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 2007  agosto 14 Martedì calendario

La prima osservazione da fare su quanto Romano Prodi ha detto l´altro giorno sull´opportunità d´aprire il dialogo con Hamas, è un´osservazione di metodo

La prima osservazione da fare su quanto Romano Prodi ha detto l´altro giorno sull´opportunità d´aprire il dialogo con Hamas, è un´osservazione di metodo. C´è nel governo italiano, infatti, la tendenza a parlare delle questioni internazionali con la stessa imperterrita disinvoltura, la stessa mancanza di coordinamento con cui i ministri s´ergono ogni giorno a dire la loro, la loro soltanto, senza mai preoccuparsi della confusione e cacofonia che ne derivano. Il governo ha un suo portavoce ufficiale, il signor Silvio Sircana, ma è come se non l´avesse. Mastella e Di Pietro, Diliberto, Mussi e Giordano, Parisi e D´Alema esternano senza posa le loro riserve sull´operato del governo, suscitando sconcerti e soprassalti – quando non si tratta di bufere – all´interno della coalizione. I tanti richiami all´ordine non hanno mai avuto effetto, e il ruolo del signor Sircana s´è andato facendo sempre più virtuale, nominale, decorativo. Con la questione palestinese, la critica, pericolosa spaccatura Fatah-Hamas, succede più o meno lo stesso. Oggi parla Fassino, domani D´Alema, dopodomani uno di Rifondazione, e il giorno dopo Prodi. Il ministro degli Esteri D´Alema, uno che per il suo ufficio dovrebbe sapere meglio d´altri quando, come e dove parlare, aveva sostenuto la necessità di contatti con Hamas proprio lo stesso giorno in cui entrava in carica come negoziatore dell´Unione europea per il Medio Oriente, Tony Blair. Non tre giorni prima, non tre giorni dopo, in modo da evitare l´impressione d´una interferenza nel lavoro del negoziatore incaricato. No, lo stesso giorno. E infatti sembra che Blair e i suoi fossero rimasti sbalorditi dalla sortita del nostro ministro degli Esteri. Ma espressa la riserva sul metodo, e passando alla sostanza delle parole di Prodi, è vero che con Hamas bisognerebbe, se e quando sarà possibile farlo, tentare un´apertura di dialogo. Del resto, si tratta di un´opinione diffusa. In modo più formale, politicamente meno arruffato di quanto non avvenga a Roma, la Commissione affari esteri del Parlamento inglese ha infatti pubblicato ieri un documento in cui si parla dei rischi che possono venire dall´isolamento degli islamisti di Hamas. E inoltre si sottolinea l´errore commesso dall´Unione europea nei mesi scorsi, quando ancora esisteva il governo di coalizione Hamas-Fatah, nel rifiutare una completa ripresa degli aiuti economici all´Autorità nazionale palestinese. Il che coincide poi con quel che si legge da tempo sulla stampa "liberal" israeliana, vale a dire la pericolosità dell´illusione nutrita dal governo Olmert di poter chiudere Hamas nel ghetto di Gaza, aspettando che la fame e magari le epidemie inducano alla resa il partito islamico. E coincide anche con quanto sostiene Amos Oz, una delle voci più prestigiose ed autorevoli della società israeliana, riecheggiando una famosa frase di Rabin: è con gli avversari, che bisogna parlare. Dunque, un tentativo di dialogare con Hamas andrebbe fatto. La situazione com´è adesso in Palestina appare infatti precaria, aperta più a nuove convulsioni che ad un fruttuoso negoziato di pace. L´appoggio degli Stati Uniti e del governo israeliano al presidente dell´Autorità palestinese, Mahmud Abbas, è venuto – questo è il punto – troppo tardi. In quanto leader della corrente più moderata del nazionalismo palestinese, Abbas andava sostenuto già nel 2005, al momento del ritiro israeliano da Gaza. Ma Sharon non volle riconoscergli alcun ruolo e rappresentatività, sicché il ritiro avvenne come decisione "unilaterale" d´Israele e non come lo snodo d´una trattativa con i palestinesi. Più o meno lo stesso, nonostante un paio d´incontri privi di vero contenuto concessi da Olmert dopo l´uscita di scena di Sharon, è stato l´atteggiamento del governo israeliano sino a quando a Gaza non è scoppiata la faida tra Hamas e Fatah. E le conseguenze le vediamo oggi. Cacciato da Gaza, ma improvvisamente e vistosamente sostenuto dagli americani e da Israele, Mahmud Abbas appare suo malgrado, agli occhi d´una gran parte del suo popolo, come un alleato di coloro che i palestinesi considerano i responsabili della storica ingiustizia subita con i quarant´anni dell´occupazione israeliana: vale a dire Israele e gli Stati Uniti. Di colpo, infatti, sono venuti ad Abbas le armi e i finanziamenti che gli erano stati negati sino a ieri, Di colpo, si sono susseguiti gli incontri tra lui e Olmert. Di colpo s´è cominciato a parlare d´una conferenza sulla questione israelo-palestinese da tenere in America il prossimo autunno. Non è pertanto difficile immaginare, sullo sfondo delle frustrazioni ed umiliazioni del nazionalismo palestinese, l´impressione che può dare a Gaza – ma anche in Cisgiordania – questo subitaneo, affannoso avvicinamento ad Abbas e a Fatah dei suoi ex avversari. L´effetto che può fare l´accusa di collaborazionismo lanciata da Hamas, visto che in Cisgiordania la caccia agli estremisti islamici viene condotta dalle milizie di Fatah con l´assistenza dei servizi d´informazione israeliani. Insomma, l´abbraccio israelo-americano al presidente dell´Autorità palestinese rischia di rivelarsi disastroso. Sì, un dialogo con Hamas – nonostante la sua vocazione terroristica – sarebbe necessario. Ma non prima che Hamas abbia fatto un passo, un suo primo passo, verso il dialogo. Questo deve essere chiaro. Deve essere detto a chiare lettere, ciò che non risulta invece nelle dichiarazioni dei politici italiani. E´ da Hamas che deve venire il segnale d´una sua disponibilità a trattare. Perché Hamas non riconosce l´esistenza d´Israele, non intende rinunciare alla violenza, e non accetta gli accordi intervenuti tra israeliani e palestinesi da Oslo in poi. Così, se dialogo ci dev´essere è dagli islamisti barricati a Gaza che dovrà venire un´apertura. Un´attenuazione della loro intransigenza. Altrimenti, intavolare una qualsiasi trattativa sarebbe come assecondarne l´estremismo. Chiarito questo, si vede bene come gli auspici di dialogo pronunciati dai governanti italiani nei loro luoghi di vacanza siano in buona parte incongrui, e comunque prematuri.