in cartolarizzazioni è peraltro composta di prodotti monetari o obbligazionari a breve termine, vale a dire quelli che dovrebbero innanzitutto proteggere il capitale.
Va detto che asset-backed securities non è necessariamente sinonimo di titoli spazzatura. Sotto questa denominazione, infatti, vanno sia i mutui subprime,
all’origine della crisi finanziaria che sta scuotendo le borse, sia le cartolarizzazioni più solide, legate ad attività a basso rischio. Il problema è che gli Abs sono titoli che fanno categoria a sé, hanno un loro mercato, non sono quotati in Borse ufficiali e oggi scontano tutti una grave crisi di fiducia. « tutto il mercato Abs a non essere più liquido », spiega Francesco Tam, responsabile del desk Structured bond per la sede italiana della Abn Amro, «e a risentire della crisi ormai non sono più solo le cartolarizzazioni di mutui subprime,
ma anche quelle dei mutui prime ».
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Il fondo speculativo ha bisogno di liquidità, e quindi deve scommettere contro se stesso. Ecco che cosa (dice il Wsj) spiega lo zigzag di tanti titoli. Prima beniamini del mercato e poi negletti, o viceversa. E’ grazie ai loro modelli matematici che gli hedge fund scelgono strategicamente se vendere o acquistare. In questi giorni però nei modelli qualcosa non ha funzionato. E quindi, per fare cassa, gli hedge fund sono stati costretti a fare il contrario di ciò che avevano preventivato. Accentuando la volatilità delle Borse
CORRIERE DELLA SERA, MERCOLEDì 15 AGOSTO
FEDERICO FUBINI
MILANO – Migliaia di bocciature o di minacce di riduzione dei voti in poche settimane, nel caso di Moody’s anche su titoli legati a mutui a rischio presentati con il massimo dei voti (la cosiddetta «tripla A»). Passi falsi come quelli commessi da Standard & Poor’s il mese scorso, quando l’agenzia di rating scosse i mercati: annunciò declassamenti in serie per titoli del valore di 12 miliardi di dollari, per poi ridimensionare il calcolo a 7,3 solo dopo il crollo dei listini. Revisioni dei metodi a crisi aperta, in un’implicita ammissione che qualcosa non funzionava: solo a giugno Moody’s ha iniziato a prendere in considerazione i redditi dei proprietari di case con mutui a rischio, i «subprime», poi rivenduti sui mercati.
Come sempre quando si scatena il panico, la caccia al colpevole è partita. E le agenzie di rating, chiamate a valutare le probabilità d’insolvenza sui titoli di debito, stavolta rischiano di trovarsi in prima linea. In questa fase il sistema europeo delle banche centrali e il Fondo monetario internazionale si concentrano sempre di più sul ruolo degli analisti di questo settore nella crisi di fiducia che ha contagiato i mercati. Per il momento difficilmente la Banca centrale europea o l’Fmi agiranno. Probabile però che il «Global Financial Stability Report », il rapporto del Fondo del prossimo ottobre, si concentri sulle contraddizioni del sistema emerse platealmente negli ultimi giorni.
Alla guida del dipartimento del Fmi sui mercati dei capitali c’è Jaime Caruana, dal 2000 al 2006 governatore della Banca di Spagna e componente del consiglio della Bce. E proprio i banchieri centrali europei sono fra i più attenti ai problemi emersi in questi giorni. Non è affatto scontato che da ora in poi si scateni un processo ai rating come avvenne contro i revisori dei conti dopo i crac di Enron o Parmalat. Ma i responsabili della diplomazia finanziaria iniziano già a mettere a fuoco ciò che non ha funzionato e il mercato lo ha percepito: nell’ultimo mese Moody’s Corporation ha perso circa il 20% a Wall Street e McGraw-Hill, il gruppo di controllo di S&P’s, anche di più.
Nel sistema dei più svariati mutui americani reimpacchettati in titoli finanziari e rivenduti a banche o a fondi, le agenzie di rating dovevano in realtà dare indicazioni sui rischi d’investimento. Almeno per due ragioni quel giudizio ha assunto un peso sempre maggiore: i fondi-pensione possono comprare solo titoli con rating elevati (spesso da «A» a «tripla A») e le nuove regole internazionali sui requisiti di capitale spingono anche le banche a incamerare investimenti giudicati solidi dalle agenzie. In queste condizioni, Moody’s, Standard & Poor’s o Fitch si sono trovate al cuore del sistema. Non a caso gli emittenti dei titoli basati (anche) sui «subprime» lavoravano con gli analisti delle società di valutazione fino a produrre miscele di mutui e derivati che garantissero voti accettabili da banche e fondi. Per le agenzie, si trattava di una fonte di entrate molto più ricca di quella offerta per esempio dai ben più visibili giudizi sugli Stati: nei primi tre mesi di quest’anno la finanza strutturata ha garantito a Moody’s il 46% dei ricavi.
