Il Sole 24 Ore 14/08/2007, pag.8 Serge Michel, 14 agosto 2007
Zhang, re del legno in Congo. Il Sole 24 Ore 14 agosto 2007. PARCO DI CONKOUATI. Justin conduce una vita frugale, molto vicina alla natura
Zhang, re del legno in Congo. Il Sole 24 Ore 14 agosto 2007. PARCO DI CONKOUATI. Justin conduce una vita frugale, molto vicina alla natura. Di giorno taglia legna e di notte caccia. Eppure il congolese di 22 anni non sarà mai un modello per gli ecologisti americani della World Conservation Society che percorrono la sua regione in lungo e in largo in grosse pick-up 4x4. Justin lavora infatti per una società cinese del legname che ha ottenuto una concessione in pieno parco nazionale di Conkouati, un tesoro ormai a rischio di biodiversità africana. Gli alberi abbattuti dalla Sino-Congo-Foret (Sicofor) contribuiscono alla deforestazione del bacino del Congo, la più grande foresta tropicale del mondo dopo l’Amazzonia. E le specie che lui caccia sono protette. La notte è calata quando Justin s’addentra nella foresta frusciante di grida di uccelli e insetti, tre cartucce in tasca, fucile in spalla e una torcia elettrica legata alla testa per accendere bagliori negli occhi delle sue prede. La battuta di caccia è fuori dall’ordinario: è accompagnato dal direttore generale della Sicofor, il cinese Philippe Zhang e il suo autista congolese, da un fotografo italiano e dall’autore di queste righe. L’onore di guidare quella piccola pattuglia gli è stato concesso per via della sua ultima prodezza: all’alba, mentre i 70 operai del campo di Mpoumbou cominciavano a uscire dalle capanne, Justin è comparso con una scimmia morta. Siccome quei boscaioli sono alloggiati in mezzo alla foresta e il primo villaggio, Cotovindou, è a due ore di pista, invece di fare la spesa vanno a caccia. «Anche se la Sicofor portasse del cibo, continuerebbero a cacciare», dichiara Michael Lasaka, il capocantiere filippino con un’alzata di spalle. «Pensano che soltanto la selvaggina dia abbastanza forza per tagliare gli alberi». Di forza ce ne vuole per abbattere 189 piante al giorno, la quota contrattata dalla società. Per ora i tagli oscillano da 50 a 100 piante al giorno. Guadiamo un fiume con l’acqua fino alle cosce. Poi un secondo. O era lo stesso? Passano le ore. La guida sembra meno sicura di sé. La speranza torna quando imita il grido dell’antilope, una sorta di lugubre miagolìo. Il fogliame si muove, ma ne ruzzola giù un ratto. Le batterie della torcia danno segni d’indebolimento. Attraversiamo un’altra volta il fiume. Justin è costretto ad ammettere che si è perso e che dobbiamo dormire qui, in mezzo alle formiche giganti. Zhang non è per niente tranquillo, ma affronta con coraggio la situazione. la sua prima uscita nella foresta. Davanti al fuoco acceso per aspettare l’alba, quest’uomo riservato si apre, finalmente, e racconta la sua incredibile storia in Congo, dove nulla sembrava destinarlo a dirigere un’impresa forestale. «Nel 1998, l’agenzia di stampa Nuova Cina mi ha mandato come corrispondente a Brazzaville. Nel Paese, a quei tempi eravamo una decina di cinesi, la maggior parte all’ambasciata. Nessuno usciva dopo le cinque di sera». Il Congo emerge dalla guerra civile che ha consentito all’ex dittatore marxista-leninista Denis Sassou N’Guesso di riconquistare il potere dopo cinque anni di pluralismo. «La mia vita è cambiata nell’aprile 2000, quando mi hanno chiesto di andare a prendere una giovane cinese all’aeroporto. Me ne sono subito innamorato». Si chiama Jessica Yé, ha 23 anni e viene a cercar fortuna in Africa. Diventerà sua moglie, ma soprattutto fonderà un impero economico in Congo dove risiedono ormai 80 membri della sua famiglia. Dopo tre mesi come traduttrice, apre un ristorante, presto rivenduto per importare container di cianfrusaglie cinesi che smercia in sei botteghe. Nel 2002, il