Erika Dellacasa, Corriere della Sera 14/8/2007, 14 agosto 2007
GENOVA
Il questore di Genova, Salvatore Presenti, è uomo di mediazione. E ieri mattina ha invitato il pubblico ministero Enrico Zucca a bere un caffè in questura. Il capo della Mobile, Claudio Sanfilippo, durante questo italico rito, è rimasto chiuso nel suo ufficio al primo piano. Fra il magistrato e il dirigente di polizia è scoppiata la guerra, anche se il questore sorride e nega: «Mi chiede se abbiamo fatto la pace con il dottor Zucca? No, perché per fare la pace bisogna aver fatto la guerra e qui non c’è nessun scontro istituzionale in atto. Non c’è la polizia da una parte e la procura dall’altra, si lavora insieme».
Ma il magistrato ai microfoni di radio Popolare ha confermato di aver parlato delle tensioni di questi giorni: «Ho detto al questore che la contrapposizione era nata dalle dichiarazioni di un dirigente che non era tra gli investigatori che lavoravano con me.
Una contrapposizione dettata da finalità diverse da quelle della valutazione delle indagini ». Quel dirigente, ovvio, è Sanfilippo che non commenta le parole di Zucca: «Eppure avrei da dire, ma in un momento di sovraesposizione mediatica è meglio stare zitti». Sanfilippo ha accusato Zucca di non aver chiesto l’arresto di Luca Delfino, l’omicida di Sanremo, a fronte di un allarme lanciato dalla polizia: ucciderà ancora. «Sono stato io – ribatte Zucca – a dire ai poliziotti: questo torna a uccidere. O meglio nessuno ha avvisato nessuno perché abbiamo lavorato insieme. A parte il capo della Mobile, che lui dopo il primo interrogatorio di Delfino non l’ho mai visto». Ma le prove, ribadisce il pm, per l’ arresto di Delfino non c’erano. E a sua volta accusa «la scena del delitto è stata inquinata, sono stati commessi molti errori».
Il procuratore capo Francesco Lalla, in ferie, cerca di buttare acqua sul fuoco, il procuratore aggiunto Mario Morisani pure. Si può negare quanto si vuole ma lo scontro c’è. E non è il primo. Zucca preferisce che dietro questo inaudito alzarsi di temperatura ci sia l’inchiesta sull’irruzione alla Diaz durante il G8 di Genova di cui è titolare e che ha messo sotto accusa molti poliziotti e, per concorso in falsa testimonianza, l’ex capo della Polizia De Gennaro. Per la verità i rapporti tra Sanfilippo, che vanta successi in Sicilia nella lotta alla mafia con arresti eccellenti, e la Procura di Genova non sono mai stati facili a prescindere dal nervo scoperto del G8. Sanfilippo ha fama di poliziotto che si scontra di frequente con i magistrati titolari dell’indagine. Alcuni litigi sono stati tutt’altro che sussurrati: «Quel magistrato non capisce niente e io non posso impegnare uomini su inchieste grottesche», ebbe a dire Sanfilippo a proposito del suicidio di Bernard Canevelli, antiquario trovato privo di vita sulle alture di Genova nel marzo del 2004. Canevelli aveva tre ferite di coltello, due al’ addome e una al cuore. Il pm Biagio Mazzeo pensava che fosse un omicidio e disponeva indagini, Sanfilippo riteneva si trattasse di suicidio e non aveva alcuna voglia di farle. Un vero braccio di ferro. Conclusione: archiviazione per suicidio. Guai anche con il pm Arena, che seguiva l’inchiesta sul «maniaco dell’ascensore», un molestatore seriale di ragazzine individuato dalla polizia dopo oltre un anno, nel settembre del 2006. Il magistrato voleva che la Mobile aspettasse l’ordine di custodia cautelare emesso del gip, Sanfilippo invece forzò la mano e preferì procedere a un fermo di polizia nei confronti di Edgard Bianchi: non voleva aspettare. Qualche urlo dietro le porte chiuse degli uffici della Procura al nono piano e tutto finì lì.
Anche l’importante inchiesta sulla mafia albanese, il cosiddetto caso Kanun, vide forti incomprensioni fra Procura e investigatori sulla gestione della testimone chiave. Ma non c’è quasi pm che non abbia avuto i suoi scontri con il «decisionismo» del capo della Mobile. Fino a questa primavera quando come una mazzata è arrivata sulla questura di Genova l’inchiesta di palazzo di Giustizia sul traffico di droga: quattro agenti della Mobile finiti in manette nel giro di poche settimane con l’accusa di essersi impossessati di alcuni chili di cocaina, due in particolare di aver venduto un chilo di coca a un pregiudicato per 70 mila euro. Sanfilippo chiamato in Procura come testimone per rivolgergli l’imbarazzante domanda: e lei dove stava guardando? Il questore Presenti, nonostante la sua proverbiale calma, per la prima volta scosso tanto da decidere in quattro e quattr’otto un totale ribaltone nella squadra narcotici. Appena in tempo per vedersi arrestare altri due agenti con l’accusa di aver violentato due prostitute nelle guardine. Uno di loro è imputato per lesioni a un manifestante nella caserma di Bolzaneto durante il G8. E,a ben guardare, sempre lì si torna. Certo non ha giovato ai rapporti tra Procura e Questura neppure l’aver «perso» le molotov che erano importante corpo di reato nel processo per l’irruzione nella Diaz.
Dietro lo scontro di Genova, allora, c’è forse di più di quel che appare, se non proprio un regolamento di conti una latente stagione dei veleni che sta arrivando alla sua maturazione nonostante i tentativi dei capi di riportare la calma negli uffici.