S’innesta qui l’anello debole che adesso attira l’attenzione dei banchieri centrali europei. Perché quei rating sui titoli venivano dati al momento dell’emissione sulla base del controvalore dell’immobile presentato in garanzia. Ma quando in America i prezzi delle case sono caduti, riducendo di molto le garanzie, le agenzie spesso non hanno adeguato i loro giudizi sul rischio insito nei titoli: i tagli ai rating sono arrivati solo a cose fatte, con l’insolvenza alle porte.
LA STAMPA MERCOLEDì 15/8/2007
VANNI CORNERO
Dopo aver tamponato l’emorragia in tutto il mondo le Borse cercano di consolidare le posizioni, ma non è facile: il terremoto dei mutui americani ad alto rischio continua a far sussultare i listini e gli operatori sono all’erta per capire in anticipo se vicende come quella di Sidney, dove le quotazioni della Rams Home Loans Group specializzata in questo tipo di mutui hanno subito un tracollo del 19%, siano vibrazioni d’assestamento o annunci di una nuova grande scossa. E, naturalmente, dopo un rogo che ha bruciato centinaia di miliardi di euro e di dollari si cercano le falle nel sistema ed i colpevoli. In Italia è l’Adusbef a farsi portavoce dello sgomento dei risparmiatori puntando il dito «sulla latitanza delle autorità di Borsa preposte ai controlli, dalla nostrana Consob alla statunitense Sec». Questo proprio mentre, come riporta il quotidiano spagnolo Abc il Banco Santander sarebbe esposto sul mercato dei mutui Usa per 2,2 miliardi di euro attraverso la controllata Drive Financial. L’entità dell’esposizione sarebbe pari al 5,33% del totale dei crediti al consumo di Santander Consumer Finance, il ramo della banca spagnola che si occupa di questo settore. Ma anche gli istituti non direttamente impegnati sul fronte dei «subprime» soffrono. Ieri il colosso bancario svizzero Ubs, numero uno in Europa, perdeva il 3,86% sui timori di un calo degli utili nella seconda metà dell’anno causati dall’eventuale persistere della crisi. Un elenco negativo che si è esteso alle principali banche d’Europa: Credit Suisse (-2%), Credit Agricole (-1,62%), Bnp (-1,6%), Deutsche Bank(-1,54%), Unicredit (-1,6%), Capitalia (-1,45%),Intesa Sanpaolo (-0,75%).
Tra le azioni a livello istituzionale ieri la banca del Giappone ha riassorbito la liquidità immessa sui mercati nei giorni scorsi, convinta che la crisi stia rientrando e la Fed non è intervenuta con nuove iniezioni di capitali. La Bce, invece, ha messo in circolo 7,7 miliardi di euro, mentre il suo presidente,Jean-Claude Trichet, assicurava ancora una volta: «Le condizioni del mercato monetario stanno progressivamente tornando alla normalità. Continueremo comunque a monitorare strettamente la situazione». Parole, alla luce dei risultati registrati dai listini europei, poco ascoltate.
La giornata si era aperta in Asia con risultati contrastanti sulle principali Borse dell’area (Tokyo +0,27%, Hong Kong +0,05%, Shanghai +0,76%, Taiwan -0,31%, Seul -1,70%) mentre l’Europa, sull’onda della chiusura debole di lunedì a Wall Street è partita al ribasso per poi virare in positivo, Zurigo esclusa, dopo l’avvio positivo di New York. Una condizione che è di nuovo, definitivamente, mutata quando gli indici Usa sono passati sul segno meno. A far cambiare umore a Wall Street, più che altro, è stato l’allarme sui profitti della catena di grande distribuzione Wal-Mart, ma certamente ha pesato la notizia che gli analisti di Sanford C. Bernstein hanno previsto per Citigroup una perdita sino a 3 miliardi di dollari nel terzo trimestre dell’anno a causa della crisi del credito subprime. In chiusura il Dow Jones ha perso l’1,57% e il Nasdaq l’1,70%.
Anche nel Vecchio Continente il bilancio è stato tutto negativo: Londra -1,21%, Parigi -1,63%, Francoforte -0,66%, Madrid -1,21%, Milano -0,82%, Amsterdam -0,94%, Stoccolma -0,97%, Zurigo -1,59%.Insomma, il capitolo dei mutui subprime, per gli investitori non è ancora chiuso.
WWW.REPUBBLICA.IT GIOVEDì 16/8/2007
ROMA - Piazza Affari salta un turno per Ferragosto, ma le altre Borse sono aperte. In Asia i mercati sono andati tutt’altro che bene mentre in Europa, dopo un calo di quasi un punto e mezzo percentuale, c’è stato un miglioramento condizionato dall’andamento positivo della borsa di New York (che ha però girato nelle ultime ore di contrattazione, chiudendo a 1,29).
