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 2007  agosto 14 Martedì calendario

ELIO PIRARI

ROMA
I primi passi li muove fuori quinta, appare solo per svanire. Il suo è un ingresso carico di mistero. Di Claudio Lotito non esistono notizie certe, fotografie, è un fantasma in un paese di ombre. Del resto la Lazio del dopo-Cragnotti, acquistata nel luglio 2004 per 26 milioni, è questo: «Uno zombie, un club pronto per le esequie». Poi improvviso il frastuono, l’uragano, la frenesia incontenibile. Una mattina d’inverno Lotito si sveglia più determinato del solito e dalla sua scrivania di Porta S. Sebastiano azzera uno degli «elementi topici del calcio»: l’organigramma societario. In un crescendo insostenibile a chiunque «Mano di forbice» pronuncia una delle 5 frasi destinate alla storia: «Tabula rasa. E nun pja più ’na lira nessuno». Sintesi: via ufficio stampa: «’Na piaga sociale», ruoli medi e intermedi: «Antiestetici per definizione», staff medico: «Immorali, ’a gente se cura aggratis», massaggiatori: «Che ce fai de uno che te palpa?», magazzinieri. Via chi pretende la luna, Di Canio incluso, bastano i suoi 5 cellulari, è lui il centralinista di se stesso.
Il dopo-Cragnotti si traduce nell’ingaggio di Mimmo Caso, 60 mila euro a stagione, e di un attempato ex generale dell’Aeronautica promosso a responsabile del settore tecnico giovanile. Via i grandi nomi: Stam, Fiore, Corradi, Claudio Lopez, Mendieta. Lotito si manifesta in tutta la sua evidenza come un uomo che non perde il controllo neanche nelle situazioni più drammatiche.
Nato a Roma nel 1957, cresciuto ai Castelli, studi classici, laureato con il massimo dei voti in Pedagogia, «Mani di forbice» fa del suo chiodo fisso - il rinnovamento del calcio italiano - una missione. Per raggiungere lo scopo sostituisce il rosario con una mazzafionda e moltiplica le apparizioni in Lega: «Io prego. Ho fatto mio il concetto di Polis, il cittadino parte integrante della comunità». Ma la Polis ha le luci fulminate, non è pronta, anzi è il suk di sempre. L’ingresso di Lotito in via Rosellini ha l’effetto di un’onda anomala, le vibranti proteste e il furore morale del grande moralizzatore ingenerano emicranie, crisi nervose e casi sempre più frequenti di dissociazione psichica; i tappetari della serie A oltreché dubitarne l’esistenza se ne fregano di Senofonte, Cicerone, Platone e Kant. Ignorano e ridono, quelli che non ridono sbarellano.
Ma anche Lotito è un uomo. Il suo Buen Ritiro è villa S. Sebastiano. Nella quiete dell’Appia colleziona testi antichi e si applica alla costruzione del plastico che sogna da bambino: la miniatura in plexiglas dello Stadio delle Aquile, l’impianto polivalente che a dispetto di Veltroni e Gasbarra lui vorrebbe nella periferia Nord di Roma. «Olimpico e Flaminio sono arnesi vecchi. E lo stadio è un elemento didascalico». Accanto all’elemento didascalico, l’opera completa di suor Paola, ultrà biancoceleste, e una targa degli Irriducibili. Dalla libreria di noce a giorni alterni il presidente estrae e consulta un Klinische Medizin in sassone. E Sant’Agostino.
Duemila dipendenti, una società di security, una sfilza di imprese di pulizie e una di ristorazione, tutte a responsabilità limitata. Clienti privilegiati, Regione, Provincia, policlinico di Tor Vergata, gli ospedale Spallanzani e Sant’Andrea, Trenitalia e diversi ministeri. Amico personale di Francesco Storace, Cesare Previti e Carlo Taormina, Lotito è anche genero di Claudio Mezzaroma, potente palazzinaro dell’Urbe ed ex socio in affari del presidente giallorosso Sensi, dettaglio che farà storcere il naso ai duri della curva.
L’idillio con gli Irriducibili, in realtà una pace molto fragile, si spezza nel settembre 2005 quando Lotito decide di tagliare i ponti e il direttivo ultras, spalleggiato dall’ex maschera votiva Chinaglia, affiancato a una fantasmatica farmaceutica ungherese tenta la scalata alla società. Il 9 settembre fuori Porta S. Sebastiano, accanto a uno striscione emblematico: «Te sei riciclato tutto, riciclate pure questa», ignoti depositano 11 sacchi di letame. Lotito non fa una piega e ricicla: «Nun se butta gnente, figuriamoci lo sterco de cavallo, le piante impazziranno».
La stagione da manicomio di Lotito è quella appena trascorsa, 12 mesi schizofrenici, il 4° posto in campionato, la possibilità di giocarsi l’Europa che conta e l’esodo dei tifosi. Ma il calcio oltreché didascalico «è n’elemento catartico». Si spiega così il caso-Lotito, il mistero di un uomo che in 3 anni e dopo aver sequestrato anche i telefonini aziendali, con Stendardo, Mudingay, Tare, Mutarelli e Siviglia ha riportato lo zombie in Champions.