la Repubblica, 14 marzo 2017
Quanti dubbi sull’elisir di eterna virilità
Anni e anni di polemiche. Attorno all’elisir di lunga mascolinità: il testosterone. Declina con l’età. E una fazione consistente di andrologi e dei loro clienti sostiene, soprattutto negli Usa, che una terapia sostitutiva con testosterone possa arginare alcuni sintomi dell’invecchiamento maschile. Mentre una fazione altrettanto consistente lo nega sottolineando invece i rischi di una somministrazione dell’ormone a uomini di mezza età. A questa decennale diatriba oggi arriva una prima risposta. E non è certo un via libera. «In nessun caso sembra giustificato l’uso del testosterone per la prevenzione dei fenomeni associati all’invecchiamento in assenza di sintomi specifici»: parola di Marco Pahor, un italiano che oggi dirige il Department of Aging and Geriatric Research di Gainesville, in Florida, da cui ha ideato la struttura dei Testosterone Trials (TT), sette ricerche cliniche controllate appena giunte al termine e pubblicate dalle riviste del gruppo Jama, dopo una prima uscita sul New England Journal of Medicine qualche mese fa. Si tratta di studi cruciali e molto attesi, proprio perché per la prima volta si è voluto vedere l’effetto su uomini in salute, e lo si è voluto fare con studi progettati per questo scopo. La speranza era infatti quella di poter mettere a punto farmaci a base di testosterone che avessero, mutatis mutandis, la funzione della terapia ormonale sostitutiva consigliata alle donne in menopausa per molti anni. Così non potrà essere.
Il testosterone agisce a moltissimi livelli, ricorda Pahor, a partire dall’utero materno e poi nel corso di tutta la vita; di qui l’idea di analizzare contemporaneamente più aspetti, ciascuno separatamente. Lo schema è stato sempre lo stesso, perché sono stati reclutati uomini con più di 65 anni e con testosterone basso, ma in buona salute e privi di fattori di rischio specifici, soprattutto per quanto riguarda il tumore alla prostata e le malattie cardiovascolari. I partecipanti sono stati suddivisi sempre in due popolazioni uguali, una delle quali è stata trattata con un gel di placebo, l’altra con un gel al testosterone, da applicare sull’addome. Dopo un anno di terapia quotidiana sono state analizzate le differenze per quanto riguarda la funzionalità sessuale, le prestazioni cognitive, la forza muscolare, la vitalità, l’anemia, la formazione di placche aterosclerotiche e la densità ossea.
I risultati non hanno lasciato dubbi, come spiega Pahor: «Ci sono benefici evidenti per quanto riguarda la funzione sessuale, peraltro già noti, l’anemia e la densità ossea, mentre quelli sulle funzioni cognitive – concentrazione e memoria, soprattutto – sono neutri.» C’è invece un risultato che deve essere capito meglio, con studi mirati: l’aumento dei depositi di grasso pericoloso nelle arterie, fenomeno associato a un maggior rischio cardiovascolare. «Al momento non possiamo dire nulla di specifico sulla sicurezza del testosterone in generale e, nello specifico, sul sistema cardiovascolare: le nostre osservazioni sono durate solo un anno e sono state fatte su un numero di uomini comunque limitato e in buone condizioni di salute, mentre spesso le persone che hanno più di 65 anni hanno qualche patologia o qualche aumento di rischio significativo. Sa- rebbe necessaria un’indagine più ampia per capire se l’apparato cardiovascolare risente in qualche modo dell’assunzione continuativa di testosterone», aggiunge.
Se il verdetto su cuore e vasi è sospeso, sottolinea ancora Pahor: «Il risultato, a oggi, è che la scelta di trattare un ultrasessantacinquenne dovrebbe essere valutata individualmente a seconda dei sintomi e dei fattori di rischio, soprattutto cardiovascolari e relativi al cancro della prostata».
Questo messaggio è molto simile a quello relativo alla terapia ormonale sostitutiva consigliata ad alcune donne per attenuare gli effetti della menopausa, nella sua versione corretta dopo la pubblicazione dei risultati dello studio Women Healt Initiative: prima di allora, moltissime donne in tutto il mondo ne hanno fatto uso, e non poche ne hanno pagato un prezzo molto alto, in termini di tumori, malattie cardiovascolari e altri effetti assai poco desiderabili. La risposta sul testosterone giunge fortunatamente meno in ritardo, e resta in attesa di ulteriori aggiustamenti. Ma è comunque un bene che arrivi prima che il fenomeno diventi dilagante. Secondo le statistiche, l’ipogonadismo, cioè concentrazioni di testosterone inferiori a 300 nanogrammi per decilitro, interessa una percentuale di persone con più di 65 anni che va dal 20 al 40% del totale.
Al momento negli Stati Uniti circa uno di questi uomini su dieci è trattato con testosterone, e il numero è in costante ascesa. In Italia non ci sono dati, e non è facile procurarsi l’ormone senza specifiche prescrizioni, ma basta verificare in internet per capire che la moda potrebbe essere molto più diffusa di quanto si pensi anche da noi.