Europa. Nel Vecchio continente, (dove oltre a Milano sono chiuse Atene, Vienna e Lussemburgo) però le borse hanno cominciato a riprendere dopo il recupero di Wall Strett. Segno positivo a Francoforte (+0,37%) e Zurigo (+1,24%), mentre Parigi (-0,71%) e Londra (-0,59%) hanno quasi dimezzato le perdite. La Bce continua a vigilare, pronta a immettere nuova liquidità su mercati che mostrano buoni fondamentali ma restano dominati dalla paura dei "subprime".
Usa. Come sempre tutti gli operatori attendevano con ansia l’apertura di Wall Street. La Borsa americana ha aperto in leggera flessione. Poi l’inversione di tendenza che ha condizionato positivamente le borse europee e la nuova inversione di tendenza in chiusura: alal fine il Dow Jones ha fatto segnare un deciso -1,29.
Asia. I mercati asiatici hanno chiuso tutti col segno meno. A Tokyo (indice Nikkei a -2,2%) la discesa è stata guidata dalle grandi banche: Mitsubishi e Sumitomo Mitsui hanno toccato i minimi degli ultimi due anni dopo aver ammesso perdite dovute a investimenti nel settore dei mutui "subprime" americani. E in Giappone, a differenza di quanto è accaduto negli Usa e in Europa, la Banca centrale non ha potuto schierarsi con gli altri maggiori istituti di emissione all’estero, per attenuare la stretta creditizia come aveva fatto all’inizio della crisi.
Anzi, nel timore di veder precipitare i tassi di interesse e riaffacciarsi lo spettro della deflazione esorcizzato da poco più di un anno, la Banca del Giappone ha dovuto assorbire liquidità per 2.000 miliardi di yen (13 miliardi di euro).
"Le autorità nipponiche - ha commentato un esperto occidentale da tempo residente a Tokyo - sono chiaramente convinte che la ripresa economica del Paese ha sane fondamenta e quindi finirà per resistere bene alle turbolenze finanziarie provenienti dall’estero".
(15 agosto 2007)
CORRIERE DELLA SERA, VENERDì 17/8/2007
GIANCARLO RADICE
MILANO – Vendere. A tutti i costi. L’appello che il governatore della Bce Jean-Claude Trichet ha rivolto agli investitori («Tenete i nervi saldi») è durato lo spazio di un respiro. Ieri sui mercati è scesa una spessa cappa di paura: c’è ormai la sensazione che la crisi innescata dai titoli sui mutui subprime
americani possa rivelarsi molto peggiore di quella che nel 1998 fece saltare Long Term Capital Management, la «madre» di tutti i fondi speculativi. Dall’Asia all’Europa agli Usa, le borse sono cadute una dopo l’altra. Partendo da Tokio (meno 1,99%), Hong Kong (meno 3,29%) e Seul (meno 6,93%) l’ondata si è poi spostata a Londra (meno 4,10%), Francoforte (meno 2,36%), Parigi (meno 3,26%), Milano (meno 3,45%), Zurigo (meno 2,76%). Complessivamente sulle piazze europee sono andati in fumo almeno 304 miliardi di euro. E a precipizio hanno aperto la seduta anche gli indici americani, nonostante l’intervento della Federal Reserve con due operazioni pronti contro termine da 17 miliardi di dollari. Fonti di mercato dicono anche che Ben Bernanke abbia chiesto (e ottenuto) un apporto di liquidità nel sistema da parte dei grandi fondi pensione. Con il risultato di far tirare il fiato a Wall Street, dove l’indice Dow Jones si è ripreso fino a terminare a meno 0,12%.
Ma l’allarme è tutt’altro che cessato. Ed è ormai la fonte di preoccupazione numero uno anche per i leader politici. Soprattutto quelli europei, fra i quali si legge tutta l’indignazione per la disinvoltura di società finanziarie, a partire dagli hedge fund, che muovono enormi flussi di capitale in modo tutt’altro che trasparente. In una lettera inviata al cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha lanciato ieri un appello per sollecitare i capi di stato e di governo del G7 ad affrontare nel meeting in programma a ottobre il problema di una migliore regolamentazione dei mercati finanziari e dei loro protagonisti. «Le operazioni di cartolarizzazione che si sono sviluppate negli ultimi anni hanno trasferito rischi bancari sui numerosi attori dell’economia – recita il documento dell’Eliseo ”. Ma i sostenitori finali di questi rischi sono oggi molto male identificabili e questa mancanza di conoscenza è di per sé un fattore di instabilità». «Certamente d’accordo » con il presidente francese si è dichiarato il leader italiano Romano Prodi, che ha anche espresso il suo appoggio alla Bce: «Le misure adottate dalla Banca centrale europea vanno nella giusta direzione’ ha detto ”. Vedremo nei prossimi giorni se saranno sufficienti». «I rischi sono molti seri» – gli ha fatto eco il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco ”. Bisogna continuare a vigilare».
