Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Via libera alla Brexit, ma Nicola Sturgeon, la premier scozzese, vuole un altro referendum
La Camera dei Comuni ha votato ieri sera in favore della Brexit: 335 sì contro 287 no. Brexit dura, secondo il volere della premier Theresa May. La quale potrà invocare l’articolo 50 del Trattato di Maastricht, quello che regola l’uscita dalla Ue di un paese membro. S’era detto e scritto che il primo ministro (o la prima ministra), in caso di via libera dai Comuni, avrebbe invocato l’applicazione di questo articolo già domani mattina. Ma ieri sera s’è saputo che Theresa aspetterà invece almeno la fine del mese prima di pronunciarsi. Un altro ostacolo poteva venire dalla Camera dei Lords. Che ieri hanno invece comunicato che se ne staranno buoni. Il problema vero è però la Scozia. Ieri Nicola Sturgeon, la premier scozzese, ha annunciato un nuovo referendum, col quale chiederà la separazione dalla Gran Bretagna in modo da poter restare nella Ue. A ruota potrebbero seguire gli irlandesi, anche loro per niente d’accordo sull’uscita.
• Cominciamo dal voto di ieri sera. Non c’era stato un referendum? Lì la volontà popolare, e sia pure con un margine non amplissimo, s’era però espressa con chiarezza.
Il referendum, voluto dal premier Cameron, era consultivo. Dopo la vittoria del sì all’uscita, la Corte costituzionale britannica ha imposto a Theresa May di farsi approvare la Brexit dalle Camere. A Londra le Camere sono due: Camera bassa o dei Comuni, elettiva; Camera alta o dei Lord, di nomina regia. La Camera dei Lord (o House of Lords) è stata quasi del tutto svuotata di poteri. Ma in questo caso si sarebbe dovuta pronunciare. È accaduto questo: che dopo un primo voto favorevole alla Brexit della Camera dei Comuni, la Camera dei Lord ha messo i bastoni tra le ruote, votando parecchi emendamenti alla legge che autorizzava il governo all’uscita dalla Ue. I Lord avevano a cuore soprattutto la sorte dei tre milioni di europei che vivono in Gran Bretagna e che con la Brexit rischiano di diventare stranieri. La Camera dei Lord voleva che il governo garantisse a questi europei una permanenza legale nel Paese, anche perché ci sono in Europa 900 mila britannici che si trovano nella stessa condizione. La Brexit è dovuta tornare perciò alla Camera dei Comuni, che ieri sera ha approvato e la faccenda è perciò chiusa. La sorte dei 900 mila britannici in Europa, e di riflesso dei tre milioni in Inghilterra, sta però a cuore anche al governo che tratterà su questo punto con la Ue, credo senza troppe difficoltà. Resta il problema del Regno Unito, che forse tra qualche anno non sarà più così unito. Forse la Gran Bretagna, se si ridurrà a una federazione formata solo da Inghilterra e Galles, dovrà chiamarsi Piccola Bretagna.
• La questione della Scozia.
Sì, ieri a Edimburgo la premier Nicola Sturgeon ha detto: «Il governo britannico rifiuta ogni compromesso che ci consenta di rimanere almeno dentro il mercato comune europeo. Non ci resta altra strada che decidere da soli il nostro futuro». Anche il referendum del 23 giugno scorso aveva messo in chiaro che scozzesi e irandesi volevano restare in Europa. La May ha risposto alla Sturgeon che questo referendum non sarà possibile, ce n’è già stato uno nel 2014 e il sì all’unione con Londra ha vinto 55 a 45. Replica la Sturgeon: la situazione è completamente cambiata, «due anni e mezzo fa non sapevamo che restare parte del Regno Unito avrebbe significato uscire dall’Unione Europea». La questione darà luogo a un gigantesco contenzioso legale, ma credo che alla fine Londra dovrà permettere agli scozzesi di votare.
• E quando voterebbero?
La Sturgeon vorrebbe votare tra l’autunno 2018 e la primavera 2019, quando la Brexit non sarà ancora sancita, ma le condizioni dell’uscita saranno ormai chiare. La May, per ragioni opposte, vorrebbe che il referendum, casomai, si tenesse dopo. Si illudono tutt’e due che un paio d’anni basteranno a regolare il divorzio. Secondo molti analisti per spezzare tutti gli infiniti fili che tengono legate Londra e Bruxelles di anni ce ne vorranno almeno cinque, se non dieci.
• Potremo continuare ad andare liberamente in Inghilterra?
Londra non aderisce a Schengen, ma finora, per i cittadini dell’Unione europea, bastava mostrare, alla frontiera, una carta d’identità. Forse la regola cambierà da subito, o forse no. Anche questa è una decisione che spetta a Theresa May e che contribuisce al clima in cui si svolgerà la trattativa con Bruxelles. Se a brutto muso o con la volontà reciproca di non farsi troppo male. Certo la posizione della Scozia indebolisce parecchio gli inglesi.
(leggi)