???, la Repubblica 14/8/2007, 14 agosto 2007
Per Angelo Maria Ripellino, insigne slavista e critico letterario dallo stile elaborato e inconfondibile, la poesia era sempre stata una sorta di pratica quotidiana, una frequentazione ineludibile, se non addirittura una maniera - distaccata e partecipe - di osservare il mondo
Per Angelo Maria Ripellino, insigne slavista e critico letterario dallo stile elaborato e inconfondibile, la poesia era sempre stata una sorta di pratica quotidiana, una frequentazione ineludibile, se non addirittura una maniera - distaccata e partecipe - di osservare il mondo. O meglio: una maniera di trasfigurarlo e trascenderlo, fino a costruirne uno alternativo, fatto di montaggi di frammenti di quadri e di nascoste citazioni letterarie, di spezzoni di messinscene teatrali, con colonna sonora tratta da Mahler o Janáèek Aveva cominciato a scrivere versi fin dagli anni dell´Università, Ripellino, pubblicandoli anche saltuariamente su giornali e riviste, versi oggi quasi illeggibili ma che ci vengono - per completezza documentaria - riproposti nel volume Poesie prime e ultime (a cura di Federico Lenzi e Antonio Pane, presentazione di Claudio Vela, introduzione di Alessandro Fo, Aragno, pagg. 526, euro 30), insieme alle due belle raccolte d´esordio - Non un giorno ma adesso (1960) e La fortezza d´Alvernia (1967) - e all´ultima, Autunnale barocco (1978), appunto seguita dall´ampia mole degli inediti rinvenuti nei cassetti, da altre poesie apparse solo in rivista, e persino da abbozzi irrisolti degli ultimi mesi di vita. La fama dello studioso - sommata a una sua certa riservatezza - aveva a lungo messo in ombra la produzione poetica che si stava negli anni del dopoguerra accumulando nei cassetti, trovando raro sfogo sulle pagine della Fiera letteraria a cui Ripellino collaborava. Se a questo si aggiunge il costante ostracismo di Italo Calvino, allora consulente della Einaudi, nei confronti della scrittura ripelliniana, così lontana dai suoi orientamenti di quegli anni, diventa chiaro perché - dopo il primo volume, quasi fatto in casa, voluto e illustrato dall´amico Achille Perilli, che lo doterà anche di una splendida copertina - La fortezza d´Alvernia approderà non alla Einaudi - dove Ripellino in quegli anni sta pubblicando, tra l´altro, i suoi splendidi saggi su Majakovskij e sui maestri della regia russa, oltre alla traduzione di Una notte con Amleto di Vladimir Holan - bensì alla Rizzoli. Un misconoscimento che rimarrà sempre, per lui, ragione di rammarico, forse in parte lenito - nell´aprile del ”69, a otto mesi dall´occupazione sovietica - dalla recitazione dei propri versi a Praga, al cabaret Viola, lì dove cinque anni prima aveva ascoltato proprio l´holaniana Notte con Amleto. Sarà l´ultima visita a Praga prima dell´interdetto definitivo da parte delle autorità. Del tutto anomala nel panorama italiano di quegli anni di "imperante realismo", la poesia di Ripellino - cresciuta nel culto della metafora che era del cubofuturismo russo e del poetismo ceco anni Venti (V. Nezval) - si diverte a operare un´ininterrotta trascrizione metaforica della realtà, una gaia ricostruzione dell´universo, per cui la donna è «un cruciverba di nastri e specchietti / una trappola d´ossa, / un castello di vertebre scricchianti», o anche «una snella tromba avviluppata / di fragili asparagi biondi», il cielo è «pozzanghera di stelle», mentre - negli interni delle case - «come scimmie pendono dai cieli / intere famiglie di lampadari». Oppure nei versi irrompono frammenti di testi altrui e citazioni e rimandi («siamo a Kalda, all´estrema stazione del mondo»), che aprono sulla pagina inaspettate prospettive di fuga, come in alcuni collage del boemo Jiri Kolar. Di tutta questa straboccante vivacità d´immagini, e soprattutto del lavorio costruttivo che costituisce la sostanza e la fascinazione di quei versi, poco troviamo nelle pagine di commento al volume. Ritorna ancora il trito luogo comune del clown, fastidiosi leziosismi che definiscono Ripellino "l´esausto saltimbanco", e poi sempre quest´idea fissa della morte come banalizzante cliché interpretativo, per cui riferendocisi al 1965 - quando ancora mancano 13 anni alla prematura scomparsa dello scrittore - veniamo già lugubremente avvertiti che «il tempo sta per scadere. [...] Ripellino è al suo inverno». Niente di più lontano, però, questa visione del poeta sempre sull´orlo della fine, dall´immagine reale di chi l´aveva conosciuto da vicino. E dai suoi versi. Come già nell´antologia einaudiana del ”90, la sua poesia, sfavillante e giocosa, viene qui ridotta a una sorta di grigio sillabario in cui si riesce solo a inventariare il vuoto ritorno di bottiglie, scarpe, candele, teatri, circhi, di treni e animali («anche in Autunnale barocco non mancano gli animali, dalle volpi al cane, ma in gran numero primeggiano i gatti»), e poi «temi come la domenica, il mattino, la pioggia», e «l´attenzione e l´amore per i propri familiari». Ben poco attraente richiamo - agli occhi del lettore - per una poesia che invece, già nel "Congedo" alla Fortezza d´Alvernia, aveva voluto stabilire con lui un patto affinché nei versi godesse (e ricercasse) l´intrusione proprio dell´artificiale, del gioco. Magari anche lì dove (casualmente) non c´era.