E’ certo comunque che dagli Usa, epicentro dell’instabilità finanziaria, anche ieri sono arrivati segnali che depongono per un ampliamento della crisi. Countrywide Financial, il maggiore operatore di mutui immobiliari, ha ammesso in mattinata di aver ottenuto una nuova disponibilità di credito per 11,5 miliardi di dollari, necessaria per evitare quella che gli analisti di Merrill Lynch hanno definito «un’ipotesi concreta di bancarotta ». E il vicepresidente dell’agenzia di rating Moody’s, Chris Mahoney, si è spinto fino a pronosticare «il collasso di uno dei maggiori hedge fund».
Quanto poi al mercato immobiliare Usa, cioè la miccia da cui è partito l’incendio, quello che comincia ad emergere è uno scenario ormai prosciugato. Il Dipartimento del Commercio ha infatti reso noto ieri che l’attività è scesa in luglio al punto più basso degli ultimi 10 anni, con le costruzioni di nuove case che si sono ridotte del 6,1% rispetto all’anno precedente. Un dato che porta nuove ombre sull’atteggiamento dei consumatori americani. Tanto che il segretario al Tesoro, Henry Paulson, nella sua prima uscita pubblica dall’inizio della crisi, ha ammesso ieri in un’intervista al Wall Street Journal di aspettarsi «una penalizzazione del tasso di crescita dell’economia», anche se resta fiducioso che gli Usa «non rischiano una recessione». A fare la differenza rispetto alle altre crisi finanziarie, secondo Paulson (che ha un passato di amministratore delegato di Goldman Sachs, una delle regine di Wall Street), è il fatto che «l’economia globale è particolarmente solida», trainata dalla crescita dei Paesi emergenti come Cina e India e alla ripresa in corso in Europa.
Ma il responsabile del Tesoro Usa non ha risparmiato parole dure verso «il deterioramento degli standard con cui sono stati concessi i mutui». E ha lasciato anche intendere quale potrebbe essere la sorte di alcune società finanziarie molto esposte su questo fronte: «Qualcuna cesserà di esistere – ha ammesso ”. Sarà questa la conseguenza dei loro eccessi».
CORRIERE DELLA SERA, VENERDì 17/8/2007
MARIA TERESA COMETTO
NEW YORK – «Era il sogno della mia vita. Avere una casa mia, dove vivere con i miei figli e gestire il mio business. Un anno fa credevo di averlo realizzato, ma ora mi sta crollando addosso. Non auguro a nessuno di trovarsi nella mia situazione». A sfogarsi è Quanda Moore, 36 anni, mamma single con quattro figli, due adolescenti e due bambini più piccoli: nel giugno 2006 aveva comprato una casa di due piani nella cittadina di Mount Vernon, nella Westchester county, un’area a nord di New York dove convivono ricchi pendolari di Wall Street e famiglie di lavoratori meno abbienti, molti latino- americani e neri come è Quanda.
La sua storia è comune a 1 milione di altri proprietari di case che, secondo RealtyTrac, quest’anno rischiano di essere sbattuti fuori perché non ce la fanno a pagare le rate dei loro mutui, gran parte dei quali sono "subprime", quelli che stanno facendo tremare i mercati finanziari. «La casa mi era piaciuta subito, con i pavimenti di legno, rifiniture di quercia e vetrate dipinte - continua Quanda - . Costava 561 mila dollari, più di quello che potevo permettermi. Ma il broker mi ha detto di non preoccuparmi, perché entro sei mesi sarei riuscita a rifinanziarmi riducendo le rate». Così Quanda senza versare un dollaro ha comprato la villetta con due mutui pari al 100% del suo valore, secondo uno schema che, prima dell’ attuale crisi, era comune sul mercato Usa: il mutuo principale finanziava l’80% e il resto era coperto dal secondario, piu’ caro. I tassi erano dell’8% per il mutuo maggiore e del 12,75% per il minore, più alti della media (6% un anno fa), perché Quanda era una cliente "subprime", cioè aveva un basso voto di affidabilità finanziaria: il suo reddito e la sua storia creditizia (come aveva pagato altri debiti) indicavano che era maggiore il rischio di bancarotta. Nel 2006 negli Usa sono stati erogati mutui "subprime" per ben 600 miliardi di dollari, il 20% di tutti i mutui, più del doppio che nel 2003.
«Le due rate arrivavano a 4.200 dollari al mese e io guadagno circa 6.200 dollari (prima delle tasse), lavorando 80 ore alla settimana con l’asilo nido privato che gestisco in casa e facendo i turni di notte e nel week-end in una casa di riposo - spiega Quanda - . Era dura, ma speravo nel rifinanziamento». Fino a quando i prezzi immobiliari hanno continuato a salire, per le famiglie americane era normale farsi rivalutare la casa e, a fronte di un aumento del prezzo, cambiare il vecchio mutuo con uno più conveniente, a un tasso inferiore. Ma con i prezzi piatti o in declino, ecco che il debito diventa maggiore della casa e non può essere ricontrattato: una situazione in cui si trova almeno il 7% dei proprietari secondo First American CoreLogic.