suo futuro marito è richiamato a Pechino. Ma nella vita di Jessica c’è un altro Philippe: il fratello, che sta giusto terminando otto anni di Legione Straniera in Francia. Mentre Philippe il giornalista sbriga a Pechino le pratiche per i visti di tutta la famiglia e per le spedizioni di merce, Philippe il legionario e la sorella s’installano a Pointe-Noire, grande porto del Congo in cui aprono negozi. Comprano un locale notturno a Brazzaville e lanciano la Tavaf, un’impresa che produce finestre in alluminio. L’uomo che segue con maggior attenzione il folgorante inserimento nel Paese africano della famiglia Yé si chiama Xu Gong De. uno zio di Jessica e da vari decenni vive nel Gabon dove prospera con il legname e il petrolio. Nel 2006, viene a sapere che un’azienda forestale cinese del Congo, la Man Fai Tai, versa in cattive acque. «A Brazzaville ha trattato l’acquisto della ditta, ha creato la Sicofor e mi ha chiesto di lasciare Pechino e il giornalismo per assumerne la direzione a Pointe-Noire», prosegue Philippe. l’occasione buona per raggiungere Jessica e la loro figlia Bang Bang, di tre anni. «Conosce - dice - questo proverbio cinese? Quando l’albero si sposta, muore. Quando l’uomo si sposta, può trovare la fortuna». Philippe non poteva esprimersi meglio. Al mattino la guida trova finalmente l’uscita dalla foresta. Zhang riprende la pista nel suo lussuoso fuoristrada e supera decine di camion della sua azienda, carichi di tronchi che a Pointe-Noire verranno messi su un cargo con destinazione Cina. Nel 2006 il Congo ha esportato quasi un milione di metri cubi di legname, di cui il 66% di tronchi, nonostante una legge imponga di trasformare in loco l’85% della produzione. La Cina è il primo cliente: importa il 60% dei tronchi congolesi, soprattutto okoumé, per farne impiallacciature. L’Italia ne importa 30mila metri cubi (4,7 per cento). Alla fine degli anni Novanta, la cinese Man Fai Tai era protagonista di questo commercio, con cinque concessioni per un totale di 800mila ettari, di cui 93mila nel parco nazionale di Conkouati. Raccoglieva così i frutti dei servizi resi al presidente Sassou N’Guesso durante la guerra civile, come la fornitura di mezzi di trasporto per le sue milizie Cobra. Ma una gestione disastrosa e la violazione sistematica della legge avrebbero presto messo in ginocchio la Man Fai Tai e offerto il primo posto (57% del mercato) alla concorrente Taman, gestita da cinesi della Malesia. Gli altri attori, tedeschi, francesi o italiani, sono piuttosto impegnati nell’esportazione del tavolame, con volumi marginali rispetto a quelli delle aziende asiatiche. Nell’insieme, lo sfruttamento forestale nel bacino del fiume Congo (che comprende le due Repubbliche del Congo, il Gabon, il Camerun) è in forte aumento. Stando a uno studio del Woods Hole Research Center americano, un terzo di quella foresta (600mila chilometri quadrati, quasi due volte la superficie dell’Italia) è stato consegnato all’industria del legname. Le nuove strade, che per i bracconieri sono altrettanti accessi alla foresta, preoccupano quanto il taglio degli alberi. In Congo-Brazzaville rappresentano il 60% della rete stradale esistente e la loro costruzione sarebbe passata da 156 km all’anno negli anni Ottanta a 660 km all’anno a partire dal 2000. Ma Zhang ha altre preoccupazioni. «Dobbiamo gestire il lascito della Man Fai Tai: macchinari rotti, una cattiva reputazione, troppi operai, alcolizzati e demotivati». A Pointe-Noire i professionisti del legname ritengono che la Sicofor abbia iniziato bene. La produzione aumenta ogni mese, anche se è ancora distante dalla quota allocata dal Governo: 154mila metri cubi nel 2007 e 234mila metri cubi l’anno prossimo (cioè 335mila alberi). L’impianto di sfogliatura di Pointe-Noire è stato rimesso in funzione nel giugno scorso e già esporta verso Stati Uniti, Francia e Italia. La Sicofor si è impegnata a investire 40 milioni di dollari in tre anni. «La Cina mantiene una salda amicizia con i Paesi africani. E questo aiuta a gestire le relazioni con il Governo e a ottenere concessioni forestali», nota Zhang mentre apre il finestrino della macchina. Dal cofano, infatti, proviene un forte odore: la notte precedente, mentre tutti dormivano, l’autista ha preso il fucile di Justin per abbattere un’antilope e questa sera sua moglie ne farà un ragù. Quando nell’ottobre 2006 la Sicofor ha firmato la convenzione forestale, si è detto che il Governo cinese facesse parte dei suoi azionisti. «Non era vero», dice il direttore generale, divertito. «Era solo per facilitarci le cose». Secondo una fonte ben informata, la società conta un altro azionista, autentico questo, anch’egli capace di "facilitare le cose": il ministro per le Foreste Henri Djombo. Personaggio molto noto, drammaturgo, ex ambasciatore in Bulgaria negli anni Ottanta, è considerato il possibile successore del presidente N’Guesso. Finalmente giunto a Pointe-Noire, Zhang si precipita al Bel Air, un ristorante sulla spiaggia che la moglie ha appena rilevato, e chiama a raccolta i cugini per una foto di famiglia. Jessica arriva subito. Si aspetta suo fratello Philippe, che nel porto sorveglia lo scarico di un cargo di cemento cinese, il suo nuovo business. Il sole cala, tutti quanti prendono posto sulla spiaggia, le spalle al mare. «I congolesi ci dicono spesso che avrebbero preferito essere colonizzati dalla Cina piuttosto che dalla Francia», afferma Zhang, dopo lo scatto. «I francesi non hanno fatto nulla per questo Paese: niente strade, niente fabbriche. Se fossero venuti i cinesi, ci sarebbero grattacieli lungo tutta la spiaggia». Serge Michel **************** AFFARI IN ASCESA Una concessione insolita La società cinese Sicofor ha ottenuto dal Governo locale di poter abbattere alberi nel cuore del parco nazionale di Conkouati, tesoro - ormai a rischio - della biodiversità africana. L’obiettivo è tagliare 189 tronchi al giorno, al momento si riesce ad abbatterne tra i 50 e i 100 Esportazione da primato La Repubblica del Congo ha esportato nel 2006 quasi un milione di metri cubi di legname, il 66% del quale in tronchi nonostante una legge imponga di trasformare in loco l’85% della produzione. La Cina è il primo cliente: importa il 60% dei fusti. L’Italia ne acquista 30mila metri cubi Corrispondente a Brazzaville Philippe Zhang ha un passato da giornalista. Nel 1998 l’agenzia di stampa Nuova Cina lo manda a Brazzaville: «A quei tempi - ricorda - eravamo una decina di cinesi, in maggior parte all’ambasciata». La sua vita cambia quando nel 2000 incontra Jessica Yé, sua futura moglie Imperi di famiglia Xu Gong De - uno zio di Jessica che ha fatto fortuna nel Gabon con petrolio e legname - gli propone nel 2006 di dirigere a Pointe Noire la Sicofor, azienda creata sulle ceneri della fallita Man Fai Tai. Zhang lascia Nuova Cina e accetta l’incarico. La famiglia Yé, intanto, gestisce ristoranti. ******************** Grandi opere Una diga in cambio di petrolio Come può un Paese gravemente indebitato che sta uscendo da una guerra civile permettersi una grande diga idroelettrica? Si rivolge alla Cina. Nel 2001, mentre la Banca Mondiale e l’Fmi tengono il Congo a stecchetto, Brazzaville ottiene 280 milioni di dollari per realizzare finalmente la diga di Imboulou, 120 megawatt, prevista dal 1984. Il finanziamento è garantito da future vendite di petrolio congolese alla Cina. La China National Mechanical & Equipment corporation (Cmec) vince l’appalto, anche se non aveva mai costruito una diga. E l’ingegner Wang Wei dirige il cantiere, anche se non aveva mai messo piede in Africa. Lo troviamo a letto nel suo capanno di Imboulou, colpito dal primo attacco di malaria. I