«Poi ci si e’ messa la sfortuna - singhiozza Quanda - . Mi sono ammalata e non ho potuto lavorare per due mesi. Ho saltato il pagamento di quattro rate e a luglio la banca mi ha detto che iniziava le procedure per requisire la casa ». Un dramma che colpisce un crescente numero di famiglie: secondo Countrywide financial services, la quota di ritardi nel pagare le rate è aumentata dal 4,1 al 5,1% di tutti i mutui nell’ultimo anno, e dal 14 al 20% fra i "subprime"; ed è raddoppiata dallo 0,5 all’1% la fetta di mutui finiti male che porta al sequestro della casa. Il totale di debiti non ripagati potrebbe arrivare a 100 miliardi di dollari, ha detto il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke: una mina vagante sui mercati finanziari, dove un imprecisato numero di bond è stato costruito sulla base di quei mutui.
«Ora sono quasi riuscita a rimettermi a posto con le rate e la banca ha congelato il sequestro - aggiunge Quanda - . L’associazione Westchester residential opportunities mi sta aiutando a contrattare un nuovo mutuo. Ma ho sempre paura di perdere tutto».
CORRIERE DELLA SERA, VENERDì 17/8/2007
PAOLA PICA
MILANO - «Il panico per esserci c’era: ieri è stato venduto praticamente tutto quello poteva essere venduto... Ma la tempesta non durerà a lungo e, anzi, sarebbe già il momento di comprare». Non teme il grande crollo e la crisi senza orizzonte, Angelo Abbondio, numero uno della società di gestione Symphonia (gruppo Intermobiliare) e uno dei nomi più noti in Piazza Affari, dove molti anni ha esercitato come agente di cambio.
Di scossoni, in Borsa, lei ne ha vissuti tanti. Ma questa è una crisi difficile da capire...
«Direi che è una situazione senza senso. Non è una bolla speculativa e l’economia non va così male. Il problema è sorto quanto alcune banche hanno precluso alla clientela la possibilità di uscire dai propri investimenti. Questo ha generato panico e gli investitori si sono messi a vendere il vendibile, si è fatto di ogni erba un fascio ».
La paura però si è estesa a tutti i mercati.
«In un mercato globalizzato, la corsa a liquidare le posizioni è generalizzata. Perché i grandi fondi, molti dei quali si sono finanziati tra l’altro in yen, valuta che sta crescendo, hanno bisogno di liquidità».
I risparmiatori italiani sono molto disorientati: cosa devono aspettarsi?
«In Italia non ci sono prodotti a rischio, almeno legati ai mutui sub-prime. O se ci sono sono investimenti molto marginali dentro a qualche fondo straniero ».
Si può stare tranquilli, allora?
«Direi proprio di sì. Anzi, si aprono proprio in questi momenti, con questi prezzi, opportunità interessanti. Ci sono molti titoli da comprare».
Lei pensa che il ribasso sia finito?
«Penso che non durerà a lungo. Magari ci sarà ancora qualche assestamento, ma quando i mercati risaliranno non sarà solo un semplice rimbalzo, sarà finito il ribasso».
Cosa la induce all’ottimismo?
«La grande velocità con la quale i prezzi sono scesi. Il danno subito fin qui dai listini sembra di molte volte superiore alle perdite che si immaginano dovute ai mutui sub-prime».
Ma tra i capi di governo c’è preoccupazione: si incontreranno per parlare di quanto avvenuto in questi giorni
«Quando si incontreranno e inizieranno a parlare, la crisi sarà gia rientrata».
Gli hedge fund sono o non sono un fattore di rischio per i mercati?
«In teoria dovrebbero essere difensivi e stabilizzanti: vendono qualcosa ma comprano sempre qualcos’altro».
E lei quali titoli comprerebbe in questo momento?
«Qualsiasi azione a largo mercato, i prezzi sono buoni. E fondi azionari».
CORRIERE DELLA SERA, VENERDì 17/8/2007
MARIKA DE FEO
FRANCOFORTE - La Commissione europea mette sotto accusa le agenzie di rating, per la lentezza dimostrata nella riclassificazione dei rischi legati ai crediti subprime e ai crediti strutturati, avvenuta soltanto nel luglio scorso. E preannuncia di rivedere entro l’aprile del 2008 il codice di condotta volontario seguito dalle agenzie, riservandosi, se sarà necessario, di arrivare anche a una modifica della legislazione europea.