lavori devono essere terminati entro il 2009 per consentire al presidente Sassou N’Guesso di usare l’argomento-diga in campagna elettorale, ma hanno subìto notevoli ritardi. Anche la strada d’accesso dà filo da torcere ai cinesi. Wang Wei declina ogni responsabilità. «Siamo impegnati in una lotta contro la natura che in Africa è molto ostile». Ma resta fiducioso: «Finiremo in tempo». La società tedesca Fichtner, che controlla i lavori per conto del Governo congolese, non è dello stesso parere. «Si va verso la catastrofe», sussurra uno dei suoi dipendenti. «I cinesi non dichiarano mai gli incidenti sul lavoro. Hanno gestito male l’anticipo finanziario e sono sempre a corto di pezzi di ricambio». Tra la Cmec e i consulenti tedeschi ogni giorno ci sono dispute sulla qualità del cemento o su quali provvedimenti prendere una volta appurato che la diga "riposa" sopra un’enorme pozza d’acqua. Il delicato arbitraggio tra tedeschi e cinesi tocca agli ingegneri congolesi della Direzione generale delle grandi opere. «Negli anni Sessanta eravamo allo stesso livello di sviluppo della Cina», afferma Léon Ibovi, coordinatore del progetto Imboulou. «Ma oggi quelli sono diventati dei draghi. L’efficacia cinese fa sognare tutti». Sul cantiere, il problema maggiore resta la manodopera. Quattrocento cinesi istruiscono come meglio possono 1.200 operai congolesi pagati in media 3 dollari al giorno. «Per loro questo cantiere è una scuola, scompaiono appena sanno qualcosa», si lamenta Wang Wei. Perciò ha chiesto alle autorità locali di mettergli a disposizione dei carcerati. Serge Michel **************** Regole infrante La dura battaglia delle Ong C’è da scommettere che gli incubi di Hilde van Leuwe, dipendente belga dell’Ong americana Word Conservation Society (WCS), pullulino di creature dagli occhi a mandorla. Mese dopo mese, i cinesi completano l’accerchiamento della base di questa giovane donna, responsabile della protezione del parco nazionale di Conkouati, nel Sud del Congo. Quando abbassa gli occhi in direzione della laguna, vede i 500 cinesi della Bgp, un’azienda di esplorazioni petrolifere, aprire strade e far brillare cariche esplosive per conto della società francese Maurel & Prom (che nel febbraio 2007 ha ceduto all’Eni le proprie attività in Congo per un miliardo di dollari). Trivellazioni nel mezzo di un parco nazionale? «Abbiamo detto al Governo congolese che questo violava i suoi impegni, in particolare nei confronti del Governo americano che paga caro per questo parco nazionale», fulmina Hilde. «Ci ha risposto che fa quel che gli pare». La contemplazione dell’oceano non le porterà alcun conforto. Pescatori cinesi hanno attrezzato una trentina di motopescherecci in miniatura che setacciano le acque lungo la costa con reti lunghe svariati chilometri. Siccome una zona di sei miglia nautiche è riservata alla pesca locale e fa parte del parco nazionale, la Wcs è intervenuta. «Siamo rimasti sbalorditi - racconta Hilde - di fronte a un motopeschereccio che aveva una licenza speciale del ministero per la Pesca». E se si gira in direzione della foresta le rincresce sicuramente di avere soltanto 22 guardie ecologiche per sorvegliare 5mila km quadrati. Nel febbraio scorso, le guardie hanno intercettato un pick-up sulla strada per Pointe-Noire con sopra 86 carcasse di animali appena scongelate, compresi gorilla e scimpanzè. L’unico congelatore della foresta appartiene alla Sicofor. La Wcs è in una posizione delicata. «Se urliamo troppo, ci buttano fuori», riassume Hilde. In effetti alzare la voce spetterebbe al conservatore ufficiale del parco, nominato dal ministero per le Foreste e per l’ambiente, un certo Grégoire Bonassidi. La sua collaborazione con gli inquinatori sembra tuttavia acquisita: la Bgp gli versa 300mila franchi Cfa al mese, a titolo di "spese di gestione". Serge Michel