Secondo la portavoce della Commissione Antonia Mochan, la Ue è «preoccupata dalla lentezza mostrata dalle agenzie di rating nel reagire a segnali concreti del deterioramento dei mercati in atto fin dalla metà del 2006». Infatti, le agenzie come Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch avevano aspettato fino a luglio - quindi dopo la crisi di alcune società coinvolte nei crediti ad alto rischio d’insolvenza - prima di riclassificare pesantemente i rischi connessi a questo tipo di investimenti. E nei giorni scorsi, il Commissario Charlie McCreevy si era già mosso per incontrare personalmente i responsabili di varie agenzie.
Da settembre quindi, la Commissione farà partire un’inchiesta sulle agenzie di rating del credito e in particolare sul «loro legame con il rating di prodotti strutturati», concentrandosi anche sulla revisione, se sarà necessaria, del codice di condotta volontario adottato dalle agenzie all’indomani del tracollo di Enron. E includendo poi altri aspetti delle agenzie, come ad esempio la governance e la gestione dei conflitti di interesse.
E poi, sempre secondo la Mochan, la revisione del codice di condotta sarà pronta "al massimo" entro l’aprile del 2008. E l’analisi della Commissione sarà «in parallelo » con la revisione del codice di condotta in preparazione presso la Iosco (l’International Organization of Security Commission,
l’organizzazione mondiale delle autorità
di vigilanza sui mercati finanziari) per risolvere le lacune emerse negli ultimi anni, rese ora evidenti dalla nuova crisi nei mercati finanziari.
E in conclusione, la portavoce della Commissione ha aggiunto che «non è escluso che venga rivista anche la legislazione in materia" e che "non esiteremo ad agire, se l’esame mostrasse che è necessario farlo". In questo caso, spetterebbe al Commissario al mercato interno, Charlie McCreevy, annunciare la decisione se proporre o meno una legislazione in materia nel corso del 2008.
La Commissione si è astenuta dal rivangare il passato o di sottolineare il nuovo colpo all’ immagine delle agenzie di rating. Ma ci hanno pensato ieri numerosi siti online tedeschi e anglosassoni a snocciolare gli errori commessi dalle agenzie nelle gravi crisi finanziarie precedenti, dal Messico alla Russia, alla Corea del Sud, a Enron. E in quest’ultimo caso si ricorda che fino al 27 novembre del 2001 Standard & Poor’s e Moody’s avevano classificato Enron come "creditore relativamente solido", mentre cinque giorni dopo era fallita. E in questi giorni, sotto i colpi delle nuove accuse, Moody’s per prima ha annunciato una revisione dei metodi di rating, mentre in Italia l’associazione dei consumatori Adusbef ha presentato un esposto-denuncia presso alcune Procure sul «gravissimo comportamento» delle agenzie internazionali.
1.016
Le riduzioni della valutazione del credito di società fatte dall’agenzia Moody’s negli ultimi due mesi
CORRIERE DELLA SERA, VENERDì 17/8/2007
FEDERICO FUBINI
MILANO – Per la prima volta nel dopo guerra fredda, i mercati giocano a parti invertite: i Paesi emergenti subiscono il contagio di un uragano che arriva dal mondo avanzato, non il contrario. Sembrano un’altra era gli anni 90 in cui Wall Street e le Borse europee tremavano per il peso messicano, i crolli dei listini a Bangkok o a Taipei e per il debito di Mosca in insolvenza: ieri l’America Latina e l’Asia dall’Occidente hanno importato solo instabilità e cadute delle quotazioni, non operazioni di salvataggio con fondi raccolti in cordata dal Tesoro americano e dalla Federal Reserve.
Robert Mundell, l’economista premio Nobel della Columbia University, osserva che l’inversione dei ruoli è persino più perfetta di così. Perché dieci anni fa l’America e l’Europa esportavano capitali in Asia, tramite il Fondo monetario internazionale e altri canali. Adesso invece, osserva, l’attenzione di molti è sempre più concentrata sulle riserve valutarie dei Paesi emergenti e sull’uso che Cina, Russia, Singapore o gli Emirati del Golfo potrebbero farne in futuro. Da quelle risorse, già salite sopra i 2.500 miliardi di dollari, verranno nei prossimi anni gli investimenti che ora sembrano fuggire dalle Borse. E per Mundell l’Occidente può biasimare solo se stesso se si trova a fare i conti con rapporti di forza ormai irriconoscibili.
«I fondi composti dai patrimoni sovrani degli Stati emergenti diventeranno un tema estremamente importante» osserva l’economista. A maggior ragione da ora in poi: per ridurre l’indebitamento, i fondi di «private equity» di Europa e Stati Uniti cercheranno probabilmente di vendere parte delle imprese che controllano. su questo sfondo che la Cina e altre economie emergenti, spiega Mundell, «hanno creato una massa finanziaria di manovra per lanciare investimenti e offerte d’acquisto coerenti con gli obiettivi di politiche nazionalistiche».
Non che il premio Nobel voglia dissuadere i cinesi dall’attaccare le imprese dei vecchi Paesi industriali. Da anni Mundell è probabilmente il consigliere finanziario occidentale più ascoltato dal governo della Repubblica popolare. In questa settimane, l’economista sta collaborando all’organizzazione di una grande conferenza internazionale da tenere a Pechino a novembre, proprio sul futuro dei «fondi sovrani». Per lui l’origine delle riserve asiatiche, quelle che ora fanno da contraltare alla crisi, è anche nelle scelte dei governi e delle banche centrali occidentali. «I fondi sovrani nascono in parte come risultato del rifiuto delle autorità monetarie internazionali di riconoscere l’esigenza di un nuovo sistema globale » dice Mundell. L’origine dell’accumulo di riserve dei Paesi in surplus commerciale sarebbe insomma soprattutto nel crescente deficit estero degli Stati Uniti, l’altra faccia di quell’eccesso di debito delle famiglie che ora esplode. Attacca Mundell, pensando palesemente alla Cina: «Era solo questione di tempo prima che certi Paesi usassero questo "non sistema" internazionale per accumulare massicce riserve, non solo per dotarsi di bottini di guerra come nel primo ’900, ma anche per alterare i rapporti di credito» con le economie avanzate. In attesa magari che i caveau di Pechino, temuti fino a due settimane fa, ora vengano invocati per salvare le Borse occidentali.
CORRIERE DELLA SERA, VENERDì 17/8/2007
SERGIO BOCCONI
MILANO – Forse incurante, o forse no, dell’effetto che possono fare simili frasi di questi tempi, ieri Chris Mahoney, vicepresidente dell’agenzia di rating Moody’s, l’ha detto: la crisi di liquidità può mandare a picco un mega hedge fund, con ripercussioni stile onda anomala sui mercati. Qualche operatore, in modo più tecnico, indica due delle tante «spie». La prima è europea: il titolo di Abn Amro, fra i preferiti degli hedge, scende a rotta di collo, inspiegabilmente ben al di sotto dei valori dell’Opa di Barclays. Cosa significa? Che qualcuno (si legga: gestore di hedge) può essere "costretto" a vendere. Il secondo segnale viene dall’America: Sentinel management group, il fondo che non riesce a rimborsare le quote e congela asset per 1,6 miliardi di dollari, conta fra le principali attività la gestione della liquidità degli hedge fund specializzati in materie prime.
Hedge, hedge, hedge. Chiaro no? Le "locuste", i fondi iper-speculativi, fino a qualche giorno fa coccolati dagli ultraricchi e dai maghi della finanza, guardati con rispetto anche se con un po’ di diffidenza dai regolatori che non sanno bene come prenderli, stanno diventando l’archetipo del crac, il nemico in agguato, il demone dei mercati. Il possibile crollo di un superbig paventato da Moody’s risveglia l’incubo del famoso Lctm, l’hedge dei due Nobel dell’Economia, Myron Scholes di Stanford e Robert Merton di Yale, che nel 1998 ha perso in quattro mesi 4,6 miliardi di dollari ed è stato salvato dall’intervento della Federal Reserve che ha organizzato un pool di banche.
Solo che, a ben vedere, c’è una bella differenza. Lctm era un fondo pioniere. Nel ’97 gli asset gestiti da questa categoria di investitori non raggiungevano i 2-300 miliardi di dollari. Oggi secondo alcune stime i protagonisti sono circa 10 mila e gli asset si sono decuplicati, superando i 2 mila miliardi di dollari. Una cifra che tuttavia poco dice della loro "vera" attività, perché gli hedge investono ricorrendo alla leva finanziaria, in altre parole indebitandosi, e possono utilizzare senza limiti strumenti derivati e tecniche speculative per lo più off limits per i fondi tradizionali. Risultato: la leva può moltiplicare per una decina di volte il loro potenziale di azione e i loro portafogli sono pieni dei cosiddetti titoli- salsiccia, quelli cioè che contengono un «tritato» di strumenti finanziari talvolta irriconoscibili anche per i più abili banchieri.
Un mix che oggi fa paura. Il timore non è tanto rivolto al singolo hedge fund, anche di dimensioni ragguardevoli, che se salta coinvolge un perimetro abbastanza limitato: gli hedge sono in pratica società per azioni e nel crac ci rimettono «solo» gli azionisti. No, il problema è rappresentato proprio dall’effetto leva, cioè dall’opacità dei derivati e dai riflessi sulle banche che hanno prestato soldi al fondo. Il collasso di un hedge superbig finanziato con grande generosità da un istituto di credito a sua volta superbig potrebbe avere conseguenze gravi e un’eco sistemica. Un’eventualità ritenuta da molti poco probabile, ma che in questi giorni di grande incertezza spaventa gli operatori.
Ecco dunque trasformarsi in demone uno degli strumenti più «coccolati» degli ultimi dieci anni, con il private equity (l’investimento in società non quotate considerate promettenti e da valorizzare) simbolo di un periodo d’oro della finanza che oggi sembra esaurito. Un periodo contrassegnato da tassi d’interesse contenuti, una fantastica liquidità e volatilità tutto sommato contenuta: condizioni che hanno favorito il boom degli strumenti «alternativi». Come gli hedge, appunto.
Che sono piaciuti così tanto ai super-ricchi da rappresentare oggi il 15-20% dei loro portafogli. Sia perché, considerato il fattore rischio, sono stati contrassegnati da soglie di accesso molto alte, sia perché gli hedge sono nati e si sono moltiplicati esaltando l’anima oscura della loro forza (la leva e la libertà d’investimento) ma anche e soprattutto la loro natura protettiva: hedge in inglese significa proprio garanzia, protezione. Come? Comprando e vendendo senza rete, indebitandosi e operando anche allo scoperto, possono agire controcorrente in qualsiasi condizioni di mercato, in teoria stabilizzando risultati e performance. Solo che il meccanismo è delicato e tutto fila liscio finché la liquidità è abbondante. Ma se, anche a causa proprio dell’incertezza da fattore-salsiccia sollecitata dai mutui subprime, si prosciuga improvvisamente, qualcosa può incepparsi. E il campanello d’allarme suona prima di tutto in banca: la leva adesso fa paura.
CORRIERE DELLA SERA, VENERDì 17/8/2007
FEDERICO FUBINI
MILANO – «Non vedremo più un crash dei mercati», previde John Maynard Keynes nel 1926. Tre anni dopo i suoi risparmi furono spazzati via dal crollo di Wall Street. I grandi banchieri centrali del pianeta possono dunque essere scusati, se non sono in grado di pesare fino in fondo la catena di conseguenze della tempesta che si è scaricata sotto i loro occhi.
La fallibilità umana però non spiega tutto. Non quando molti segnali indicano che né nella Banca centrale europea né nella Federal Reserve regna la calma e lo spirito transatlatico di squadra che i due presidenti, Jean-Claude Trichet e Ben Bernanke, ostentano in pubblico. Il tutto, mentre in America la pressione su Bernanke perché tagli i tassi di 0,25% o 0,50% a settembre (se non prima) si fa rapidamente insostenibile.
Una spia di nervosismo nelle ultime ore viene dal «Desk», lo sportello della Federal Reserve di New York. Quella è la finestra della banca centrale americana sul mondo: da lì, a pochi passi da Wall Street, la Fed di Washington attua i rifinanziamenti come nel caso dei 17 miliardi di dollari prestati al sistema ieri. L’operazione è andata in porto rapidamente, il problema è giusto nella differenza fra ciò che la Fed ha detto e ciò che ha fatto. Nel comunicato, la banca promette infatti di tenersi pronta a nuove iniezioni di capitale «intorno al tasso-obiettivo del 5,25%». Per Bernanke è come dire al mondo che lui non scivolerà negli errori del predecessore Alan Greenspan, niente sconti per togliere dai guai gli speculatori che hanno preso rischi smodati.
Fin qui le parole. In pratica invece i prestiti del Desk della Fed ieri sono usciti con lo sconto al 5,06% e quelli dei giorni scorsi ancor più a buon mercato, in media poco sopra il 4,80%: come se, senza ammetterlo, la banca centrale applicasse uno o due tagli ai tassi d’interesse. Ufficialmente, la Fed di New York nota che mira a facilitare il funzionamento del mercato, ma niente di simile accade in tempi anche solo di normale turbolenza. Al Desk aste sottocosto si sono viste tre volte: durante la crisi del mega-fondo Ltcm nel ’98, nella settimana dopo l’11 settembre e al giro di boa del millennio, quando si temeva il collasso informatico. In queste condizioni, con buona pace delle resistenze iniziali di Bernanke, il terreno sembra pronto per un taglio ai tassi in poche settimane. Lo sconto della Fed non è stato discusso con la Bce, che a sua volta aveva lanciato la prima operazione straordinaria sui mercati giovedì senza avvertire gli americani. Può darsi, come si è spiegato, che a Washington fosse ancora notte quando Francoforte si è mossa. Certo però gli americani si sono irritati per quello che hanno letto come un segnale di panico dato dai colleghi europei ai mercati. Più ancora dell’enorme somma iniettata al sistema (94 miliardi di euro), alla Fed non sono piaciute le parole di accompagnamento: «La Bce risponderà al 100% delle richieste di credito ricevute». Così l’Eurotower diceva a tutti che l’intervento era illimitato, per molti alla Fed era invece come se Trichet e colleghi ammettessero scompostamente di avere paura. In realtà l’esperienza può aiutare Trichet: guidava il Comitato monetario dell’Ue quando la speculazione di George Soros travolse la lira e la sterlina nel ’92. Anche oggi, come allora, rischia di trovarsi presto a resistere da solo contro l’onda dei mercati.